Ma via, lasciamo i mezzi dell'arte; gli uomini alla fine intenderanno come diverse strade menino a Corinto, e come il bello non siasi esaurito nelle forme greca e latina, e come tutto in cotesta forma non sia bello; quello che grandemente importa si è, che anche intorno agli scopi dell'arte dura penosa discordia. Questa ricerca, più che non si crede, va congiunta con quella della forma; ed io considerandola separata esporrò come alcuni ammantarono la Musa di paludamento sacerdotale, sopra le palpebre le posero lacrime perenni, e su le labbra sospiri, nelle mani un turibolo, e la educarono a salmodiare, e la costrinsero a starsi genuflessa davanti una bara... Povera Musa! Ella sì gioconda e sì cara, assuefatta a increspare in compagnia di Zeffiro la superficie limpidissima dei laghi; ella che trascorreva sopra le rose senza piegarne le cime; ella che sfolgorava seduta sopra un raggio di sole; ella che amava tanto immergersi nel chiarore della luna... — ella col capo piegato su l'omero, le mani incrociate, mormora il De profundis, e dice: «Pazienza, pazienza: Dio diede, Dio tolse: sia fatta la volontà del Signore.»
Apollo tonsurato
Recita il canto fermo!
Altri fra le chiome della Musa, una volta stillanti ambrosia, intrecciano le serpi di Tisifone, il petto le agitano co' furori delle Eumenidi, le armano il braccio co' flagelli di Nemesi. La Musa fatta Pitonessa si contorce e spuma sotto la forza del Dio che la invade, ed ora piange disperatamente, ora mugghia di sdegno, le divine e le terrene cose maledice, tutte le ceneri rimescola, tutti i sepolcri scoperchia, e giura che in coteste ceneri ha pur da trovarsi una favilla, che in qualche sepoltura le verrà pur fatto d'imbattersi nella sepolta viva, e dove mai la rinvenga non si ricrede per nessun segno di corruzione che la guasti; ma ecco, vedetela, le si accosta smaniosa, e la chiama a nome, e l'accarezza con dolce favella, e la invita a svegliarsi perchè l'ora è tarda, e le sue sorelle, che da gran tempo si posero in cammino, di lungo tratto la precorsero nel fatale sentiero. Quando poi vede tornarle vano il tanto affaticarsi, allora le caccia le mani entro i capelli, e la squassa e la trascina per la polvere, d'infami note la vitupera, la calpesta, la lacera, e vuol che viva, e purchè le possa dire: Surge et ambula, la Musa con pronte voglie partecipa l'avvoltoio, e le viscere eternamente divorate di Prometeo.
Uomini incliti per ingegno stanno da quella parte e da questa; ed io non so per quale influsso di stelle maligne, il numero abbondi piuttosto nella prima che nella seconda, e le tenere menti, incerte cui seguitare, si sgomentano. Vedeteli dubbi sopra la lingua, dubbi sopra mezzi dell'arte e sopra i fini dell'arte; nel crocicchio delle diverse vie si consumano a studiare qual sia la buona strada, e intanto perdono il vigore che li rende franchi a percorrerla. Per causa del timore d'incamminarsi male perdono le cause del cammino.
Nel romanzo storico più che altrove s'incontrano discordanti i pareri. Un uomo, dell'amicizia del quale, onoranda Signora, ambedue noi andiamo superbi, e che tenghiamo in parte di fratello maggiore, sia per senno, sia per esperienza e per fama, dissente da noi sopra molti particolari relativi a questa maniera di composizioni. E prima di tutto disapprova la lingua, dacchè la prosa poetica a lui sembra cosa nuova e non bella. Davvero anche a me suona cosiffatta prosa oltre ogni credere fastidiosissima, quando viene adoperata a modo di tumida veste, per cuoprire la povertà dei concetti; e molti mi occorsero di quelli che uguali a Clitarco, ad Ansicrate, ad Egesia, e agli altri presi a dileggio da Dionisio Longino o da Dionigio di Alicarnasso, cui parendo essere invasi da divino ispiramento non danno in furore, ma in baie. Quel tumideggiare è pure la increscevole cosa, e sovente accade che mentre pensano toccare la cima del sublime, altro non fanno che gonfiare le gote, e dovrebbero sapere che Minerva gittava lontano da sè il flauto, vedendo come nel suonarlo le si gonfiassero le gote. Ma qui, come altrove, non bisogna apporre all'arte il vizio dell'uomo. Nel secolo passato i critici avevano bandito la crociata addosso ai versi sciolti in odio del Trissino, il quale non li seppe comporre se non se acquosi e sciapiti, e del Frugoni che li volle fare gonfi e vuoti, e del Cesarotti che li dettò fragorosi e ridondanti; e adesso, poichè Parini e Alfieri e Foscolo impressero loro evidenza, forza, concisione e vaghezza, chi negherà ch'essi costituiscano forma nobilissima di poesia? Io per me volentieri mi unisco a quelli che pensano non essere troppe le pieghe che si danno al bel manto della nostra favella, molto più che parmi breve la distanza che separa il verso sciolto dalla prosa poetica, avendo anche questa il suo ritmo e la sua armonia. E come io non credo punto la prosa poetica forma biasimevole, così penso ancora non essere nuova. Molte prose dell'Alighieri ci compariscono dettate con metafore ardite e tropi e traslati che si addicono alla forma poetica, e le descrizioni che incominciano le giornate del Decamerone io non saprei ben distinguere qual forma si avessero, se con che la poetica per eccellenza. Nè qui cessano gli esempi: e se l'amore di brevità non mi dissuadesse, mi sarebbe agevole addurne altri dei vari secoli o tempi della nostra letteratura. Per le quali cose io pregherei che non si avesse a riprendere la prosa poetica, ma sì coloro che ne fanno tanto aspro governo.
Intorno poi alla sostanza, temono il romanzo storico di trista compagnia alla storia; credono che ne alteri la fisonomia, e paventano che uso com'è a mescere il vero col falso, per amore di una favola vana, non ci faccia smarrire il cammino che conduce alla utile verità: cosicchè la storia, solenne generatrice di politica e di filosofia, si avvezzi a fondare i suoi ragionamenti sopra immaginazioni bugiarde, e quindi trarre conseguenze fallaci, là dove meglio si manifesta la necessità del vero. Questa accusa non mi sembra ragionevole: prima di tutto perchè gli uomini gravi dando opera alla filosofia e alla politica non eserciteranno per certo la intelligenza loro sopra racconti o romanzi; e poi, senza che per me si adoperi quel linguaggio sibillino o piuttosto da sciarade, che mettono in uso i nostri critici saccenti per parere profondi, e ragionando così alla casalinga, io domando se i poemi epici e le tragedie e i drammi partoriscano tutti questi malanni? Se sì, io mi taccio, e do vinta la causa; se no, allora neanche il romanzo storico merita tanta accusa. Nè mi si apponga tra il poema epico e il romanzo correre divario grandissimo; imperciocchè questo potrebbe per avventura darsi in quanto alla dignità, ma non in quanto ai mezzi co' quali queste due composizioni vengono condotte. Il romanzo storico come procede nella sua composizione? prende per argomento un fatto pubblico o privato; anima i personaggi che vi partecipano, dà loro moto, affetti, linguaggio, sembianza, e perfino vesti, quali essi ebbero veramente o poterono avere verosimilmente. Oreste, Agamennone, Clitennestra e Medea, io voglio che mi sappiate dire se favellassero, operassero e si trovassero ai casi per lo appunto come gli antichi o i moderni tragedi immaginarono. Chi è che lo sa? Chi lo può sapere? Noi crediamo che cotesti personaggi, di cui ci sono note soltanto le vicende supreme, in cotesto modo ragionassero; noi crediamo i casi esposti che condussero alla catastrofe finale, che noi conosciamo unicamente, in tale o in tale altro modo avvenissero; e quella favella e quei casi noi crediamo in Sofocle, in Eschilo, in Euripide, in Seneca, quantunque in Voltaire, in Alfieri, in Niccolini, in Ventignano noi li troviamo diversi.
Che se il romanziero entra nel regno della storia, come l'asino nei giuochi olimpici, scompigliando ogni cosa, la colpa è dello asino e non dell'arte.
Che se il romanziero si perde in troppo lunghe e fastidiose descrizioni di sembianze, di vesti e di luoghi, anche questo fastidio si attribuisca al poco ingegno dello scrittore e non dell'arte.
Che se il romanziero invece d'immaginare episodii e personaggi, i quali giovino a dimostrare meglio il fatto principale o renderlo più vario, più curioso e più bello, si proponga lo sviluppo di due azioni ugualmente principali, di cui una vera, l'altra fantastica, e divida in due la sua favola e guasti l'arte; — l'arte non ha colpa, e il vizio è dell'uomo.