Il signor Boswell, consultato il suo taccuino, si condusse senza sbagliare nella piazza grande: quando fu sopra la crociata del duomo, si girò a destra, e visto di fondo alla lunga strada spuntare parecchi pennoni di bastimenti, avviossi costà con passi accelerati, sicuro del fatto suo. In andando teneva la faccia voltata sopra la spalla sinistra, come le nottole nel volare costumano, e fissa a leggere il numero dipinto sopra gli stipiti delle porte de' casamenti. Di un tratto sta, rilegge il numero e mormora:
— Senz'altro è qui.
Guarda meglio, volta la faccia in su e mira una casaccia sciatta, scappata di mano all'architetto tra uno sbadiglio e uno starnuto, con certe nicchie ovali a tutti i piani nel sodo, tra una finestra e l'altra ornato di busti, i quali a tanta lontananza non sapevi distinguere se fossero di marmo o di bronzo o di che cosa si fossero; e peggio ancora non si conosceva se rappresentassero principi di corona o persone di garbo, o se turchi, ebrei o cristian rinnegati. Ai noti segni confermandosi nel suo giudizio, il signor Giacomo, dato un giro alla tabacchiera, ripetè:
— È qui.
Ma dove qui? abbacava poi dentro di sè. Da un lato gli si mostra una bottega con la insegna di una immane mignatta di lamiera tinta di verde, la quale vomitava un torrente di bambagine colorita nella robbia in simulacro di sangue e faceva fede lì dentro vendersi le mignatte. Ora pareva al signor Giacomo che un mercante rispettabile (anche a quei tempi in commercio chiamavasi rispettabile chi aveva quattrini, fuori di commercio divo ed augusto, e tuttavia si chiama) non avesse a trovarsi in combutta con le mignatte: e posto eziandio alla più trista che la prima qualità di mercante non facesse ostacolo, per la seconda poi di rispettabile non ci quadrava assolutamente. Dall'opposto lato dentro un'altra bottega, il più innocente dei peccati mortali, sotto la forma di marzapani e di zuccherini, tendeva le reti per uccellare anime al demonio. Quante insidie alla nostra salute! e la nostra umanità è tanto frale! Chi avrebbe mai presagito un dì che Satana, proprio lui, per perdere un'anima cristiana, avesse potuto assumere la figura di confetto parlante? Ci pensino i confessori, ci pensino seriamente e ci provvedano.
Però, se un mercante rispettabile non poteva avere pratica con le mignatte, molto meno era da credersi tenesse domicilio comune co' marzapani. Tuttavolta, quasi nascosta tra gli sporti delle due botteghe, a cui ci avesse con diligenza atteso, sarebbe riuscito scoprire un'altra porta angusta, nera nera nera poco meno della coscienza di un gesuita o di un moderato, chè ella è tutta una minestra; ma, a quanto appariva, la porta era di bottega; e tuttavolta non ci cascava dubbio, cotesto per lo appunto era il luogo che indicavano i ricordi del signor Boswell. Ora, poichè non ci lesse scritto sopra:
Uscite di speranza, o voi ch'entrate,
come su la porta dello inferno (e nello inferno il signor Giacomo non ci credeva; e quando anco ci avesse creduto, egli non ignorava che anco dallo inferno si esce, non fosse altro, agguantandosi ai peli dell'anguinaia del diavolo, a modo che Dante adoperò), il nostro eroe, risoluto, si mise dentro alle segrete cose.
Inoltrandosi nello andito lungo, a poco poco la luce illanguidì, cassò del tutto, tornò ad apparire annacquata, un po' meno; per ultimo venne a riuscire in una chiostra.
Chiostra ho detto, e doveva dire campo di battaglia non che museo delle geste e delle glorie del commercio, quivi disposto dalla mano della Memoria in trofeo. Colà il signor Giacomo contemplò botti, damigiane, caratelli incerati, involture di canapetta, brani di stuoie, casse di ogni maniera, fra le quali ne riconobbe parecchie di origine britannica, nobile orgoglio per un cuore inglese! Sul culmine del trofeo, come su l'elmo di quel Niccolino che combattè a Benevento e fu sì infesto al re Manfredi, sedeva un gatto.[1]