I Côrsi in quei tempi non consumavano olio per risparmiare sole, onde si coricavano a buon'ora: ordinariamente prima delle due di notte andavano a giacere, se qualche occorrenza non li persuadeva a vegliare; sicchè chi si fosse aggirato per le vie di Corte avrebbe, meravigliando, veduto dopo assai cotesto tempo due lumi accesi in due case diverse. Per cui manca di discorso gli obietti estremi passano a un dipresso come acqua piovana per la doccia; chi poi costuma notare, da tutto piglia argomento di speculazione, e quindi causa di conoscenza; per la quale cosa non parrà strano se affermo che dal modo con che la luce dei lumi viene riflessa fuori dai vetri delle case tu puoi distinguere in quale stato si trovino le famiglie. Calda e, per così dire, petulante è la luce che rischiara i conviti e i festini; però, se da imposta allo improvviso aperta essa prorompe, ti parrà che insulti la notte, anzi pare che la provochi e la ferisca. Più modesto, non pertanto meno sicuro splende il lume compagno agli studi della sapienza, come quello che sa essere luce in traccia di luce; ma il lume acceso della tribolazione trema, e supplica che al suo dolore non si aggiunga il dolore della tenebra: abbastanza la travaglia la vita delle miserie circostanti, perchè non vengano anche i fantasmi della notte a crescerle il peso.

E non sarebbe stato difficile indovinare che i lumi, i quali in cotesta notte scaturivano dalle finestre delle due case di Corte, erano stati accesi dalla tribolazione: per verità uno ardeva nella casa del padre di Giovanbrando, l'altro in quella di Orso Campana.

Vi rammentate di Lellina la figliuola di Orso, che doveva esser moglie di Giovanbrando? Ebbene, essa è quella che veglia. Bisogna che voi impariate meglio a conoscerla, diventando d'ora in poi parte importante della nostra storia; e perchè vi entri bene nella fantasia io ve la vado a descrivere con parole succinte. Di statura è breve, e di membra asciutte, però mirabilmente disposta a sopportare le fatiche; forte come l'acciaio, destra quanto i muffli dei suoi paesi; la pelle pallida le imbrunì il sole, chè il padre usava menarla sempre seco pei monti a caccia, o ai procoi per vigilare le faccende di villa: giusta il costume côrso le vela il capo un pannilino bianco fino alle sopraciglia curve in bell'arco, ma quasi invidiose; gli occhi sempre teneva mezzo chiusi e bassi forse per modestia, o piuttosto perchè sapesse che mettevano paura: in effetto le sue pupille apparivano chiazzate di nero, di celeste chiaro e di giallo, ma, quietando essa, quest'ultimo colore non si distingueva troppo; e gli altri due componevano un cotal grigio scialbato assai somiglievole al piombo polito; quando poi qualche passione l'agitava, il giallo si estendeva, si accendeva; insomma i suoi occhi allora diventavano pari a quelli del gatto salvatico; il volto ovale con sì perfetto contorno che meglio non avrieno disegnato le Grazie: la bocca ombreggiata dalla caluggine del labbro superiore mostrava due margini stretti, e rovesciati in dentro, indizio sicurissimo di animo deliberato e costante.

Questa fanciulla stava seduta sopra una panca dinanzi al camino per abitudine, non già perchè la stagione invogliasse a scaldarsi; da parecchio tempo erasi recata in mano le molle, e percotendo con quelle di tratto in tratto il pavimento, ne aveva scheggiato un mattone; di contro a lei giaceva in terra la serva, vecchia côrsa con gli occhi, il naso e le mani uguali agli occhi, al becco e agli artigli del falco, e forse la somiglianza di lei col falco non finiva qui; teneva le spalle appoggiate, o come i Côrsi dicono, arrembate alla parete, le gambe su ritte, e con le braccia tese e le mani aggruppate si agguantava i ginocchi; anima propria, o piuttosto volontà ella non aveva; bensì con l'occhio fisso nel volto della fanciulla spiava quello che avesse a fare o non fare; il cane in mezzo a loro, aggomitolato a modo di chiocciola, pareva che dormisse; però di tanto in tanto squittendo dava ad intendere sè essere pronto ad avventarsi dove la padrona ordinasse.

Lella, riposte le molle su gli alari, si levò, e dalla cantera della tavola in mezzo alla stanza trasse fuori un trinciante: avendone tentato il taglio col dito le parve ottuso; prese allora la cote, e premendovi sopra la lama con le dita incominciò a strisciarvela obliquamente: poi lo tentò da capo, e trovatolo affilato lo avvolse dentro una salvietta, e lo ripose in tasca. La serva l'agguardava senza far motto, e quando Lella le disse: — andiamo! — si levò su tutta di un pezzo mettendosele dietro, non interrogando dove s'incaminasse, nè per quale causa, nè nulla: il cane sorse a sua posta, e scotendo il pelo parve si accingesse a seguitarle, senonchè la fanciulla fattogli cenno col dito gli ordinava: — tu rimarrai — e il cane mandato un guaito tornò a cucciarsi.

Le donne uscirono e si avviarono difilate alla casa di Matteo Brando. La Lella battè un colpo solo — ma forte e risoluto così da significare: apritemi presto: tuttavolta aspettò e dopo convenevole spazio di tempo ne percosse un altro; — poi un terzo, un quarto: quei di dentro pareva non sentissero, o non volessero sentire; finalmente fu visto il lume mutare luogo, e poco appresso una voce domandò: qual siete voi?

— Aprite. — Schiuso l'uscio Lella entrò, e alla donna che tenendole dietro con la lucerna ripeteva: qual siete voi? non rispose niente, bensì andava tuttavia. Arrivata nella camera soprana la perlustrò con gli occhi, e vide in un canto Matteo Brando genuflesso davanti la immagine della Madonna dei sette dolori; le mani teneva giunte sopra una sedia, e su le mani declinato il capo doloroso. Lella lo tocca lieve lieve su la spalla e il vecchio solleva la faccia domandando: chi siete? che cercate?

— Matteo, voi avete un figliuolo?

— Lo aveva.

— Sta bene; ma ora resta di levare il suo corpo di forca.