Invero, dei molti fatti che occorrono alla mente come radice di tanto male, se noi vi posiamo sopra il pensiero, troviamo che tanto potrebbero essere quanto ancora non essere. Cagione di decadenza ci sembrò la poca protezione, anzi lo abbandono, od anche meglio il disprezzo compartito alle lettere umane; ma consideravamo poi che nè abbandono, nè disprezzo, nè persecuzione erano bastate mai a trattenere gli altissimi intelletti a compire le belle opere per le quali salirono a tanta rinomanza; e per tacere degli altri (imperciocchè delle sventure dei nostri Grandi vanno attorno grossi libri stampati), Dante non rivelava la sua visione, esule, condannato al fuoco, e costretto a mendicare la vita a frusto a frusto? Campanella non concepiva prose e versi e utopie di umana felicità, nello squallore di una prigionia più che trilustre? Condorcet, mentre deliberava uccidersi per fuggire al patibolo, non sognava sogni di umana perfezione, sino al punto di presagire la immortalità a noi atomi per un minuto animati? Voltaire sopra i muri del carcere segnò i versi della Enricheide; e Torquato, rinchiuso come colpevole e matto, scriveva nobilissime carte tutte piene di filosofia. E poichè gli esempi potrebbero prodursi infiniti, così sarà consiglio buono rimanerci a questi.

Cagione di decadenza ci parve il poco o il nessun costrutto che i letterati ricavano dalle onorande loro fatiche: ma per quanto me ne giungesse notizia, nè Omero mai nè Dante ritrassero copia di beni dai canti divini. Milton (e fu fortunato) vendè trenta ghinee il Paradiso perduto; e al giorni nostri, Carlo Botta (Tito Livio della Italia moderna) si ridusse a pagare lo speziale dei farmachi somministrati alla inferma consorte con tante copie della Guerra Americana, a ragguaglio di peso di carta. Giuseppe Parini si lagna che il sì lodato verso non giovi ad apprestargli un vil cocchio, che basti a salvare lui (offeso nelle gambe da dolorosa malattia) dal furore della tempesta,[22] e peggio ancora con un grido del cuore, che io per me stupisco di vedere espresso in versi, egli esclamava:

La mia povera madre non ha pane

Se non da me, ed io non ho danaro

Da mantenerla almeno per domane.

E nonostante, nessuna forza al mondo poteva dissuadere cotesto ostinato amatore della sua musa dallo educare con sommo studio un lauro nel suo povero letto, e appendervi corone. E per altra parte, le larghe mercedi non fruttarono sempre egregie opere d'ingegno; e di questo io non adduco esempio oltre quello dei quattordicimila scudi all'Achillini pel famoso sonetto: Sudate, fuochi, a liquefar metalli. Aggiungi che gli scrittori forse non hanno mai ricavato dalle opere loro una qualche mercede come ai tempi che corrono. In Francia e nella Inghilterra retribuiscono assai le opere d'ingegno, e se ciò non nuoce, neppure mi sembra che giovi, conciossiachè senza offesa di alcuno a me paia vedere come molti svegliati talenti avrebbero provveduto meglio alla fama se meno fossero stati premurosi di accumulare pecunia. Gli editori d'Italia insomma, quantunque non senza gemito grande, pure qualche cosa si lasciano adesso cascare di mano; sottile è vero, sufficiente per vivere, ma non pertanto bastevole a non far morire. Gli editori nostri conoscono come l'adipe torni nemica al talento, e non vogliono fare quello che nelle Sacre Carte si minaccia:

il cor t'ingrasso

Perchè dramma non v'entri d'intelletto.

Cagione di decadenza dicono le menti volte ai subiti guadagni, alle mercature, alle strade ferrate, alle macchine a vapore, allo speculare sopra il prestito pubblico, e simili altri mercimonii siffatti. Ma io, di grazia, domando: E i padri nostri non davano opera continua al commercio? Non erano gl'Italiani pressochè gli unici negozianti e banchieri dei tempi di mezzo? E a' giorni nostri, qual popolo mai può vantarsi più trafficante del britanno, e qual popolo moderno più di quello si onora di nobilissimi scrittori? Anzi Rogers, Roscoe, Lewis, Campbell furono mercanti o sono, e Scott, giudice di pace, si viveva in intima corrispondenza di poesia con Unfrido Davy, fisico sommo, preso quegli (cosa singolare a narrarsi) dalla passione di curare i boschi, questi di pescare i salmoni. E poi chi dice che nelle strade ferrate e nel vapore non occorre poesia? Considerate il futuro. La vicenda del mondo di nuovo e in nuovo modo si alterna. Il commercio asiatico, quasi smarrito pel Mediterraneo, vi torna con auspicii migliori. L'uomo percorre i mari e i deserti a pari della rondine. Alessandria, Tiro e Sidone resuscitano dalle antiche rovine, come forti ristorati dal sonno. Venezia con la sua cintura d'isole, simile a cigno circondato dalla piumata famiglia, torna a specchiarsi superba per le adriache lagune. La Provvidenza restituisce alla Italia e alla Grecia le corone che in parte volenti e in parte repugnanti deposero già tempo dalle auguste loro fronti. E spingendo oltre lo sguardo, ecco l'uomo rovesciare le barriere con le quali un male genio volle un popolo diviso dall'altro; pcco sparire gli spazi, mescolarsi le nazioni, le lingue confondersi, e nascerne una nuova, ampissima, e accomodata a tutte le necessità fisiche e morali del continuo rinascenti: astii e gare sopprimersi, nessuno più geloso delle contrade altrui, imperciocchè in brevi giorni il Lappone o il Samoiedo può venire a bevere la tepida aura che muove dalle nostre colline, e scaldarsi le membra irrigidite ai raggi del nostro sole: le antiche società disfarsi, e con esse, leggi, instituti, religioni e costumi, come le cose che vediamo talvolta menare seco la piena di un fiume, e sorgere nuove capacità e attitudini per diventare tutti una famiglia sola. Il magnetismo o elettricismo ci si presenta sempre come trovato di empirico, e diffida i dubitativi; ma forse anche a lui apparecchiano i tempi magnifiche sorti. Intanto il fulmine imprigionato, la vita per breve momento restituita al defunto, — quasi orma mossa oltre il tremendo limitare della eternità! — e la favella per molte miglia trasmessa con prestezza maggiore della luce, paionmi cose, e sono, da esaltare la fantasia di qualsivoglia prosatore o poeta, e dar soggetto a qualunque più alta scrittura. E neppure le scienze possono reputarsi ragionevolmente cagione di decadenza; conciossiachè chi non troverebbe più adattato argomento di poesia alle stupende ricerche del Cuvier che non in tutte le composizioni dell'Arcadia, di buona memoria? Rammento una bella Orazione, non so se letta o favellata all'improvviso dall'Arago alla Camera dei Deputati di Francia, nel 25 marzo 1837, intorno al progetto della legge sopra la istruzione secondaria. L'egregio oratore volendo confutare la strana proposizione che gli studi scientifici non contengono cosa che possa suscitare l'anima umana, così si esprime: «Eulero fu personaggio per pietà insigne. Un amico suo, ministro di certa chiesa di Berlino, visitandolo un giorno, gli disse: «La religione va perduta miseramente, la fede manca di base, e il cuore repugna a lasciarsi commuovere con lo spettacolo delle bellezze e delle maraviglie della creazione. Lo crederete voi? Io ho presentato la creazione con tutto quanto offre di più leggiadro, di più poetico, di più maraviglioso; citai gli antichi filosofi e la Bibbia, e nonostante mezzo auditorio è rimasto distratto, l'altro mezzo o si pose a dormire o uscì di chiesa.» — Eulero, consolando il ministro rispose: «Or via, procurate di fare la esperienza che io vi propongo: invece di desumere la descrizione del mondo dai filosofi greci e dalla Bibbia, prendetela dagli astronomi: svelate il mondo come le indagini astronomiche ce lo hanno fatto conoscere. Nella predica vostra voi avete per avventura descritto il Sole a modo di Anassagora che lo immaginò una massa di fuoco grande quanto il Peloponneso: dite al vostro uditorio che secondo misure esattissime e sicure, il nostro Sole è un milione e dugentomila volte più grande della Terra. Voi per certo favellaste di cieli di cristallo uno dentro l'altro incastrato? ditegli che così non possono essere, e che le comete li romperebbero; che i pianeti sono mondi, e Giove supera in grandezza millequattrocento volte la Terra, Saturno novecento; descrivete le maraviglie dell'anello, parlate delle lune molteplici di cotesti mondi remoti. Giungendo poi alle stelle e alle distanze loro, non contate a leghe: infinite sarebbero le cifre, nè le comprenderebbero bene; per punto di paragone prendete la velocità della luce; avvertite com'essa percorra ottantamila leghe per minuto secondo; aggiungete non isplendere stella di cui la luce pervenga a noi in minor tempo di tre anni; e di alcune poi non ci vuole meno di trent'anni. E dalle cose certe passando alle probabilissime, insegnate come noi potremmo vedere stelle dopo milioni e milioni di anni che cessarono di scintillare, perchè la luce che emana da cotesti splendori impiega molti milioni di anni a percorrere lo spazio che li divide da noi.» — Tal era in succinto il consiglio che Eulero dava all'amico suo. E seguitandolo, il ministro rivelò il mondo della scienza e non più il mondo della favola. Eulero lo attendeva impazientemente, e l'amico sopraggiungendo disfatto in sembianza e sbigottito, esclamò: — «Eulero mio, a quali tempi fummo noi riserbati! Dimentico l'uditorio del rispetto dovuto al luogo sacro, mi ha applaudito come si costuma in teatro.» —

Forse, e senza forse, causa schifosa di decadenza sembra che possa estimarsi il Giornalismo nel modo che ai giorni nostri noi lo vediamo esercitato da taluni in Italia. Potrebbe sostenersi anche meglio com'egli sia non causa, ma conseguenza. Però, principio od effetto, mi pare brutta e turpe piaga della nostra letteratura. Francesco Troloppe, con argutissimo trovato, osserva che la provvidenza compartì ai giornali l'odore nauseante di cui li sentiamo gravi, per prevenire i lettori contro le brutte cose che in essi si contengono, non altramente nè con pensiero diverso da quello pel quale dava il fragore ai serpenti a sonaglio onde la gente se ne guardasse e stesse lontana. — Io non sono davvero di quelli che pensano doversi annoverare la Critica fra le Muse; nonostante io la reverisco, e confesso che giova. Ma qual è la critica di cui intendo discorrere io? Di quella esercitata da uomini valorosi e prudenti, che il fiore dello intelletto adoperarono in comporre opere egregie. Questi che di sè porsero tanto buon saggio, e non altri, giunti in cotesta parte della vita, ove la mente desiderosa di riposarsi aborre dalla concitazione che nasce dal creare; questi, dico, possono dare opera al più facile lavoro di esaminare le creazioni altrui. La molta esperienza, l'animo pacato, la gloria conseguita, la coscienza delle fatiche sofferte e delle difficoltà superate, e poi l'onesto esitare dei propri giudizi, la convenienza, il decoro, e soprattutto il pudore, che mai non si scompagna dalla vera sapienza, come la stella mattutina precede sempre il pianeta della vita, e molte altre condizioni che troppo ci tornerebbe lungo discorrere, ci somministrano sicurissimo pegno che gli avvertimenti loro sarebbero mossi dal senso dell'onesto e del bello. E certo, per insegnare bellezza essi non andrebbero a far tesoro dei difetti del brutto, e ne farebbero mostra con intento maligno. O voi, fabbricanti delle regole che conducono al bello, ditemi se quando un maestro di disegno intende insegnare il nudo ai suoi scolari, forse presenti loro un gobbo od uno sciancato? E voi, come volete conoscere il bello e additarlo altrui, se sembra che non abbiate sortito altro senso tranne quello del laido e del sozzo? Le cose belle s'insegnano con modi ingenui e con esempi di bello. Ma se piace a Dio, e sia detto in lode del vero, io vedo tali che trattano la penna a cui molto meglio starebbe trattare il remo, con la modestia di un cavadenti, e la coscienza di........