Il presidente della Consulta, Paolo Luigi Vinciguerra, poichè tutti si furono assettati, in mezzo al silenzio universale, volto al Paoli gli disse: — Esponete.
Il Paoli parlò in piano stile, e disse delle pratiche tenute, mediatrice la Francia, con la repubblica di Genova per la pace, essere state respinte le offerte del tributo annuo di lire 40 mila pel feudo di Bonifazio e per Capraja, le franchigie commerciali, e le cerne di soldati côrsi in tempo di guerra: allora, poichè ai repubblicani genovesi coceva tanto la perdita del titolo di re, avere proposto che sel tenessero, e la Corsica, purchè sgombra di loro, avrebbe retribuito un omaggio annuale a mo' che il Re di Sicilia costumava con Roma: in oltre (e questo era quel più, che da lui si fosse potuto consentire) tenesse Genova presidio in qualche città litoranea della Corsica: nè anche questo avere potuto attecchire. Fra tanto i gesuiti spinti fuori di Spagna essere stati accolti dai Genovesi in Calvi, Ajaccio, Algajola, dalla qual cosa inalberati i Francesi votarono codesti presidii; noi stavamo a un pelo di occuparli; si posero fra mezzo i Francesi, perchè fino al termine della lega gli lasciassimo stare; allora se Genova non si fosse composta con esso noi ci chiarivano liberi di tutelare i nostri diritti come la intendessimo. Desideroso tenermi bene edificata la Francia, obbedii. Di un tratto la Francia, o piuttosto il suo ministro duca di Choiseul, pari all'amico che frequentando la casa dello amico ne concupisce la moglie, promette lasciare libera la Corsica di governarsi a suo senno, a patto che gli concediamo noi San Fiorenzo e Bastia con tutta la contrada, che da queste due città si distende fino a Capo Côrso. E' parve pretensione strana, perchè in breve spazio due governi diversi e per necessità ostili non potevano durare; massime se potentissimo l'uno, e l'altro si sente ed è in effetto debole; la pignatta di ferro accanto a quella di coccio; per ultimo, popoli da evo immemorabile congiunti, di repente lacerati; dissi: amare meglio ci sottomettessero interi, che pigliarci a questo modo divisi. Onde non lasciare intentato spediente per vedere se umiltà vincesse superbia, offersi altresì che il re di Francia assumesse titolo e ufficio di protettore della libertà Côrsa, per difendere la quale presidiasse Bastia, San Fiorenzo e Capo Côrso. Risposero smettessero i Côrsi l'audacia di presumere che il Cristianissimo volesse accettare di simile sorte confederati. Subito dopo corse una voce molesta, che la Francia avesse comprato noi altri da Genova; da Genova, contro la tirannide della quale un giorno ci somministrò armi e sussidii; da Genova, contro la tirannide della quale ai tempi nostri stette per difenditrice; da Genova, che sa non potere vantare su di noi potestà se non convenzionata, e però tale che senza il consenso delle parti contraenti non possa mutarsi; e compra noi altri che da quaranta anni ci travagliamo nelle lotte sanguinose della libertà, come il macellaio costuma un branco di montoni. La Francia è potente, troppo potente per noi, onde potrebbe astenersi dagli inganni; ma no, le piace approfittarsi anche di questi, e mentre il duca di Choiseul mi manda a dire, che delle nuove milizie spedite in Corsica io non mi adombri, ecco che il conte di Marbeuf appena sbarcato m'intima a rimettergli in mano senza indugio San Fiorenzo, Bastia, Algaiola, Isola Rossa, Macinaggio, e Gornali. Risposi breve: averli i Côrsi acquistati col sangue; senza sangue non li avrebbero lasciati. Il marchese di Chauvelin, capitano della impresa, da Bastia ha pubblicato il suo bando; voi lo conoscete; promette farvi del bene assai, e confida di non avervi a trattare da ribelli; e voi dovete estimarvi avventurosi di essere cascati nella servitù della Francia, perchè la libertà non temperata da buoni ordinamenti mena i popoli alla servitù. Frattanto si rompe slealmente la guerra prima che spiri la tregua, e, malgrado la resistenza dei nostri, parte del Nebbio, molti luoghi di Casinca e di Capo Côrso vengono espugnati da loro. Già la gazzetta di Francia ridonda delle iattanze consuete intorno al valore ed alla fortuna delle armi del Re. È inutile che io v'informi come la mia fama sia fatta segno di vituperii; dove io, essi affermano, dove io non insidiassi la libertà vostra, forse avrei avuto virtù per governarvi con gloria; i cieli vi destinano a sovrano Luigi XV il quale possiede certo le virtù di reggervi con gloria serbando intatta la vostra libertà. A me poi se lamento la iniqua oppressione rispondono: colpa vostra; perchè quando volevamo mutilare la Corsica del Capo Côrso, di San Fiorenzo e di Bastia, voi urlaste meglio è che le tolghiate addirittura la vita; noi abbiamo visto, che voi avevate ragione e l'ammazziamo. In questa guisa si ragiona in Francia. Adesso che vi ho esposto lo stato delle cose nel quale ci versiamo, deliberate voi liberamente se vi piaccia accordare o piuttosto respingere la forza con la forza: se vi garbi la pace, io tornerò in esilio dispiacente di non aver fatto per la mia patria quanto poteva, e senza dubbio poi quanto voleva, pure sempre obbediente ai voleri del popolo, sia restando, sia partendo; se all'opposto sceglierete la guerra, considerate se l'abbia ad amministrare io od altri; se giudicherete altri, dirò come la madre di Brasida diceva del figliuolo: esulto, che la patria abbia cittadini migliori di me; se io, sarò una spada nelle vostre mani, la quale percoterà sempre, finchè o non vinca o si rompa.
Così avendo parlato si disponeva a partire, quando Marco Aurelio Rossi oratore della Consulta saltò su a dire, non doversi a verun patto permettere, che in faccenda tanto grave il generale si allontanasse: rimanesse, e quasi anima dell'assemblea con i suoi consigli la ispirasse.
— Che piacenterie sono queste, oratore? proruppe sdegnoso il padre Bernardino Casacconi, il quale giusto sedeva nella Consulta come procuratore del Comune di Casacconi. — Non vi vergognate? chi fece la legge primo la obbedisca: fuori il generale.
— E ciò, soggiunse pacato il Paoli, tanto più importa che sia in quanto che restando non mancherebbero di bociare su pei canti avere io con rigiri strascinata la Consulta alle mie voglie. Il procuratore di Casacconi ha ragione; concedete, che io vi lasci liberi a discutere il partito desiderando, e sperando, che riesca quale la dignità della Patria aspetta da voi.
Uscito di chiesa con piccola accompagnatura intendeva tornarsene a casa per aspettare costà il partito della Consulta, ma il capo gli bolliva così, che gli parve bene rimanersi alcun poco all'aria aperta. Intanto che andava pensieroso s'imbattè nel colonnello Valcroissant, il quale in compagnia di certo suo ufficiale di ordinanza, e di Altobello Alando datogli in quel giorno di guardia, percorreva le strade notando diligentissimamente i casi che si succedevano. Appena il colonnello ebbe scorto il generale gli si fe' incontro, e dopo alternati i saluti, gli domandò:
— Or come avviene, signor generale, che non vi troviate a presiedere la consulta?
— A me non tocca.
— Sia pure così: ma almeno dovreste stare presente alle deliberazioni, massime quando scottano davvero.