Venite, e vedete se mai fu pena eguale a quella dell'impero romano. Dalle più remote regioni si mossero popoli, quasi ad un convegno di vendetta, per istraziare le membra d'Italia, ed erano di quei popoli che Mario atterriva con solo uno sguardo. Qui si riunirono genti nate fra i geli della Scizia e gli ardori dell'Arabia per depositarci sul capo un tributo di obbrobrio, nella guisa che costumavano di fare gli antichi Greci sopra la vittima espiatoria destinata ad essere lanciata negli abissi del mare.[44] Da ora in poi gli sfregi sopra la faccia compongono gli annali di Roma. Di lei non avanza neppure la rovina: naturali e stranieri congiunsero le mani per seppellirne perfino la tomba; imperciocchè la tomba medesima era argomento di troppa vergogna pei primi, di troppo terrore ai secondi.[45] Per grado estremo di decadenza, il nome romano stette a denotare pei barbari quanto di più abietto è mai dato d'immaginare: «Noi altri Longobardi, scrive Liutprando, vescovo di Cremona, legato dell'imperatore Ottone, allora quando presi da sdegno vogliamo offendere un nostro nemico con qualche grandissima ingiuria, non sappiamo immaginarne altra maggiore di quella, che chiamarlo Romano.»[46]
La caduta delle foglie d'autunno, l'arena travolta dal turbine, la nebbia dileguata dal sole, la spuma del mare dietro nave che passa, il fumo nell'aria, lo strascinare del serpe sopra il granito, formano materia malinconica ad altrettanti paragoni per denotare la traccia dei popoli nel seno del tempo, come lo potrebbero del pari per accennare la traccia del tempo nel seno della eternità. E nonostante, una rovina così profonda duole al nemico stesso; imperciocchè l'odio non vorrebbe togliere il sentimento della vergogna e del dolore. Queste sono le piaghe Che Annibale, non che altri, farian pio.[47]
E la misura della vendetta non sembra anche colma. Popoli civili non ci hanno calpestato meno duramente dei barbari. Filosofi e poeti di alto intelletto ci oltraggiarono di contumelie non meno acerbe di quelle che Longobardi o Goti profferissero. Se essi abbassarono lo sguardo nel calice che la Provvidenza ci destinava a trangugiare, già non lo fecero mossi dal pietoso pensiero di vedere se approssimavasi al fine, e dirci poi: «Fa cuore, fratello, egli è finito!» nemmeno per temperarne l'amaro con qualche dolcezza di affetto; all'opposto per riempircelo sempre di aceto e di fiele, per aggiungervi assenzio. — Se hanno steso la mano alla corona del dolore, è stato per conficcarci le spine più addentro nel cranio. Se posero il dito nelle nostre ferite, non fu per lenirle di olio e di vino, come il Samaritano, sibbene per invelenarle coll'arsenico. — Se ci tennero dietro in questa lunga giornata di secoli a vederci portare la croce, nol fecero per soccorrerci a modo del Cireneo, ma per respingerci dall'ombra se vi cercavamo un refrigerio al capo che ardeva, per contendere una stilla di acqua alle labbra febbrili, siccome corre fama che facesse a Cristo Aasvero il giudeo errante. Fra gli aneliti della nostra agonia mescolarono truci sarcasmi: i nostri occhi gravi di morte mal potendosi sollevare al cielo, il quale pure si mostrava crucciato, furono costretti a vedere l'ammiccare schernitore delle loro bocche: i nostri orecchi, percossi da tintinnii funesti, se mai tornarono ad acquistare la facoltà dell'udito, non ascoltarono altro che rampogne e scede e motteggi obbrobriosi. — Noi miseri, e voi non felici!
Che se pensaste come per tutti venga il dies iræ, — e, come giunta l'ora, neanche al Figliuolo di Dio fosse dato rimuovere dalle sue labbra la bevanda, — assumereste spirito di carità, e deporreste la protervia insolente. — Insultava egli Mario a Cartagine? Vedetelo rovina di un uomo non inferiore alla rovina della emula di Roma: Mario sta seduto sopra un altare rovesciato, e pensa, con ispirito dimesso, come provincie e popoli e tempi e Numi si disfacciano sotto la forza prepotente del Fato.
E nonostante io domando perchè l'impero romano caduto commuove tanto perenne tesoro di vendetta, ed ingiuria? Perchè non si perseguitano con odio pari gl'imperii dei Faraoni, de' Tolomei, dei Califfi, e degli altri potenti della terra?
E mi sembra potermi rispondere con verità: Perchè l'Eterno non commetteva a verun popolo del mondo così magnifica opera come al romano, e a verun popolo mai egli affidava così gran parte d'intelligenza e di forza per bene eseguirla. Il popolo romano fu il mandatario più infedele della Provvidenza, quello che calpestò più ingrato maggiori doni di Dio. Il popolo romano aveva avuto missione di felicitare la terra, ed ei la fece una cloaca e un sepolcro. Discite juistitiam moniti, con quello che segue.
Ora chi ha letto, veda se possa trarne argomento per giudicare il presente, e presagire il futuro. La immagine di Giano bifronte non è simbolo bastevole per la storia, imperciocchè ella abbia tre faccie. Serbarono i cieli a questi tempi nostri, che superano in durezza ogni più duro metallo, udire dalla tribuna di un popolo cristiano scendere a modo di maladizione sopra i martiri le parole: l'ordine regna in Varsavia. — Coteste parole parvero e furono, pel mondo spaventato, somiglievoli al suono di un coperchio che cada a chiudere la bara di una nazione! Tutti i cuori commentarono col ribrezzo della paura la sentenza lugubre di Tacito: ubi solitudinem faciunt pacem appellant! Certo non io pretendo che un popolo lasci gli esercizi della sua vita, e patria e famiglia, ed ogni altra cosa più caramente diletta, e versandosi fuori dei confini della sua terra provveda alla fortuna di un altro popolo cimentando la sua. E poi, rompere una catena non significa ristaurare la libertà. La potenza non si acquista per via di procuratore: bisogna saperla prendere da sè, e da sè mantenerla; ma, e neanco consento che una nazione grande si ponga a guisa della meretrice della Scrittura su i canti a tendere lacci di morte con iniqua blandizie.[48] — E cotesta meretrice, ai derelitti scampati dallo eccidio, qual dava ristoro per la strage dei parenti, le sostanze perdute, la patria abbandonata? Un pane composto con farina di obbrobrio, con lievito di disprezzo, con acqua di lagrime, riarso dall'ardore di rinfacci continui, e pesato dalla mano dell'avarizia: pane dato con la balestra. Viene per tutti il dies iræ e se Dio talvolta non solleva immediatamente la mano al castigo, non torce mai i suoi occhi altrove; e questo popolo dovrebbe sapere che non possono le nazioni mantenersi grandi senza essere generose, e per lei venne più volte il dì della ira, perchè più volte mancò di fede. E dovrebbe però pensare che se adesso non si trova ridotto a servaggio infelicissimo, era fortuna non senno. Fortuna, perchè la gente mossa da settentrione ormai possedeva terre coltivate e industrie e città, e aveva lasciato a casa beni e famiglia; — fortuna, perchè i conquistatori troppi non si trovarono d'accordo sopra le parti della preda. I barbari che invasero lo impero romano, comunque formati di popoli diversi, componevano un corpo obbediente a un capo, e si traevano dietro in tende o in carri quanto governa con amore l'anima umana. Che cosa faceva in cotesta agonia il popolo ingannatore? Quello che fanno le vittime apparecchiate al sagrifizio.... lambiva il coltello che gli stava pendente sopra la gola. Se cotesto giorno tornasse, chi chiamerà costui? Dove troverà egli alleati? Quali adunerà nella ora del pericolo nemici? I tuoi amici per colpa tua giacciono nel sepolcro. Guai a lui se chiamasse! Gli spettri dei popoli scoperchierebbero le sepolture per dirgli come al malvagio Riccardo: — Disperati e muori! — Poichè hai fatto piangere tanto, o farfalla insanguinata, sarebbe anche giusto che nell'ora della tribolazione tu sentissi il ridebo e il subsannabo delle Sacre Carte. Il bel fiore della libertà, nudrito dei divini pensieri della sapienza, educato dall'amore dei principi e dei popoli, castamente cresceva, e tu due volte lo hai colto per inghirlandarne la fronte svergognata di una cortigiana e la coppa della ubbriachezza. La prima volta tu lo contaminasti di sangue, sicchè divenne spaventevole ai principi, sospetto ai popoli; la seconda tu lo contaminasti di vili pensieri, sicchè tutti volsero gli sguardi altrove, come da cosa piena di schifezza. Se questo spirito di vita potesse mai aborrirsi, tu non ti sei astenuto da fatto o da detto che lo rendesse odioso per sempre. Stattene all'ombra dei gran gigli d'oro; statti contento al fiordaliso: egli solo è degno di te.
Tu vanti: che per non perdere tempo a imparare le lingue altrui, con la forza delle armi insegnasti al mondo la tua.[49] — Avresti dovuto dire con i tuoi cuochi, di cui popoli le cucine del mondo; avresti dovuto dire co' tuoi ballerini; e più ancora co' tuoi parrucchieri. Il gran capitano, giovandosi delle braccia nostre, ti condusse tuo malgrado a correre l'universo; ma che potevi tu farti di tanta gloria? Tu vi gemevi sotto come se fosse stata una croce, e non rifinivi mai da chiamare il Cireneo che te la sollevasse; e un bel giorno tu la gittasti a terra, come peso troppo grave alle tue spalle. Minacciatrice superba con Buonaparte, egli scomparso tu diventasti a un tratto e serva e mima e danzatrice dei tuoi vincitori. Per Dio! Eglino stessi non avrebbero voluto vederti precipitata in tanta bassezza, imperciocchè i vincitori amino potere rispettare il vinto: non fosse altro per fare comparire più bella la propria vittoria. L'aquila gloriosa lo seguì nella sua rupe traverso l'Oceano, e si posò con lui dentro al sepolcro; e tu vi sostituivi il gallo, simbolo anche troppo magnanimo alla tua condizione. Veramente il tuo genio ti conduce come un vento a scorrere la terra, e mescerti importuna in ogni vicenda, e tutto involare per recartelo a casa, e guastarlo imitandolo, a guisa di scimmia che imiti l'uomo. Una splendida azione tu converti in miniatura da ventaglio, la effigie di un grande uomo in boccetta di acqua odorosa o in iscatola da sapone. Ma il maggiore tradimento che mai abbia sofferto la virtù, tu lo commettevi ai dì nostri. Ahimè! per te l'onore non ha più entusiasmo, la fede convinzione, la patria affetto, lo ingegno scopo di gloria. Per te il Dio milione regna e governa; per te si rese manifesto come anima umana a diuturna, pertinace e continua corruzione, non regga; tu hai pubblicato la tariffa del prezzo che si vuole per imporre silenzio a taluni, per indurre a favellare tali altri, per comprarli tutti. Il collegio dei tuoi rappresentanti è quasi una orchestra, ove ognuno ha scelto la sua parte: chi dà fiato ai tromboni, chi tempra le corde dei violini per suonare, a fine di conto insieme uniti, la solenne sinfonia della pubblica imposta. Nè mi si dica: fatali essere gli sconvolgimenti politici, averci i popoli a guardare bene due volte; imperciocchè a me pure paia così, ma non vi sarebbe punto mestieri di partiti estremi, e le leggi pongono facoltà di rimediare al male, e se nol fai, segno è che non vuoi, epperò meriti il manto che ti se' gittata sopra le spalle. Dio ti avea posta come il cuore nella Europa, perchè tu palpitassi per tutti, ma tu hai impietrito il cuore, e ti sta morto in seno più che Napoleone dentro la cappella degl'Invalidi. — Ma forse non è senza consiglio supremo che ciò succeda, volendo la Provvidenza mostrare nuovamente in te come le nazioni quanto più furono beneficate da lei, tanto più saranno punite del tradito mandato. Se te avessero divisa, e ad ogni brano preposto un duca o marchese, e riempitolo di armi straniere, or che faresti?... Dunque non insultare alla miseria altrui:
Tutti siam rei: le lacrime