E qui il paragone mi manca, imperciocchè io temerei commettere ingiustizia grande assumendo per subbietto di paragone una cosa qualunque, comecchè schifosamente miserabile e luridamente codarda, costituirsi Draconi e Soloni, e dalle loro soffitte, come Moisè dall'alto del monte Sinai, promulgare leggi sopra le ragioni del bello e del grande ch'essi furono condannati a non conoscere giammai. Ma da costoro poco danno può uscire, dacchè, sebbene al ragno possa talora venir fatto velare con la sua tela le chiome del Giove di Fidia, egli si rimarrà pur sempre un insetto tiranno delle mosche soltanto; il peggio sta in quanto io sono per esporre.

Tragedi laureati di sibili, autori erpetici di opera rientrata, per la quale nessuno stampatore acconsentì fare le parti di Lucina; poeti che non colsero in Pindo altro che ortica; filosofi fantastici che non seppero ragionare nè immaginare; e simile altra genía, mettono in società latrati e livore e stupida presunzione, e menano uno schiamazzo tanto disonesto quanto imbecille: ed anche di loro non è da curarci. Succedono i pedanti, i quali armati con una corazza di punti e virgole, brandendo una copula e cavalcanti un dittongo, favellano parole da far piangere gli angioli: neppure di loro vuolsi prendere pensiero. Vengono dopo i mediocri (Dio nella sua misericordia ci salvi dai mediocri!), arena molta e fastidiosa, ch'entra per gli occhi e li fa dolere; neve abbondante e ghiaccia che intirizzisce il cuore. A costoro par bello vagheggiare il proprio nome stampato, quando anche fosse sopra un avviso di partenza di battello a vapore, o sopra una sentenza graduatoria. Cotesti non si potendo inalzare fino all'altezza degli ingegni eccellenti, presumono abbassarli fino a loro; ed essi pure compongono arnesi per tagliare, limare e inverniciare quanto reputano unicamente bello. Gl'ingegni supremi essi aborrono, non altramente che se altrettanti Cornelii Silla si fossero, e chi passa il regolo pena di morte, come a Remo per avere saltato le mura di Roma. Io per me penso vedere questa brutta guerra della mediocrità contro la superiorità in molti instituti promossi ai giorni nostri sotto sembianza di carità; ma per ora mi taccio, proponendomi di svolgere a comodo questo singolare argomento: solo mi conforto considerando come in verun secolo mai vissero splendide altezze, delle quali basti pel mio assunto ricordare Napoleone e Byron: — ed anche da questi poco male ne viene. Subentrano coloro che ingegno hanno e non poco, ma senno punto: vani, presuntuosi e superbi, dominati dal demonio di correre ad ogni costo su per le bocche degli uomini, invidiano Erostrato che bruciò il tempio di Diana. Non sacerdoti, ma piuttosto masnadieri delle lettere paionmi costoro: violenti e brutali, tu li vedi avventarsi contro nobili ingegni, come i grassatori costumano sopra le publiche vie contro i doviziosi viandanti. Chi siete voi? Quali sono le opere vostre? Chi vi conosce? Chi vi conoscerà? Certo incresciosi siete, e molto, come un vento importuno che muove dal deserto, e passa via; ma chi ricorda il vento dell'anno, del mese, e del giorno passato? Declinate la faccia, svergognati, e rispettate gli uomini di cui gli errori formerebbero per voi la gloria più grande che mai vi sia lecito sperare! Avete voi più sapienza di tutto un popolo? Si contiene in voi la sapienza dei tempi? Operate, io vi dico, operate, e assumerete alcun poco di verecondia e di modestia. Ecco qua l'arco di Ulisse; provate a tenderlo con le vostre braccia paralitiche. Vi pare egli un bel che notare i difetti di una opera grande? Chi non conosce come ogni cosa ne abbia? Davvero vi aspetta la gloria di Colombo per questo! Se voi infiamma il sacro amore del bello, questo cercate, questo insegnate, o piuttosto pregate che dall'alto discenda in voi virtù che vi renda capaci a ricercarlo e a impararlo. Dove l'opera meriti oblio, a che tanta ira maligna? Pensate voi che il tempo non distruggerà cotesta povera opera con la falce, con la quale miete popoli e imperi, come l'erba del campo? E il tempo precipitò in Lete anche le ottime cose. Ond'è dunque tanta ira? Perchè, e come siffatta concitazione contro l'opera di un minuto che il vostro biasimo farà per avventura durarne due? Perchè uccidete un morto? E la vostra censura e l'opera censurata periranno in un medesimo punto, come Rita Cristina, quel mostro umano a due teste. E dove poi la opera sia tale che abbia forza da collocarsi sopra le spalle del tempo, e costringerlo a portarla per qualche spazio di secolo, e a che monteranno le parole vostre? Allora voi, come è più probabile, vivrete la vita dello insetto, breve e noiosa, o durerete nome di scherno. Nel collegio dei magnanimi voi starete come Tersite nell'assemblea degli eroi di Omero, per latrare ed essere percossi. Io, comunque mi senta poco amorevole alla Mitologia, riporrei nonostante volentierissimo tra il coro delle Muse, accrescendone il numero, la Modestia piuttosto che la Critica, imperciocchè udii come Socrate, filosofo e scultore, velasse anche le Grazie; il quale esempio ho veduto ai giorni nostri imitato dal Finelli, e penso che abbia fatto bene. Le Grazie del Canova, balenanti nude nel riso di lor bellezza, io non dirò che mi paiano male femmine, ma certo neppur vergini e Dee, e piuttosto mi appariscono seguaci della Venere terrena che non della celeste. Il Baretti guastò molti, e molti continuerà a guastare, perocchè i traviati non considerino come i tempi del Baretti procedessero troppo diversi dai nostri; e forse quel suo scrivere acerbo, o tollerabile od efficace allora, suona adesso grossolano e brutale. Però egli era vecchio, dotto per lunghi studi, ed aveva già fatto bello acquisto di fama, onde qualche cosa gli si poteva concedere, e nonostante frustando lo stile altrui, troppo spesso egli adopera brutto limo di frasi e di parole non italiane, nè belle: egli biasima Dante, egli lacera Goldoni, e leva a cielo Metastasio; e i posteri non hanno approvato il suo giudizio: egli gitta in mucchio con gli scrittori di quisquilie Muratori e Maffei, venerati adesso come maestri solenni di erudizione e di storia: per la qual cosa veggano i discreti come sia agevole andare errati, e le opinioni loro propongano, come conviene, a modo di dubbio, e non per via di formule da disgradarne quelle delle Dodici Tavole. Sommi pontefici in fatto di lettere non si danno; e per questi a me piace e giova concludere, come Geremia concludeva le sue Lamentazioni, o meglio ancora citando quanto insegna in proposito Beniamino Franklin nella sua vita: «Conservai sempre l'abitudine di esprimermi con modesta diffidenza, o di non adoperare mai, per una proposizione che poteva essere impugnata, le parole certamente, indubitatamente, o qualunque altra che potesse farmi credere troppo tenero della mia opinione. Io piuttosto diceva: — suppongo, mi sembra che questa cosa sia così, per la tale o tale altra ragione; oppure la cosa sta così, s'io non m'inganno.» E prego a leggere di cotesta pagina fino al punto in cui conclude, citando il verso del Pope: for want of modesty is want of sense, perchè mancanza di modestia è mancanza di senno.

Ora avanzano gli altri a cui più specialmente io mi rivolgo, e sono quelli che non protervi, non inverecondi, ma ingegnosi e buoni, pure si lasciarono abbindolare per soverchia facilità di costume dai tristi cottimanti di giornale. Oh di loro certo mi duole! Quantunque la mala compagnia non giunga a pervertirvi il cuore e lo ingegno, però io vedo ogni giorno rimettere dei modi ingenui; non anche procedono le vostre parole meretricie affatto, e nonostante incomincia a venirne meno il bel candore; già il limo del trivio le contamina, già le appassiscono il fumo e il miasma vinoso della taverna: non sono nere ancora, e il bianco muore. O sconsigliati, voi mietete il vostro grano in erba; fiori voi cogliete, non frutti. Costretti ogni giorno a concepire e a produrre, le vostre creazioni di un'ora durano la vita di un minuto; più spesso nascono morte. Il vostro pensiero nelle continue emanazioni si spossa, come le membra dell'etico si disfanno pei quotidiani sudori: io vedo uscire dalle vostre menti cose superbe, vane, snervate, mal connesse e viete, e mille volte ripetute; che se i giornali non fossero, voi le fareste gravi, profonde, durature, e come di onore a voi, così di conforto e di gloria alla patria che in voi confida. Senza grande fatica di vita nulla concessero gl'Immortali a noi uomini. Le vostre carte effimere paionmi responsi della Sibilla scritti sopra le foglie che il vento disperde, e nessuno raccoglie. Guaritevi dalla febbre di volere ogni giorno intorno agli orecchi il ronzio della fama; confidate il nome vostro non all'ale dello insetto, ma a quelle dell'aquila; che se è bello ottenere onoranza dai contemporanei, divino è poi conseguirla dai posteri. Imitate il Gran Cancelliere d'Inghilterra, il quale rivelando i suoi concetti presagiva che gli uomini non lo avrebbero compreso se non se dopo lungo spazio di secolo. Consolatevi del difetto di ossequio immediato, imperciocchè se mancheranno ai vostri altari quotidiani sacrificii ed incensi, non per questo sarete defraudati della laude meritata. Così racconta Eliano (se la mente non erra), come certi popoli avendo cessato d'immolare vittime sopra l'ara di Augusto, la Natura, quasi riparando al fallo degli uomini, vi facesse crescere un lauro trionfale. Insomma, per amore vostro, per amore della patria comune, io vi esorto, onorandissimi giovani, a separarvi dalla compagnia malvagia e inetta, a ritemprarvi nel santuario dell'anima, e a impiegare lo ingegno in opere grandi e generose.

Conosco una generazione di uomini che crede ai beni del Giornalismo, e lo va encomiando come rugiada fecondatrice e potente di vitalità. Io per me non gli nego un moto e una vita, ma quella che si manifesta nel corpo di un eroe dopo la sua morte, — vita di vermi. Per vivere non basta muoverci, sibbene bisogna camminare con passi liberi e franchi, e con testa levata verso il cielo, — patria divina dell'uomo. Questo mio giudizio però non si estende a quei Giornali che si propongono diffondere a tenuissimo prezzo cognizioni utili di scienze, commercio, industrie, lettere ed arti, ed anche a quelli che esercitano la critica sopra la opera altrui, purchè muova da persona grave, illustre, soprattutto onesta, come io diceva nelle pagine antecedenti, e sia vereconda, generosa e gentile indagatrice di ogni maniera di bello.

Ma senza dilungarmi più oltre sopra questo argomento, tutte le cause discorse qui sopra, e le altre ancora taciute, ognuna per sè o insieme raccolte, io per me penso che possano come non possano generare la decadenza fatale; imperciocchè, senza saperne la ragione vera, abbiamo veduto le scienze e le lettere peregrinare dai Caldei per gli Etruschi, fra i Romani, fra i Greci, in mezzo ai Saracini, e così in giro per le varie contrade del globo: e senza saperne del pari la ragione vera, ora nacque un sublime ingegno nella Grecia, tale altro in Italia, ora nella Germania, adesso nella Inghilterra; e poi la Natura si riposò per qualche secolo come spossata dal parto prodigioso. Di questi ingegni sublimi la Italia fu feconda meglio di qualunque altra terra: ai giorni nostri sembra esaurita; ma forse nel segreto del destino rifà le forze per generare qualche altro gigante del pensiero. — Così sia. Nel buio e nel freddo della mezzanotte consoliamoci nella speranza della luce e del calore dell'alba, dacchè la vita delle nazioni non si consuma come la vita dell'uomo, pel quale la gioventù passa irrevocabile, e la esistenza, rotta in minuti, correndo alla morte misura il tempo della sua durata, ma si rinnuova come le stagioni di un anno che non ha mai fine.

Favellando però di decadenza, io ho inteso accennare a decadenza imminente, non presente; poichè pel tempo che corre, vivono ed operano tali ingegni da illustrare qualunque tempo più splendido della italiana letteratura. Vive in Lombardia Manzoni, nobile ingegno, quantunque io non so perchè volontario si taccia. Vive quel caro Grossi, ma la lira mutata in protocollo, spaventa con questo la sua Musa che lo ama tanto, come con la vista del capo della Gorgone. Pellico vive come lampada al mancare dell'alimento; ed altri pur vivono, non incapaci certo, ma per quello che sembra poco vogliosi di fare. Però mi giova credere che l'apparenza m'inganni, e che nella quiete e nella meditazione apparecchiano opere di lunga lena e non foglie di giornale. Niccolini vive, e non solo vive, ma giunto in quella parte della età dove il comune degli uomini raccoglie le vele, scende nuovo Entello nella arena e combatte, e tale ne manda raggi di luce splendidissima, che ci lascia incerti se per noi si deva il suo mattino al suo vespero, o piuttosto questo a quello preferire. Potesse in lui non tramontare la vita, come non tramonta l'anima! Uomo per eccellenza di intelletto, ma più per costanza di cuore, veramente grande. — E vive tra noi Giusti, di cui le labbra fanno sorridere il più sottile sorriso di Talia, e prorompere nella voce poderosa con la quale Nemesi spaventa i malvagi. Degli altri forza è che taccia; perocchè troppo sarebbe lungo l'argomento, e questo solo ci basti, che per ora almeno in lettere, scienze ed arti, possiamo reggere il paragone con qualunque altro popolo incivilito.

Oltre però il naturale difetto, quello che a parere mio deve riuscire nocivo, massimamente alle condizioni della nostra letteratura, è la incertezza nella quale viviamo non solo intorno agli scopi, non solo intorno ai mezzi dell'arte, ma perfino intorno alla lingua.

Alcuni che si chiamano puristi, hanno chiuso il vocabolario della lingua, come ai tempi del doge Pietro Gradenigo chiusero in Venezia il Gran Consiglio, e da nuove parole aborriscono non altramente che se viperino sangue si fossero. Altri, all'opposto, secondo il costume dei Romani, ospiti larghissimi di ogni maniera di Numi Stranieri nel Panteon, ai nuovi vocaboli spalancano gli usci. La lingua parlata troppo si dilunga dalla scritta, e la distanza diventa quotidianamente maggiore. Noi pendiamo sempre dubbi se la parola che stiamo per adoperare sia o non sia di buona lega, ed il pensiero aspetta fremendo che noi abbiamo esaminato prima se la veste con la quale anela prorompere sia veramente italiana. E intanto, mentre apparecchiamo la vesta, il pensiero etereo per eccellenza si è dileguato, e troppo spesso ci avviene di vestire cadaveri. Ai tempi del Metastasio correva lamento che la nostra lingua eletta si riducesse a poche migliaia di vocaboli: adesso invece di ampliarla, taluni scrittori l'hanno maggiormente ristretta. Da una parte la lingua parlata diversa dalla scritta, per cui è forza che noi ci traduciamo; dall'altra il giro breve delle parole dentro le quali si svolge il pensiero, rendono la condizione dello scrittore presso a poco simile a quella di Antioco preso nel circolo di Popilio.

E discrepanze non meno gravi ci turbano intorno ai mezzi dell'arte. Una volta procedevano più procellose, oggidì si presentano più temperate, e non pertanto funestissime sempre. Io non vorrei profferire nemmeno i nomi di Classici e di Romantici, dacchè per se stessi non significhino nulla, e l'accettazione data ai medesimi, noi la trovammo spesso incompleta, confusa e di mala fede, a seconda delle passioni dei faziosi; — ma insomma quelli che reputavano bella unicamente la forma adoperata dai Greci e dai Latini, conobbero alla fine che essi rinnuovano il caso di Merlino il savio. Mago, di cui lo spirito vivo era stato confinato dentro a un sepolcro, egregio invero per materia e per lavoro, — ma tuttavia sepolcro. Per via di una quistione frivola, uomini generosi si trovarono avviluppati con quanto d'immobile o di retrogrado immaginarono i nemici di Dio e della umanità; si vergognarono, e a farli risensare contribuirono potentemente i grandi ingegni moderni. Infinite sono le vie che conducono al bello; immensi i colori di questa iride che si rinnuova perpetuamente: e di vero, perchè non dovrebbe essere così? Il pensiero, eterno pellegrino che si arrischia per i più disperati sentieri, per lande ghiacciate, per ardenti deserti, o come mai non dovrebbe i sandali logorare e le vesti? E poi la fantasia si stancherà piuttosto a immaginare, che la natura di produrre cose nuove; e quindi nuove sensazioni, nuove passioni, nuovi intenti, nuove voglie, e tutto nuovo. E' vi fu un tempo in cui ancora io diceva col predicatore: «Quello che fu sarà, e nulla di nuovo è sotto il sole.» Adesso il minuto che nasce mi sembra diverso da quello che muore; imperciocchè non credo più che cadano aridi e segregati come i grani della sabbia dell'orologio a polvere, ma ogni minuto porti seco tutta la esperienza dei secoli trapassati, e tutta la speranza dei secoli avvenire.

Nonostante, dei convertiti, alcuni non procedono affatto sinceri, e molti si rassomigliano agli antichi cristiani, i quali non sentendosi virtù per incontrare il martirio con atti esterni, acconsentivano ai riti dei pagani, ed agli altari dei Numi presentavano incensi, onde ebbero il nome di turificati. Questi romantici turificati profferiscono parole oblique, giudizi incerti, e quando rendono lode ai sommi nostri contemporanei, lo fanno con un certo mal garbo, ed un non so che di amaro si mescola nella dolcezza della parola, che il biasimo a cui bene intende riescirebbe meno acerbo della lode. Nè questo avviene già per astio, per doppiezza di animo o per bassa voglia, ma sì per l'amore che l'uomo porta alle antiche abitudini, comunque sieno triste e gravose: imperciocchè la nostra natura ci persuada ad affezionarci alle cose in proporzione dei travagli, delle cure e dei dolori che ci costano; onde ben a proposito Byron ci racconta che il prigioniero di Chillon abbandonava il suo carcere con un sospiro...