— E chi è che manda coteste lettere?

— Ma! ce ne ha di sua grazia lord Pembroke, del reverendissimo vescovo Harley, del cappellano Burnaby, del signor Giangiacomo Rousseau cittadino di Ginevra.

— Sì, signore, io spedisco la mezza galera in Corsica; e quando vi ci vogliate imbarcare, consideratela come cosa vostra.

— Bene! — rispose il Boswell facendosi girare la scatola fra le dita; — ma perchè vi siete ostinato fino...? — Ed esitava a finire.

— Fino alla bugiarderia? — domandò il Giacomini, ed abbrancati con infinita passione i fogli deposti sul banco, disse: — Potete ripromettervi che il vostro sangue inglese, il vostro sangue di uomo libero, spingendosi contro il vostro cuore, non lo romperà d'ira e di vergogna? Lo potete? Udite allora. Sua Maestà il re di Francia, l'amatissimo Luigi XV, si degna avvisarci come egli ci abbia comprato, e la repubblica di Genova venduto. Capite bene: noi, anime cristiane, redente del sangue di Gesù Cristo, comprate e vendute! Poi ci promette che si compiacerà governare la nostra isola con vantaggio di coloro i quali si sottometteranno ai suoi diritti sovrani, la preserverà dai tumulti che da tanti anni l'agitano, e spera non trovarsi ridotto dalla necessità a trattarvi come sudditi ribelli, mostrandosi i Côrsi solleciti di evitare i torbidi che distruggerebbero un popolo accolto con tanta benevolenza dal re nel novero de' suoi sudditi.[2] Che ve ne pare? Non è egli magnanimo, liberale, generoso questo prediletto Luigi XV?

— Così ho letto nell'Addison che sant'Antonio predicava ai pesci esultassero perchè il Salvatore gli aveva eletti per sua particolare pietanza.[3] In verità le sono cose da ridere coteste.

— Certo sì, farebbero ridere, se la fortuna matta non avesse ricucito insieme ventisei milioni di cotesti matti; ma ohimè! ventisei milioni di matti fanno piangere sempre i savii. Adesso mo' sentite quest'altro: Monsieur Claudio Francesco marchese di Chauvelin, gran croce dell'ordine reale e militare di san Luigi, maestro della guardaroba del re, governatore dei castelli e della città di Uguina, tenente generale degli eserciti del re, comandante in capo delle milizie di Sua Maestà Cristianissima in Corsica, ordina e comanda che tutti i naviganti côrsi prendano bandiera francese sotto pena di essere trattati come pirati e furfanti, e qualunque bastimento fosse trovato sprovveduto delle patenti regie si confischi senza altro. Ora come signore discreto, andrete capace come io non mi tenessi obbligato di confidare al primo venuto che io sto in procinto di spedire un legno in Corsica; per ultimo molto più che, innanzi d'inalberarci quella cosa sciapita della bandiera bianca, io torrei a farlo passare per occhio. Dopo quanto vi ho esposto, io dubito che vi sia uscita la voglia di andare in Corsica.

— All'opposto, mi è cresciuta due volte. Io andrò senz'altro.

— Ma allora abbiate fiducia in me, come io l'ho avuta in voi. Ditemi se per avventura vi manda il governo di S. M. Britannica. Ha egli conosciuto finalmente il solenne sproposito commesso nello abbandonarci? Su via, purchè si faccia presto, ci è sempre tempo a ripararlo. Parlate... parlate, chè questa notizia mi riavrebbe da morte a vita. — E il vecchio moribondo agitavasi con la persona troppo più che non facesse il Boswell, giovane e gagliardo.

— Nessuno mi manda, io vengo da me; però molti amici si appassionano meco per la libertà della Corsica e la sovverranno, mossi dai miei conforti, per quanto valgono le loro facoltà. Ancora, noi non siamo bastanti a costringere la corona, a mutare governo, ovvero a imporle modo di politica esterna diverso da quello praticato fin qui, tuttavolta siamo forti quanto bisogna per moverle potente opposizione e persuaderla per lo suo meglio a mutare. Questa è la verità.