— Padre Bernardino, uditemi: voi per fermo sapete come Marco Aurelio assunto allo impero consegnando la spada al prefetto del palazzo gli dicesse: — Tu con questa difendimi finchè osservo la legge; quando la trasgredissi ammazzami con questa; — e io dico a voi: — pigliate questo pugnale; ve lo do con le medesime intenzioni di Marco Aurelio, pigliate.
— No, Pasquale: vogliate non essere nè manco Marco Aurelio; egli si professò filosofo, ma a fine di conto rimase imperatore; onde a ragione Epitteto evitava disputare con lui, reputando cosa da matto venire a litigio anche di parole con tale che teneva al suo comando sessanta legioni. Coteste erano chiacchere; se Marco Aurelio avesse temuto del prefetto questi avrebbe finito come la giustizia di Arragona. Persuadetevi, giova più per tutti procurare che il male non accada, che rimediarci accaduto.
— Ma adesso che questo benedetto trono sta su ritto, io non so a qual santo votarmi.
— Non vi date travaglio per ciò, ecco, che io vi profferisco un partito bellissimo: assettatevi accanto al trono, e se taluno interroga, perchè usiate così, e voi rispondete: il trono fu eretto per la libertà della nazione, la quale, comecchè sia ente astratto pure noi tutti dobbiamo estimare presente alle nostre deliberazioni, affinchè ella ci infonda partiti degni di lei.
— Mi piace; così farò, siete contento?
— Sì, sono; ma vorrei un'altra grazia da voi; la ricuserete all'amico di vostro padre?
— Parlate.
— Vorrei, che mi diceste proprio col cuore se vi siete avuto a male di quanto vi discorsi?
— Datemi la mano: ecco io ve la bacio come quella di mio padre quando mi castigava per mio bene.
— Ed io, soggiunse il frate liberando la sua mano e ponendola sul capo al generale, vi benedico, come avrebbe fatto la grande anima del povero signor Giacinto, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.