Scesero tutti, ed entrarono nella Sagrestia, dove sta esposto il modello di legno assai bene architettato, e condotto con fino lavorio, pure non tale da meritarsi codesta lode smodata; senonchè la guida aggiunse: — Prima era tutto di argento, donato alla chiesa da un Filippi arricchito in America, a cui costò un milione e mezzo di lire; prima di disfare il Tabernacolo di argento ne cavammo questo modello per memoria dell'opera, non del dono; avrete forse sentito a dire o sentirete da qualcheduno che noi Tominesi repugnando dal dare il nostro Tabernacolo al generale Paoli pei bisogni della patria, lo sottraessimo mettendolo sotto terra; non gli date retta; fummo proprio noi che glielo andammo a profferire, come offrimmo a Roma il magnifico ostensorio di argento del peso giusto di un rubbo, e il Papa in beneficenza ci promise quattro scudi romani all'anno!

— O pelo o pelle con Roma bisogna lasciarci, pensò il signor Giacomo; nè anco l'uno per cento senza contare la fattura: la Curia romana è donna, ma non ebbe mai bisogno di curatore: poi a voce alta chiese: avete detto promesso; per avventura non li pagarono mai?

— No, signore, li pagarono per pochi anni; in seguito le disdette della chiesa non permisero retribuire più oltre questo piccolo censo.

— Ahimè! si direbbe, che la vigna del Signore sia peggio trattata di quella dell'empio; colà sempre grandine, sempre tempesta.

Altobello, pauroso che il colloquio pigliasse piega spiacevole per la madre sua piuttosto pinzochera che devota, unica macchia fra tanto splendore, alzando il dito accennò:

— Vedete cotesta torre là? noi altri la chiamiamo la torre di Seneca, e tutto questo distretto ha nome da Seneca.

— Se questo fu il luogo della relegazione di Seneca, certo non si riconoscerebbe per la orribile descrizione ch'egli ne fa nella epistola ad Elvia sua madre, ma il tedio dell'esilio glielo avrà fatto comparire più tristo, e da quel tempo in poi voglio credere, che la natura e la industria lo abbiano reso più bello.

— Poi oltre la torre troveremo Mercurio, dove la fama narra, che Seneca fosse flagellato con le ortiche dalle donne a cagione della sua incontinenza.

— Ohibò! coteste mi paiono grullerie: vi sembra probabile, che Seneca fra tante angustie avesse capo a siffatte novelle? Uscito di Roma, sazio di femmine senatorie e imperiali, come supporre, che gli venisse vaghezza di rincorrere le donne per questi balzi a mo' di Satiro? Che ne dice la mia rispettabile signora Francesca Domenica?

— La medesima vendetta si racconta che le donne di Bonifazio e di Sollacarò abbiano preso in simile occasione; ma io le reputo favole tutte, perchè la donna prudente difende l'onore suo, e non ostenta la difesa, sentendosi abbastanza umiliata dal sapere, che altri con parole, anzi pure col pensiero, le abbia recato oltraggio.