»Lieti sieno gli arbuscelli delle tue montagne; copiosa la verdura dei tuoi prati; limpidi e perenni i rivi delle tue fontane; incolumi i tuoi annali da qualsivoglia sventura. Tu sorgi in mezzo all'ampio Oceano, come un magnifico altare di cui le reliquie saranno salutate dalle preghiere del genere umano. Le tue costiere respingano la rabbia delle procelle, e le aperte sponde la contesa del mare e del vento. Superba riposi l'aquila sopra i tuoi bastioni per ornare te, — che sei l'orgoglio del mondo.
»Il giglio adesso fiorente rimarrà appassito. — Dov'è la mano che valga a nudrirlo? I popoli che lo rilevarono lo contempleranno cadere: infauste rugiade lo maladiranno. Allora la violetta che cresce nella valle confiderà ai venti il suo redivivo profumo, e quando fie che lo spirito della libertà imprechi anatema sopra i sepolcri della tirannide, la vasta Europa tremerà di paura che la tua stella prorompa ad ecclissare le funeste comete del Settentrione.»[21]
Il presagio del poeta fu legge del Fato, e la statua di Napoleone sorge adesso di nuovo sopra la sua colonna, quinci guardando le Provincie di Francia, ch'egli amò tanto, — ch'egli amò troppo, — come il patriarca Giacobbe affacciato al balzo di un monte vedeva i suoi figliuoli padri della tribù educare i greggi per le pianure della Giudea: e la sua benedizione scendeva salutifera e perenne sopra di loro....!
Ma chi avrebbe mai potuto presagire che la statua di lui, supremo cantore della Inghilterra, prodigio d'intelletto, e cuore nobilissimo, donata dal Thorwaldsen al Capitolo di Westminster, perchè fosse collocata fra le tombe dei re, sarebbe andata dispersa?
Gli esecutori testamentari del poeta hanno mosso lite contro i Doganieri per lire trentamila di sterlini. Perderanno essi o vinceranno? Forse vinceranno, dacchè Giudici, Avvocati e Doganieri insieme uniti compongano una delle meglio potenti calcine con le quali apparisce murato questo egregio monumento sociale. Ma vincano o perdano, la vergogna è sicura; senonchè io dubito forte che i Doganieri di puro sangue possano mai sentire vergogna. Basta, quello che io so di certo si è questo, che trentamila anni basteranno appena al popolo inglese per lavarsi della colpa della morte di Napoleone: cotesta è macchia uguale a quella di Lady Macbeth: nè anche tutta l'acqua dell'Oceano ha virtù di stingerla, e per istropicciarla che uomo faccia, sempre e più sempre apparirà vermiglia, vivida e fumante. — Grave, e più di questo, io direi quell'altro obbrobrio di sopportare che il vincitore fortuito di Waterloo tenga nelle cantine del palazzo di Aspley-House la statua del gran Capitano, opera del Canova e dono di Luigi XVIII; — e l'altro infine, della prodigiosa codardia nel tollerare che un Collegio tristo d'ipocriti mandi disperso l'omaggio che un genio ha reso all'altro genio, diseredi il più sublime dei suoi poeti del retaggio di onore, e contamini la fama di un popolo grande davanti Dio, e davanti le generazioni degli uomini. Cotesto Collegio dava pur dianzi a Campbell tomba in Westminster; la negava al Byron. E sì che la luce del Campbell, a paragone di quella del Byron, pare fiammella di lucciola dirimpetto ai raggi del sole: ma le nottole non temono le lucciole, e fuggono il sole. — Forse è meglio così. Bruto e Cassio furono più amorevolmente desiderati, e più onoratamente rammentati, quando il popolo romano non vide comparire le loro immagini nei funerali di Tiberio!
DISCORSO SECONDO. SOPRA LE CONDIZIONI DELLA ODIERNA LETTERATURA ITALIANA.
ALLA NOBILE DONNA
SIGNORA ANGELICA BARTOLOMEI,
nata Palli.
Alloraquando nelle serate lunghissime d'inverno io alternava seco, rispettabile Signora, i seguenti ragionamenti senza studio come senza ira, e così proprio secondo che scaturivano dal cuore, io non pensava certo che potessero un giorno formare soggetto di stampa. Ma l'uomo trama e la Fortuna tesse; ond'è che offerendomisi il destro di pubblicarli, io non ho voluto farlo senza intitolarli all'onorato suo nome, parendomi giustizia renderle in parte quello che le appartiene per diritto di legittima proprietà.
Ora mi sembra che nostro malgrado noi concorressimo in questo, cioè che le umane lettere volgono fra noi a infelicissima decadenza: e quanto ciò sia grave danno, per certo non importa discorrere; dacchè a dimostrare non pure la utilità, ma la necessità delle umane lettere, tali e tanti uomini vi si affaticassero attorno, che volendo aggiungervi parola, avrei più che di altro sembianza di colui che s'ingegnasse sospingere al mare le acque di un fiume. I tempi nostri paionmi assai somiglievoli all'uffizio di questa settimana santa, ove al cessare di ogni salmo spengono un lume, finchè non vengono le tenebre; e allora incomincia il turbinìo delle cieche percosse. — Però, come riesce agevole avvertire lo effetto, non potremmo con pari facilità indicare le cause di simile decadenza.