Mentre il generale Paoli stava per mandare intimazione al comandante Ludre di arrendersi senza indugio, gli fu annunziato un parlamentario per parte dei Francesi; fattolo subito mettere dentro la stanza lo accolse secondo il suo costume in piedi e passeggiando. Il cane Nasone tornato a casa aveva ripigliato il suo ufficio standosene a giacere in mezzo alla sala. L'ufficiale dopo i consueti saluti espose con parole succinte, il comandante Ludre avrebbe reso il borgo se in capo a 24 ore non fosse stato soccorso: intanto gli mandassero i Côrsi provvisioni di bocca, che verrebbero pagate a prezzo corrente; passate le ore 24, senza che alcuno uscisse ad aiutarlo, gli fosse lecito abbandonare il Borgo con gli onori di guerra, le bandiere spiegate, tamburi battenti, e tornarsene con tutta la sua gente a Bastia, portando seco cannoni, bagagli e munizioni di guerra.
— Avete da aggiungere altro?
— Non ci è altro.
— Tornate al signor comandante, salutatelo in mio nome e ditegli: circa agli onori di guerra egli gli avrà tutti; le sue bandiere porti seco; millanterie nè iattanza garbano ai Côrsi, e chi abusa della buona fortuna dimostra non meritarla; le umiliazioni inaspriscono gli animi e piacciono ai barbari o ai vili. Rispetto alle armi e alle munizioni noi ne siamo privi; bisogna che ce le diate; non vi sarebbe nè manco onore vincere gente disarmata; gli arsenali di Francia poi ne possiedono a macca per rifornirvene fra giorni; potrei esigere il giuramento, che fino a guerra finita non ripiglierete più le armi, ma ci rinunzio perchè avendo veduto come per ordinario siffatte promesse non si osservino, voglio risparmiare a voi la vergogna di mancarci, a me il disgusto di punirvi, caso mai mi ricapitaste fra mano; tutti i Francesi con queste condizioni escano dal Borgo fra un'ora; gli altri rimangano. Andate.
— Signor Generale, rispose il parlamentario con voce alterata facendo sforzi infiniti per contenersi, signor Generale, voi ci trattate come se ci aveste messo i piedi sul collo; un'ora! ma ci vuole più tempo a sellare i cavalli. Questa condizione non palesa punto la cortesia che presumete mostrarci.
— Per Dio santo! urlò il Generale picchiando col pugno chiuso su la tavola, intanto che i suoi occhi balenarono — e chi siete voi per vituperare in altrui quello che voi stessi stimate potere fare con lode? Vi rammentate? Qui.... sono pochi mesi, quando contro la fede della tregua voi scorrazzavate per Capo côrso, il Nebbio e la Biguglia, mandai da Lento un messaggio al marchese Chauvelin perchè mi concedesse sei giorni di armistizio al fine di radunare i rappresentanti del popolo perchè sopra le proprie sorti deliberassero. Avete obliato quello, che mi mandò a rispondere? Noi lo ricordiamo: se vi piace sottomettervi sottomettetevi: tregua non vi si concede nè manco un'ora. E a ridurre un popolo fiero, che da quaranta anni combatte per la libertà, al giogo amarissimo del servaggio straniero, mi sembra, signore ufficiale, che ci volesse un po' più di tempo, che a poche centinaia di vinti per uscire da un ricinto di case. — Quando voi mi pagaste cotesta moneta la dicevate fatta di oro di coppella, perchè coniata da zecca francese; ed ora che io ve la restituisco tale e quale, non la riconoscerete più? Osereste sostenere ch'io ve l'abbia falsata? A cui sputa contro vento la saliva ritorna in faccia. Non una parola di più, partite.
E levandosi l'orologio di tasca lo pose sopra la tavola. L'ufficiale si partì pensando forse poteva darsi, tutto il torto non fosse del Generale côrso, e per la presunzione francese non era poco.
Il comandante Ludre radunò da capo il consiglio di guerra; veramente non s'intendeva a che fare: ma e nelle malattie non si manda pei medici ed anco più famosi quando l'infermo boccheggia in articulo mortis? L'uomo è schiavo legato alla catena dei costumi. La milizia francese indi a breve conobbe i patti della resa, e le parvero ostici: perchè la cosa che abbia virtù di percotere più forte le menti dei Francesi sia la umiliazione, e volentieri lo confesso, quella che sopportino meno, e vendichino più presto; ma la necessità gli stringeva con tanaglie di ferro.
Si trovava allora per caso tra i Francesi al Borgo un Mattei di Lota traditore e spia, il quale si era condotto al Borgo per rivendere l'anima sua a minuto indicando strade, scoprendo imboscate, e commettendo anco di peggio se di peggio avessero avuto i Francesi bisogno, ed egli protestò di farlo. Avvertito dei patti della resa se gli sentì appuntare al cuore come la cima d'una spada; però non mise tempo fra mezzo di condursi ai quartieri del Ludre per dimostrargli il debito, anzi la necessità di salvarlo ad ogni costo: respinto dal piantone schiamazzò, pregò e per ultimo minacciò: e furono parole perdute; convinto finalmente ch'ei diceva le sue ragioni agli sbirri, si apprese a nuovo partito il quale fu questo: salì sul tetto della prossima casa, e quindi arrampicandosi giunse a quello del quartiere del Ludre: qui rovesciò la lavagna murata ad angolo su la cappa del camino, e bravamente si cacciò giù per la gola fuligginosa. Mentre il comandante approfittandosi del tempo brevissimo stava per mettere fuoco ad un fascio di carte portate sul camino, ecco con molta paura rotolare giù una figura mostruosa, che non avrebbe così di leggieri riconosciuta, se non si fosse dato pensiero di gridare subito:
— Non dubitate di nulla, signor comandante, sono il vostro confederato Mattei: ho sentito cosa alla quale mi riesce impossibile credere, voglio dire che quel traditore del Paoli non vuole ricevere a patti che i Francesi soltanto, in quanto a lui, cotesto ribelle di S. M. cristianissima, lo conosco capace di questo e di altro, ma voi spero, signor comandante, che siete quanta lealtà e quanto onore vivono nel mondo, rigetterete di certo il vituperio di simili condizioni.