— Ecco, signor Pievano, mi raccomando a voi.

Il Pievano singhiozzando pronunciò le parole sacramentali, congiunse le destre mentre sentiva mancargli sotto le dita, il polso di Serena, impose loro sul capo le mani, e supplicò il Signore, non già che ci versasse grazie, bensì misericordie; non compartisse gioie, che ormai non era tempo da questo, ma termine a tanti patimenti.

Altobello prese la mano di Serena quasi fredda, e la inanellò con l'anello che le porse la madre; poi, superato il ribrezzo, baciatala in fronte, disse:

— Vita mia!

E la morente con un filo di voce:

— Non dirmi vita, perchè allora temerò che il tuo amore sia caduco e affannoso, come la vita che mi manca; chiamami anima, e allora lo crederò immortale come lei — e lo continueremo lassù...

— Oh! sì, anima pura, anima degna di miglior sorte quaggiù — e si coperse con le mani il volto, perchè sentiva scoppiarsi il pianto; ma l'agonizzante, con suono appena distinto, lo supplicò:

— Deh! non celarmi la tua bella faccia, Altobello mio, stringimi la mano, sorridimi; il sorriso è fiore dell'anima, ed io me ne vo andare in paradiso in mezzo ai profumi dell'amore.

E, piegato il capo, diè in un gemito, che non fu di angoscia; versò una lacrima, che non espresse il suo dolore; bensì fu gocciola di rugiada celeste, che l'Angiolo custode scosse dall'ale in refrigerio di cotesta desolata creatura.

— Mamma, è spirata?