E Matteo a pezzi e a bocconi glielo disse, dando la colpa di ogni cosa al Generale che lo aveva sforzato a venire in Bastia: aggiunse, ogni giorno più lui allungare gli ugnoli da tiranno; oggimai non gli si poteva più reggere accanto; avere reso a tutti manifesto il suo cuore ingrato e maligno: ai vecchi amici preferire qualunque nuovo avventuriere; quelli che lo amarono tanto, e tanto patirono per lui, messi in non cale; prima essersi innamorato di quella statua di cera del Boswell, adesso impazzire dietro quel fastidioso arrogante dello Alando; lui, una volta ad ogni altro preferito, adesso posposto a tutti; non adoperarlo in ufficio più degno che quello di staffiere; la sua bocca non aprirsi più per lui a confidenze di sorte alcuna, al contrario se sopraggiunga inaspettato mentre egli con altri ragiona, tacersi come davanti a sospetto; a queste querimonie ne aggiungeva altre infinite accendendosi, e per così dire inviperendosi col suono della propria voce nel modo che il cavallo inferocisce allo squillo delle trombe di guerra. Lella lo agguardava fisso dentro gli occhi mentre egli favellava: dapprima le pupille del giovane sfuggirono cotesto ardente sguardo; per ultimo ne rimase vinto e tacque come ammaliato; la fanciulla cominciò a guardarlo e a pensare; ad un tratto rompendo il silenzio disse:
— I danari si potrebbero trovare....
— Ah! e come?
— Sposandomi.
— Ma questo sarebbe a toccare la cima dei miei pensieri. Voi sapete, Lella, quanto vi abbia amato; s'ebbi a renunziare a voi fu colpa mia, Lella?
— Certo fu mia; io non volli ascoltarvi, e nè anco adesso vi ascolterò.
— Dunque mi desiderate morto e infamato?
— No, io intendo essere vendicata. Sul corpo di Giovan Bruno giurai che non avrei tolto a marito se non quello che avrebbe vendicato il suo sangue.
— Io lo vendicherò.
— Voi?