— Non ricusate, Giovanni, la provvidenza che Dio vi manda; non vogliate peccare di superbia.

— Eh! giusto; io sono troppo povero, mio signore, per concedermi il lusso dei peccati mortali.

— Dunque obbedite; prendete e andate per le vostre faccende.

— Obbedirò, e Dio gliene renda merito un'altra volta. Oh! la è pure la bella cosa essere ricco: ed io, veda, mi ci sono messo a desiderarlo più di una volta, perchè mi è parso che a far bene ai poveri si ha da provare un gusto matto; e ora che mi è capitata questa fortuna, il gusto me lo vo' cavare ancor io; una delle monete che vostra signoria mi ha dato, vo' mandarla al Paoli.

— Com'entra qui il generale Paoli? come conoscete voi il generale Paoli? in qual modo è egli povero il signor generale Paoli?

— Io lo conosco, e lo posso conoscere come gli altri, perchè la buona reputazione entra gratis nelle orecchie di noi altri poveri come in quelle dei ricchi. Lo credo povero, perchè, il Paoli e la Corsica facendo una cosa sola, so che la Corsica è poverina e poi, ne vada la testa, non vuole patire prepotenze dalla Francia, la quale non si vergogna di mettersi a repentaglio con lei, chè sarebbe come se un pescecane invitasse a' morsi un ghiozzo del molo. E ci entra il Paoli, e ci entro io, perchè ad amare la libertà non si paga nulla, ed io amo con tutto il cuore la libertà e il Paoli, e benedetta la sua faccia che la difende!

— Oh! — proruppe il Boswell cacciandosi a precipizio la scatola dentro la tasca della sottoveste; poi, con ambedue le mani libere, presa la mano del vetturino e stringendogliela e scotendogliela fino a slogargli la clavicola del braccio, ripeteva: — Benissimo, bene... bene! Giovanni, io da questo non vi dissuado davvero, perchè quello che voi avrete speso in benefizio della libertà del genere umano, Dio misericordioso, oltre il merito nell'altro mondo riservato alle anime sante, ve lo renderà centuplicato anco in questo, non fosse altro, col sentimento della vostra dignità.

Aveva meco stesso disegnato non interrompere con digressioni il filo del racconto, properando a scavezzacollo verso la fine, come insegna Orazio nella poetica, ma con inestimabile amarezza mi tocca a rompere il proponimento, non già per colpa mia, bensì per contraddire a certe voci che mi odo bisbigliare qui attorno. «Costui, dicono le voci, delira; comprendiamo anco noi che a chi racconta novelle è mestieri fare la parte larga della fantasia, ma spingere fino al mostruoso la immaginazione, questo non patiremo mai. S'intende acqua, ma non tempesta! I vetturini di Livorno, a sentirlo, procedevano sviscerati della libertà nel secolo passato, mentre nel nostro gli stessi signori negozianti e gli altri che vanno per la maggiore in cotesta terra, o non la conoscono o, conosciuta, si affretterebbero a disfarsene come la peggiore delle derrate.» Ora io rispondo: Quanto ai Livornesi del tempo che corre, io non saprei, chè da parecchi anni vivo lontano da casa; ma non ci credo, e mi giova non crederci. Forse qualche sciagurato non aborrì procacciare a' suoi figliuoli perpetuo retaggio d'infamia; ma come un fiore non fa ghirlanda, così nè anche, dove apparisce un diavolo, ecci lo inferno. Ad ogni modo i Livornesi soli accolsero i Tedeschi a cannonate in Toscana; certo nelle difese non durarono nè potevano durare; non importa, non per questo palesarono meno l'odio contro la razza esecrata: e se tu pensi alla comune viltà, quanto fu minore la possa, invece di cavarne materia di biasimo, come fanno taluni codardi maligni, tanto ti parrà più grande il cuore di avere maledetto faccia a faccia un prepotente nemico. Quello che narro del popolo livornese del secolo passato, se non vuolsi credere a me, credetelo ad Ottavio Renucci, che prima fu gesuita e poi galantuomo (trasformazione difficile, ma che pure è talora accaduta); credetelo all'abate Giovacchino Cambiagi, le scritture dei quali (che storie non mi attento dire) io vi prometto farvi toccare proprio con le mani in altra parte di questa storia. Per ora contentatevi così.

Dunque si metta in sodo, per quello che può valere, come, cento anni sono, il popolo livornese amasse la libertà.

CAPITOLO II. Il mercante côrso