Compita la cerna, Mariano favellò:

— L'oro porteremo addosso noi, l'argento caricheremo su i muli: il rame appiatteremo in qualche sito, perchè capisci ci tocca a camminare per luoghi deserti dove non so se sia da temersi più degli amici o dei nemici.

— Tu sempre mi chiami scema, Mariano, e veramente mi pare esserlo pur troppo, ma tu sei più scemo di me e non te ne accorgi. Hai distinto le persone, nelle quali ci accadesse d'imbatterci, in amici o nemici; ma dove mai noi possiamo avere amici? E poi ci vorranno frugare e svaligiare, e a che giova la separazione delle monete? Avremo di catti se ci lasceranno la camicia addosso. O salvi tutto, o perdi tutto, però rimescola l'oro coll'argento, e non lasciarti dietro il rame. O piuttosto senti il parere di una folle: guardati dal metterti in viaggio in tempo di guerra con danari addosso; e se ti venne in uggia la vita va nell'orto, e impiccati al primo fico che trovi, che così la farai più spiccia.

— Hai ragione, hai ragione; a lasciarlo mi si stacca il cuore, ma a portarlo mi può strappare la vita; sarà meglio lasciarlo; ma dove? Chi lascia la via vecchia per la nuova spesse volte ingannato si ritrova; lo rimetterò colà donde io l'ho tratto.

— Là non lo metterai perchè è luogo frequentato, e il rumore del vano può facilmente palesare il nascondiglio.

— Hai ragione, hai ragione; dunque che cosa si stilla?

— Rimpiattiamolo sotto la catasta delle legna.

— Va via, matta, queste saranno le prime che il maledetto fratello adoprerà.

— Buttiamolo dentro il tino del vino.

— Sta zitta, scema, questo sì che piglieranno all'assalto.