Adesso mi prende vaghezza di raccontare un fatto, il quale siccome conferma mirabilmente le proposizioni enunciate, così ancora è fecondo di applicazioni efficaci. Sagunto, città alleata di Roma, si era mostrata in certa occasione infestissima ai Cartaginesi, i quali avendola presa in odio, le mossero guerra, e di aspro assedio la strinsero. I Saguntini ricorrendo per soccorso ai Romani, i mali orribili ai quali si trovano condotti riferiscono, la religione dell'amicizia e la santità dei patti invocano, Roma difendersi in Sagunto dimostrano; e tutto invano. I Romani (secondo narra la fama che per tre giorni agli Abderitani avvenisse) erano ebbri: non gli ascoltarono; immemori della consueta maestà, i concetti generosi obbliando, o sprezzando, dentro un infelice cerchio d'interesse momentaneo si costringono, si chiudono la porta del futuro, e con una parola miserabile l'arbore glorioso e trionfale, educato dal senno e dalla virtù degl'incliti capitani, sterilendo esclamarono: — l'oro e il sangue romani sono per Roma!
Otto mesi interi l'assedio di Sagunto durava, quindi nella lunga agonia abbandonata periva. La morte rese immobili le labbra dei Saguntini, e non pertanto con bene altra voce che questa nostra non suona, i sepolcri proclamarono al mondo la infamia di Roma.
Però presso i Romani non si trovò nessuno il quale o tanto amasse la perfidia, o tanto procedesse nemico al pudore, che asceso sopra i rostri così annunziasse la rovina della infelice città: — Quiriti, la pace regna in Sagunto!
E la pena in breve tenne dietro alla colpa. Prostrata Sagunto, ecco i Cartaginesi si apparecchiano a invadere la Italia. I Romani pensosi per tanto turbine di guerra mandano ambasciatori in Cartagine, fra quali Q. Fabio, a provvedere alla salute della patria. Le blande proposte provocavano superbe risposte; dichiarata la guerra, gli ambasciatori si conducono nella Spagna allo scopo di tenere bene edificati quei popoli, le alleanze antiche confermare, procurarne delle nuove, dare ad intendere comune nemico essere i Cartaginesi, e come tale si unissero ai Romani per combatterlo. Furono da per tutto ributtati, e dai Seniori dei Volsci in ispecie alla presenza del senato così duramente ripresi: «Quale insania, quale impudenza sono elleno queste vostre, o Romani, che osiate richiederci, affinchè noi alla amicizia cartaginese preponiamo la vostra? Chi più si mostrò infesto ai Saguntini; i Cartaginesi, o voi altri? Costoro li sterminarono avversi, voi li tradiste benevoli. Andate, e fatevi a cercare alleati là dove non sia giunta notizia della saguntina strage.»[34]
Quindi Annibale scese in Italia, e quindi Ticino, e Trebbia, e Trasimeno, e Canne: — spaventevole espiazione!
I Romani espiarono la colpa, e fecero senno. D'ora in poi, non che gli amici e i confederati sovvenissero, gli stessi popoli vinti con ogni maniera di blandizie tennero bene affetti; anzi conoscendo come sovente la ingiuria nell'onore, nella vanità aspreggi più il sangue, che quella fatta nelle sostanze, avendo avuto bisogno nell'ultima guerra punica, in difetto di uomini liberi, di schiavi, a istigazione di Tiberio Gracco mossero una legge con la quale ordinarono pena del capo contro qualunque rimproverasse loro la Servitù.[35] Arti romane erano dettare leggi ai popoli.[36] Romani esercizi vincere i superbi, e perdonare ai vinti. Ufficio romano disciplinare a ordinato vivere civile i popoli volenti.[37] Non solo i popoli del mondo, ma gli Dei stessi si riparavano all'ombra del Campidoglio e del Panteon. Simbolo della maestà romana diventarono a ragione i fasti consolari: un cumulo di verghe costrette di lacci tenaci, e Roma nel mezzo, sotto forma di scure, pronta alla difesa, alla offesa terribile. — Così i Romani con sapienza e giustizia, meglio che con le armi, dominarono l'universo, e quando nel giorno della sventura ebbero mestiero del sangue e degli averi dei confederati, chiesero con fiducia soccorso, e con agevolezza l'ottennero, non più temerono le sdegnose parole dei Volsci, e non invano sperarono che le placate ombre dei Saguntini non irrompessero dagli aperti sepolcri gridando: «Guardatevi dai traditori!»
Certo non forma argomento di questo breve discorso la esposizione delle cause per cui Roma, dalla più sublime magnificenza alla quale Dio concedesse mai ad una generazione di uomini pervenire, decadesse in fatali rovine. Gibbon e Montesquieu lo hanno già fatto. Ma in pochissimo stringendo il molto, basti allo scopo nostro affermare, che la ingiustizia, la ipocrisia, la rapina, le fedi rotte, i codardi abbandoni, il patteggiare co' barbari, la viltà, i vizi, e le infamie pubbliche e domestiche, condussero l'impero Romano a condizione sì estrema, che supera qualunque lutto.
Corrotti i costumi, a nulla valsero le leggi, che senza quelli possono assomigliarsi a flauti senza sonatore; splendide di saviezza furono le costituzioni di Nerone, di Domiziano, di Comodo, di Eliogabalo, di Caracalla e degli altri bruti, piuttosto che imperatori, come scrive Giuliano nei Cesari,[38] e la giustizia agonizzante periva. E in quella guisa, secondo la sentenza di un filosofo antico, che la copia delle medicine e la frequenza dei medici danno manifesto indizio di molte e gravi malattie, così la moltiplicità delle leggi indica gli ordini civili guasti profondamente.[39] — E mancata la prestanza militare, alla quale compartivano i Romani per antonomasia il titolo di virtù, a nulla valsero le fortezze. Le fortificazioni del Reno con tanto studio innalzate dall'imperatore Valentiniano non contennero gli Alamanni irrompenti, nè i Quadi quelle del Danubio. Disprezzate o prostrate le muraglie costruite nell'Armenia, Cosroe potò minacciare Costantinopoli. Il passo delle Termopili, difeso dal codardo Geronzio, non trattiene un momento Alarico e i suoi Goti: meglio era lasciarlo vuoto, chè la memoria dell'estinto Leonida sarebbe stata più temuta assai che la presenza del capitano di Arcadio. Le fortezze senza coraggio si assomigliano alle spade poste per decorazione sopra i catafalchi dei soldati nel giorno dell'esequie. Non fosse, non muro, non bastita mai gioveranno tanto alla salute del popolo, come il sentimento che pose in bocca degli Spartani (ai quali per istatuto di Licurgo era vietato circondarsi di mura) queste parole, allorchè Pirro assaltò l'aperta patria loro con 25,000 fanti, 2000 cavalli, e 24 elefanti: «Se tu sei un Dio, non angustierai quelli che non ti offesero: uomo, avanzati, troverai uomini pari a te stesso.»[40]
E nessuno dei popoli che vissero, o vivranno nei secoli, sia tanto, non dirò superbo, ma stupido, che voglia paragonarsi ai Romani. La mano romana non irrigidiva nella Scizia per gelo, nè per calore si prostrava nell'Affrica. A noi una frazione dell'antica Numidia arde i guanti, e scotta le mani; poniamola giù via, lasciamo andare una provincia che Cesare avrebbe donato maggiore a qualche suo famigliare! Ma che dico io maggiore? Cesare si offriva pronto a donare a M. Ofrio raccomandato di Cicerone tutto quel paese che oggi si nomina Francia, protestando, che se altri amici aveva a raccomandargli, a lui non sarebbero venuti meno i regni da elargire[41]I Romani, quasi in sollievo dei brevi ozi, gittano ponti sopra il Danubio, che tuttora rimangono; tra il Clyde e la Twede fabbricano muraglie in Brettagna, nelle sabbie infocate dell'Affrica costruiscono strade, per le quali noi pure oggi passiamo, intorno alle quali noi spenderemo dieci anni a rassettarle, per vederle tornate guaste tra cinque. I giuochi stessi di cui occupiamo l'efemeridi nostre, le splendidezze e le magnificenze sono trastulli da infanti a paragone delle romane. Un giullare americano ci empie di maraviglia scherzando co' lioni, e Marc'Antonio percorreva Roma sopra un carro tirato da questi medesimi animali, Eliogabalo da tigri. — Lucio Metello 142 elefanti, M. Scauro 150 tigri, Silla 100 lioni, Pompeo 410 tigri, 500 lioni, elefanti, ed altre assai belve, Augusto 36 coccodrilli, Tito nella dedicazione del Colosseo 500, o, come Dione Cassio assicura, 9000 fiere gittavano a straziarsi nei circhi per diletto del popolo. Cesare lastricò il gran circo di argento, Eliogabalo lo sparse di polvere di oro. I teatri erano capaci di 150,000, e perfino di 485,000 persone.[42] Eh via! lasciamo degli antichi Romani; noi altre squallide anime dei popoli moderni, loquaci, presuntuose, infingarde, buone insomma a nulla, assomigliamo a quei magnanimi trapassati come una lumaca a un cavallo di battaglia.
Ma quando la virtù non fece perdonare altramente la potenza, e il diritto dei Quiriti, esteso da Giustiniano alle Provincie, non fu ampiezza di onore, ma comunione odiosa di viltà e di tributo; quando i popoli soggetti videro le mani romane spiegate sempre alle rapine, e non più strette al brando, e come gregge si trovarono venduti in prezzo di paci infami; quando finalmente, dimenticati i magnifici concetti della repubblica, prevalse la turpitudine dell'impero, allora quel così tanto stimato nome romano, a caro prezzo perfino una volta comprato, non pure si repudiava e fuggiva, ma con orrore si abbominava.[43]