La esordiente società romana abbisognava di nozze; non le concedendo i vicini, i Romani rapiscono le donne. In cotesti tempi i patti paiono insidie, e sono. La figlia di Tarpeio domanda in premio della rocca tradita quello che usano i Sabini intorno al braccio sinistro: essi invece di monili precipitano sopra la sciagurata gli scudi, e la uccidono.[24] Allora gli Ardeati e gli Aricini compromettono nei Romani la lite di un campo, e i Romani giudici, per sentenza usurpano il campo. Gli uomini consolari vanno indarno esclamando: «troppo maggiore essere la ingiuria alla buona rinomanza e alla fede, che il beneficio del campo usurpato. Che cosa mai riferirebbero a casa i legati? Quali parole andranno essi spargendo? Questo gli alleati udiranno, questo i nemici, e con quanta inestimabile amarezza i primi, con quanto grande esultanza i secondi?»[25] Voci perdute! Il bisogno, persuasore orribile di mali, preme più urgente assai che il desiderio della bella fama, e Scaprio, uomo plebeo, promotore della rapina, prevale. Ai costumi rispondono le leggi. Il disposto delle dodici tavole, secondo quanto Cicerone referisce, piuttostochè reprimere, favoriva le fraudi.[26]

Ed esempi di necessità a rompere le leggi della morale, sono in tempi più recenti le stragi degli Sterlizzi, quelle dei Mamelucchi, le altre dei Giannizzeri, e forse le giornate del Settembre dai Convenzionali di Francia consentite, o volute; — e sopra tutto (imperciocchè con maggior agio ragionisi dei casi alquanto dai moderni nostri discosti) i modi tenuti dal duca Valentino in Romagna.

La fama di costui intristisce con i tempi. Morto povero, lontano dal trono, spenta la sua famiglia, esecrato per costume da tutti, perchè dovrebbero affaticarsi gli scrittori a rivendicarne il nome? E non pertanto ai tempi di lui le terre d'Italia erano tutte piene di tiranni senza cuore e senza intelletto, lupi contenti di un brano sanguinoso, non già lioni cupidi di magnanima preda; sicchè i popoli e la terra stessa andavano di giorno in giorno dileguandosi dentro ai sepolcri: nessuna cosa venerata, o santa; nessuna legge rispettata o temuta: ogni vincolo sciolto, e la repubblica declinante a Sterminio inevitabile. Il Borgia (e lasciamo dire la gente) accolse un concetto rigeneratore: forse egli adoperò mezzi alla propria sua indole consentanei, ma certamente quali le condizioni dei tempi volevano. L'esito non potè giustificare il principio: se fosse giunto a completare il suo sillogismo di sangue, gli uomini lo avrebbero salutato ottimo, massimo. Ahimè! pur troppo che la stirpe nostra infelicissima qualche volta giunge a tale, che a redimerla nulla giova, tranne il sacrifizio di sangue! Al Valentino essendo mancata la fortuna, il comodo che doveva uscire dall'edificio finito non potè fare sì che andassero in oblio le prime pietre destinate a starsi sepolte nei fondamenti per sempre. È una gran croce quella che grava le spalle dei riformatori dei popoli! Trono o patibolo, laude od infamia, inferno o paradiso. E se alcuno stupido o protervo negasse la fortuna, io vorrei dirgli: «Chinati a quella forza indomata, arcana e feroce, alla quale, non che altri, Silla e Mario sagrificarono.»[27]

Rammentansi essi le immanità di Augusto, di Carlomagno, e di Pietro il Grande? Il manto imperiale di Napoleone ricuopre solamente splendidi gesti? Maometto Alì, uomo del quale sebbene la Europa stesse in aspettazione grandissima, e superiore alla forza e intelligenza sue, pure dimostrava intendere le ragioni degli stati e degli uomini assai argutamente, al principe Muskau, che confortavalo a dettare le Memorie della sua vita, quando con molto senno rispose: «Io nol farò, e desidero che altri nol faccia, perchè dovrebbero tacersi tutte quelle epoche della mia vita, che pure sono le più lunghe, nelle quali, debole e povero, mi era forza appigliarmi a non generosi partiti.»

Quanti uomini che fama hanno di grandi, come il Gigante delle tempeste di Camoens, dalla cintola in giù voglionsi lasciare immersi nell'abisso! Basta che tocchino il cielo col capo. Se male non mi sovviene, Esiodo immagina che i primitivi Dei derivassero dall'Erebo e dalla Notte. A Carlo, a Pietro, a Napoleone, e ad altri magni concessero i fati anni sufficienti e potenza a esporre nella massima parte, o intero, il concepito disegno. Nessuno poi è tra loro, che interrotto nei primordi della vita non avesse lasciato fama più trista di Cesare Borgia, a cui popoli benevolenti rimasero per lungo tempo fedeli, a cui fu traditore Consalvo chiamato il grande, a cui similmente fu amica la bella morte incontrata mentre combatteva da prode uomo in battaglia.

Tito Livio nel nono delle Storie ci somministra esempio della seconda epoca, nella quale il destino dei popoli sembra pendere incerto tra la magnificenza e la ferocia. Veturio Calvino e Spurio Postumio, conducendo lo esercito contro a Luceria, lo avventurano entro le forche caudine. I Sanniti lo circondarono, ma non sapendo in qual modo dovessero usare della vittoria, spedirono per consiglio a Erennio Ponzio, uomo grave di anni e di sapienza preclaro. Udito il caso, egli risponde: «lascinsi andare.» — Non talentando il consiglio, si rimandano ambasciatori a consultarlo, ed egli per questa volta li accommiata dicendo: «uccidansi tutti.» I Sanniti, considerata la discrepanza dei pareri, rimasero su quel subito di avviso che, come il corpo, lo spirito fosse ad Erennio diventato per decrepitezza imbecille, ma poi non si potendo persuadere che tanto lume di senno fosse così ad un tratto venuto meno, lo fecero condurre sopra un carro al campo, ove gli domandarono ragione delle contrarie sentenze; la quale egli addusse con sapienza ammirabile: «Buono parmi che fosse il consiglio di spegnere i Romani, imperciocchè distrutti due fioritissimi eserciti, essi torneranno nella pristina debolezza, donde voi v'ingegnerete a non lasciarli più uscire; e buono era anche l'altro, che liberi si rimandassero, dacchè il benefizio insigne vi farà eternamente amico un popolo potentissimo.» Ed insistendo i capi dell'esercito per sapere se tra questi due estremi gli sovvenisse qualche provvedimento mezzano, riprese: «Qualunque altro diverso da questi non toglie nemici, e non procura amici.»

Ma il corso della vita dei popoli continua pei secoli: per correre acqua migliore si alzano le vele; la crisalide si fa farfalla; cessano i giorni che l'uomo o i popoli tengono comuni coi bruti; incomincia la epoca morale, o la necessità inclita della grandezza. Non de solo pane vivit homo, predicò Gesù Cristo; bene non vive la gente sodisfacendo ai soli materiali bisogni: esiste in lei un altro spirito vitale, che abbisogna del nudrimento di amore, di fede e di gloria. La carriera dei popoli sopra la terra procede in questo periodo maestosa come quella del sole in mezzo ai cieli. Tutto adesso è grande, uomini e cose: le leggi severe, la dottrina di Zenone presiede ai contratti, i giudici professano la filosofia stoica,[28] non la cinica, non la cirenaica,[29] non la scettica, o come spesso avviene, tutte e tre insieme praticamente, non già per teorica, che a loro è ignota perfino la scienza del vizio e dell'errore. I detti, i gesti, i monumenti e i volti spirano religiosa reverenza, e quando la lingua, nella quale furono favellati quei detti, non suonerà più sopra le labbra degli uomini, e di quei gesti perverrà un eco lontano alle tue orecchie, dalle rovine stesse sorgerà una voce, che li empirà di spavento, oh anima squallida dei giorni che corrono! Allora Cammillo respinge legato ai Falisci il pedagogo traditore; allora Cammillo bandito accorre in aiuto della patria prostrata, e giunge quando Brenno gitta la spada dentro la bilancia gridando: Guai ai vinti! e fa provargli intera l'acerbità della minaccia troppo presto volata dalle barbare labbra. Regolo viene a Roma per confermare la patria nella guerra contro Cartagine, e stretto dalla religione del giuramento, torna al supplizio. Carlo Zeno tratto dalla carcere perchè vinca i nemici, salva la patria, e si riconduce a prendere i ceppi in Venezia.[30] Allora, perchè più a lungo non mi diffonda nella narrazione di fatti, i quali pure si accostano soavemente al cuore dell'uomo, vivono i personaggi che fanno esaltare gli egregi nepoti, e lieti della letizia che animò Correggio all'aspetto dei dipinti di Raffaello, esclamare: «Anch'io sono uomo!»

Ma il retaggio di sapienza e di gloria pesa sopra le spalle dei popoli. Guai a loro se per un solo momento diventano immemori dell'ardua dignità! O sia che scadano alquanto dalla consueta virtù, o sia che infastidendo il vero vi sostituiscano l'esagerato e il bugiardo, uguali danni li attendono. Quanto l'uomo impiega nella esagerazione, altrettanto toglie alla sostanza. Se desideri avere la misura del falso, fa conto di ragguagliarla sopra quanto vedi ostentare oltre al confine del vero; e questa sentenza ti giova, o lettore, a conoscere la virtù mentita di cui oggi ha copia quasi incredibile nel mondo.

Ed io amo allargarmi alquanto sopra siffatta materia, imperciocchè davvero la cosa di per se stessa lo merita, e le nuove e le antiche ipocrisie si vogliono flagellare senza intermissione, come senza pietà. Quando Roma precipita in fatali rovine, ecco Seneca filosofo spingere oltre il possibile la dottrina di Zenone. Non date fede allo ipocrita. Seneca stoico lauda la maritale illibatezza, e adultera poi con Agrippina, e con Giulia figlia di Germanico. Seneca dispregia le dovizie, e per le immani sue usure cagiona la ribellione della Brettagna, e la morte di ottantamila Romani. Seneca aborre gli agi, e possiede tre milioni di sesterzj, e cinquecento tripodi di legno cedro co' piedi di avorio. La umanità sembra poca pei tesori dell'amore di Seneca, e Seneca, roso dalla invidia, calunnia e perseguita i migliori di lui: egli odia la menzogna, e compone panegirici a Claudio imperatore, poi lo vitupera morto, e scrive al senato l'apologia del parricidio di Nerone! Che più? Seneca non cura la vita, e Seneca piagnoloso offre a Nerone tutte le sue ricchezze per riscattare pochi giorni, ed infami. Nerone prende il tesoro, e gl'impone la morte; e Seneca allora, dacchè gli è forza incontrare il fato supremo, muore non come un filosofo, ma come uno istrione, e desidera a conforto della scenica agonia il fragore del plauso.[31] E noi pure abbiamo i Senechi nostri, e moltissimi, e non meno pravi, ma degli antichi più nani, e miserabili assai.

Considerate all'opposto Papiniano, avvocato!... sì in verità, io vi dico avvocato, ma di cotesti avvocati Natura fece e poi ruppe la stampa: non protervo petulante, ma semplice di modi e di parole, risponde a Caracalla che gl'impone escusare in Senato la strage fraterna: — non poterlo fare. — E quel feroce, a cui il sangue del tradito pesava forte su l'anima, instando veemente, egli senza punto turbarsi soggiunge: — molto più agevole cosa essere commettere, che scolpare il fratricidio. — Nè con semplicità e costanza punto minori il visconte di Orte scrisse a Carlo IX che gl'imponeva trucidasse gli Ugonotti di Baiona: — Sire, tra i cittadini e gli uomini di arme mi è venuto fatto incontrare cittadini dabbene, e soldati valorosissimi, ma non un carnefice; per la qual cosa eglino ed io supplichiamo la Maestà vostra a impiegare le braccia e vite nostre in cose che le si possano fare. — Montesquieu, interprete degno di tanta grandezza, osserva: — questo grande e generoso coraggio considerava impossibile una viltà.[32] Per onore della stirpe umana vuolsi aggiungere come d'Orte non fosse solo a operare il fatto magnanimo, e la Storia memore ricorda ancora Montmorin. Uomini, a chi ben considera, non pure da uguagliarsi, ma da preporsi agli antichi, avvegnadio dovessero questa fortezza ricavare dall'animo proprio, mantenuto sano nel mezzo alla peste degli esempi pessimi, mentre gli antichi a cagione del costume, della educazione e di quanto insomma costituisce il vivere civile, fossero a bene operare quasi condotti per mano. Gli austeri intelletti si palesano naturalmente senza artifizio. Chi si fa banditore della propria virtù dimostra temere, e quindi non meritarsi che altri favellino con lode di lui. Gli uomini, generalmente, molto si sentono inclinati ad ostentare quello che non hanno, e più tenaci afferrano le cose che più sfuggono da loro. I falsi e gl'ipocriti urge il bisogno per simulare il contrario di quello che sono; la virtù vera scaturisce dal cuore, come polla di acqua viva: suo scopo è la grandezza, la semplicità la formula. — E poichè i falsi intellettuali corrispondono ai fisici, tu vedi le donne pallide dipingersi il volto di vermiglio. Montaigne ci racconta come un solenne magistrato essendosi condotto a visitare un capitano, gli favellasse sempre di saracinesche, mezze-lune, false brache, controscarpe ed altre opere della fortificazione, di cui egli non intendeva niente, e il capitano era peritissimo, invece di tenere proposito di costumanze e di leggi in cui meritamente godeva fama distinta.[33] La corruttela, decadendo l'impero romano, assunse lo stoicismo come maschera, la tirannide la prese in parola, ed irridendo lo sottopose ad esperienza di sangue.