Quando declinato il sole all'occaso il signor Giacomo Boswell si recò alla mensa del generale Paoli, non ebbe a maravigliarsi mediocremente nel considerare intorno alla tavola raccolti di ogni generazione frati e preti; eranvi parecchi soldati, e tali apparivano piuttosto che dall'assisa, dalle armi che scinte avevano deposte in un canto. Il generale spogliate le vesti pompose vi compariva co' suoi abiti consueti alla côrsa; seduti tutti, un domenicano lungo e ossuto, di faccia bianca come la cera, l'occhio grigio, recitò con voce cupa il Benedicite, e dopo ognuno attese a cibarsi in silenzio come nei refettori di frati. I romanzieri e i poeti, non esclusi gli eroici, ossia in virtù della memoria, ossia in virtù della speranza, molto si talentano a raccontare come e quanto si cibassero i propri eroi; io non gl'imiterò in questo: basti dire, che il pranzo fu parco, e i commensali da venti; nè già si creda che gli spesasse il Paoli; all'opposto la patria nutriva anco lui; e la Corsica, costumando passare gli alimenti a parecchi magistrati, risparmiava e provvedeva alla concordia, e ad altri, che non importa dire, beni, raccogliendoli intorno alla mensa del generale.

— Anche questa è fatta, disse il Paoli gittando il tovagliuolo su la tavola: arrivò finalmente l'ora mia, e la dico mia, perchè le altre spettano alla patria, eccetto alcune, che si piglia la morte, o il sonno, che è tutto uno, e come sarebbe a dire marito e moglie. Io dico poi mia quest'ora, perchè ragionando con gli amici conduco il corpo e l'anima ad esercitarsi sanamente in pro' loro. Il corpo, a cui se dopo il pasto torna nocivo il moto violento, gli giova il moderato qual è appunto il leggere a voce alta, o il disputare con modi cortesi, con amici cortesi: così almeno la pensava il buon Plutarco, che ci lasciò nove libri di dispute convivali, ed io di leggieri consento con lui: l'anima, come quella che per ozio non si irruginisce, e tratta alacrità dal rinnovato vigore del corpo prova con seco, o con altrui, concetti e partiti prima di metterli in pratica. In effetto le dispute tra gli amici si possono paragonare alla scherma con la quale il soldato si addestra alle vere battaglie. Platone, Aristotile, Epicuro e i Greci tutti, assai si piacevano di cosiffatti colloquii; Plutarco ne formava sua delizia, nè i Romani rimasero a dietro di loro, e quando Plutarco racconta che Cornelia, orba di marito e di figliuoli in cotesta sua villa nel Miseno, dopo il convito consolava la sua vecchiezza discorrendo di Tiberio e di Caio Gracchi, della indole, dei concetti e delle imprese loro con labbra severe da disgradarne quelle della storia, io ho pianto di molte lacrime, e volentieri lo confesso. — Intanto per incominciare da me (che il primo prossimo è se stesso) io desidererei che mi diceste, signor Boswell, donde avviene che voi non mi chiamate mai generale? Fu per caso, ovvero con intenzione che voi mi avete chiamato sempre signor Paoli?

— Io lo feci apposta; il titolo di generale dichiara una qualità che possedete comune con infinita schiera di uomini, e di per sè non significa niente, mentre il nome Paoli mi rappresenta un uomo meritevole dello amore dei buoni e dell'ammirazione di tutti.

— Cospetto! riprese il Paoli sorridendo, pensava dovervi fare un serio rabuffo, ed ora mi tocca a ringraziarvi.

— Che dite mai, mio signore? Sono io che devo ringraziare voi, imperciocchè stanziando a Roma io con infinito sconforto contemplai in quali miserabili rovine può traboccare un popolo, e più delle stesse rovine mi umiliò l'aspetto della brutta ellera che le ricopre.

— Io non ho mai visto l'ellera di cui parlate.

Il signore Giacomo esitò alquanto, ma all'ultimo animosamente continuò: — intendo dire la Corte romana. — Egli dubitava dover sostenere un rovescio di riprensioni, forse d'ingiurie per parte dei preti e dei frati quivi adunati, ma con suo stupore essi non fecero cenno pro' nè contro, non altramente che se fossero stati santi dentro le nicchie. — Bene! qui all'opposto l'anima mi si riaperse alla speranza purificata dallo spettacolo di un popolo che risorge per l'aiuto prima di Dio, e poi di un grande uomo.

— Voi altri Inglesi vi rassomigliate al metallo che quanto più tarda ad arroventarsi, tanto infocato più ci arde. Troppo tratto corre tra questo popolo e il romano; altri i tempi e i fini, i quali anche potendo aborrirei si proponesse pari, dacchè i romani intesero vincere e dare leggi al mondo, e a noi basterebbe non si frastornasse nessuno, paghi di fare leggi per noi soli. Quanto a me il cuore mi palpita come a romano, ma il mio petto è angusto; se io vi paio grande non è merito che mi appartenga, bensì colpa dei tempi; io sono grande come le ombre diventano lunghe al tramonto del sole; grande della piccolezza altrui; in vile secolo eroe. Se grande io fossi e metuendo davvero, i sovrani come Caterina di Russia e Federico di Prussia non si trastullerebbero meco come con ninnolo strano.

— Bene; non poteva essere a meno che voi mi favellaste così, dacchè la modestia formi massima parte della grandezza.

— V'ingannate, io la penso come la dico, e se mi paragono co' vivi mi sento grande, ma io mi metto in confronto co' morti, e lo sgomento mi assale. Lascio da parte Cesare ed anco Alessandro, il quale reputo migliore assai della sua fama; che a parere mio lo denigrarono i suoi generali per farlo meno desiderabile ai Greci dopo averlo ammazzato, e messo in brani l'impero: misuratemi con Epaminonda, con Pelopida, con Trasibulo, mi troverete più corto chi sa quante spanne, anzi neppure con Aratro io mi posso mettere a petto, che a lui riuscì impadronirsi dell'Acrocorinto, mentre io non giunsi per forza o per ingegno a superare giammai una terra murata.