E per di più vogliano considerare i discreti che al poeta drammatico soccorrono molti uomini e le arti loro, mentre al romanziero tocca a formare i suoi personaggi cavandoseli dal cervello: egli ha da architettare le fabbriche, egli ornare le sale, egli dipingere boschi e cielo e stagioni e fiumi e navi; egli deve dare a bere, mangiare, dormire e vestire a tutte le creature della sua fantasia. Nei poemi epici ad ogni piè sospinto non c'imbattiamo noi in ipotiposi, prosopografie, similitudini, descrizioni e simili? ora dunque perchè siffatte cose saranno colà lodate, e biasimate nel romanzo? Nel romanzo poi s'insinua un altro elemento a renderlo più completo, ed è il buono umore per chi sa esporlo. Questo elemento rigettano da sè sdegnosamente i poemi epici e la tragedia, come idalghi spagnuoli paurosi di contaminare la nobiltà del loro sangue; lo accolgono invece come anima i poemi eroicomici. Il romanzo e i drammi ricevono il buono umore non come forma esclusiva, nè lo rigettano come plebeo, imperciocchè queste due composizioni non aderiscano a forma prefinita, ma si modellino sopra la vita umana. Il romanziero, in certo modo, è panteista: tutto reputa buono e dicevole, purchè sia in natura; e se rincresce, colpa è di quelli che lo adoperano con mal garbo. Egli ritratta gli uomini quali vivono e sentono, e non quali li ha fatti l'arte con certe sue regole statuarie. E se alcuno dicesse: ma a che giova la descrizione del grottesco, del tristo, e dello scellerato? A che giova? giova a farvi conoscere la umanità; giova a farvi conoscere le malattie che la travagliano, onde si possano con opportuni rimedii curarle. E badate bene a quello che io dico: se le lettere devono tornare utili agli uomini, devono ancora coraggiosamente imprendere tutto quanto è capace a partorire un simile effetto, e non ispaventarsi a perdere un poco di lindezza, e trattare ulcere e piaghe; se poi vogliono durare o diventare cose da museo, impagliate e messe in iscaffali, si ostinino a riprodurre una formula consumata. La formula deve sempre contenere le passioni e la sapienza dei tempi; quando i tempi superano i confini, allora conviene dilatarla; — ed oggi le passioni e le smanie del sapere mi paiono immense.
Ma qui mi fermo, perchè mi sento sospingere verso quei nuvoli ragionatori che io tanto aborro, e non mi voglio avviluppare senza filo pei laberinti dei ragionamenti e non ragionamenti, considerazioni e limitazioni, restrizioni, ampliazioni di tutti coloro che io battezzerei per legislatori delle cose di questo mondo e di quell'altro con lo inchiostro in cui tuffano la penna. E poi mi fermo, perchè chi fa orologi deve badare che le lancette segnino l'ora giusta senza arrovellarsi a dire quali e quante ruote egli adopri. Le prefazioni all'opere d'immaginazione mi paiono paracadute, come troppo spesso le opere a cui vanno aggiunte sono palloni volanti. E così parodiando, servatis servandis, la risposta di Scipione accusato di peculato, mi fosse concesso esclamare: «Invece di perdere tempo a confutare le oziosità di coloro che si affibbiano la giornea di critici, perchè scrittori non possono nè sanno essere, andiamo a dettare una qualche bella storia o a immaginare un romanzo!»
Ora venendo a ragionare un pocolino di me, ma prestamente, e con quella velocità con la quale toccando a caso un tizzo infuocato ritiriamo la mano, dirò che non reputo cosa giusta avermi classato, siccome hanno fatto capo coda, fra i desolatori del genere umano. Prima di tutto il genere umano ha bene altro a pensare che tenere dietro alle mie povere fantasie, nè egli vorrebbe dare del capo nei muri per tanta piccola cosa come sono le mie parole; e finalmente perchè l'accusa mi sembra falsa del tutto.
Quando vogliamo giudicare un libro, giustizia impone che l'esame deva fondarsi sopra il suo insieme, non già sopra una qualche parte staccata; più ancora, nei componimenti drammatici non bisogna credere che le parole poste sopra i labbri di un personaggio contengano la espressione della fede dello scrittore. Questo sarebbe errore a un punto, e ingiustizia. L'anima umana precede più spesso che noi non supponiamo per via di contrasto; e dal vagheggiare che uomo faccia di tristi spettacoli, anzichè trarre la conseguenza di feroce talento, bene spesso si dilunga meno dal vero colui che pensa derivare simile disposizione dalla veemente impressione che gli atti di ferocia o di perfidia fecero sopra un'anima troppo sensibile, e viceversa: così la storia della letteratura ci narra come Bernardino di Saint-Pierre, tanto tenero scrittore, fosse uomo acerbo anzi che no, e Anna Radcliffe e Mathurin, immaginatori di orribili cose, ingegni miti e piacevoli.
Crebillon, quel truce compositore di tragedie, fu tenerissimo alla moglie e la pianse vedovo sconsolato per ben cinquant'anni... Non vi pare ella cosa, più che mortal, quasi divina piangere cinquant'anni la consorte defunta! E tanto abbondò in Crebillon il tesoro di amore, che dopo averlo sparso a piene mani sopra la famiglia, i parenti e gli amici, gliene avanzando pur sempre, lo prodigava ai cani e ai gatti. I cani e gatti in casa del Tragedo furono più numerosi dei personaggi nelle sue tragedie, imperciocchè si narra ch'egli non ne ospitasse mai meno di una ventina; e il dabbene uomo andava a raccoglierli per le vie, nel proprio mantello li avviluppava per ischermirli dal freddo, e con tanta carità li custodiva, che poco più poteva adoperarne San Vincenzo di Paola ai pargoli ridotti a miseria uguale. — Un moderno scrittore di Francia, celebre pei suoi terribili drammi (capaci da fare sconciare le donne incinte), tale fu visto usare amorosa cura verso la sua dama, che venuto espressamente in Italia per fare acquisto d'impressioni, giunto a Pisa, dichiarò non potere andare più avanti, i fati costringerlo a tornarsene in Francia, perchè la sua Signora più che non potesse sopportare si trovava molestata dalle zanzare! — E questo fatto io lo assicuro per vero, perchè lo so di certo; e lo so di certo, perchè me lo diceva quel molto terribile compositore di drammi; — e tanto basti.
Io ho creduto e credo che la Provvidenza abbia stabilito che l'uomo non deva essere mai lieto per delitto, e che nè senno, nè prestanza, nè splendore di trono, nè santità di scopo varranno a rendere accetto il colpevole a Dio. La fatalità gli si avvinghia alla vita come i serpenti di Laocoonte: ogni cosa ch'ei tocchi si appassisce; ogni fortuna che a lui si aggiunge precipita; ogni esistenza rovina. L'offerta di Caino, si componga pure delle più pingui spighe del campo, sarà maledetta: — e questo mio concetto io manifestava scrivendo la Battaglia di Benevento.
A me parve che i popoli, i quali fecero getto della propria virtù, meritino i flagelli di cui la Provvidenza li percuote; ma che non sia sotto simile pretesto concesso al cittadino fuggire travaglio in benefizio del suo paese; e che se adoperarsi per la patria quando sorge grande e avventurosa, frutta gloria, la carità dei suoi, condotti in fondo della miseria, sia degna di venerazione e tanto più luminosa; aspetta questi incliti spiriti una corona nei cieli quanto più loro mancava ogni premio terreno: — e questo mio concetto manifestava scrivendo l'Assedio di Firenze.
E trapassando alle domestiche storie, i talami macchiati repugnante il coniuge, e con infamia maggiore lui consenziente, funestissimo seme di fatti sovversivi l'umano consorzio; e mi studiai con intento più efficace di quello che persuade Tantalo nell'Eneide ad ammonire i dannati ad esclamare a mia posta: Discite justitiam moniti.... — E questo concetto io manifestava scrivendo la Veronica Cybo e la Isabella Orsini.
Altre più cose credo non disperanti ma severe, e così Dio mi assentisse il senno come mi dava il cuore di manifestarle, strappando dalla piaga le bende che vi fasciarono attorno la ipocrisia e la viltà, senza curarmi delle strida del dolore o delle imprecazioni dei malvagi, affinchè gli uomini imparassero a medicare, non a dissimulare le piaghe.
Ma ormai fia a me più bello cessare che proseguire. Il tema è lungo, nè i tempi corrono propizi ai Geremia. Ella, rispettabile Signora, di spirito mansueta e di ogni soave consiglio sostenitrice tenerissima, non partecipa interi i miei sentimenti: io lo so, nè me ne adonto. Sia dubbio od ossequio, io assai propendo a rispettare le convinzioni altrui. Tristano Shandy, racconta Lorenzo Sterne, non volle uccidere neppure la mosca che lo infastidiva, ma, chiusa la finestra, la cacciò via dicendo: «Va, creatura, il mondo è largo assai per bastare a noi due senza darci molestia.» — Pensi un po' V.S. con quanto maggiore obbligo noi dobbiamo comportarci egualmente per le opinioni degli uomini che non occupano spazio, e si spandono per un mondo senza confine.