Ed io, piegando verso lui l'orecchio per sospetto di avere frainteso, interrogava: «Tu sei...?»
«Innamorato — del più veemente amore che io mi provassi nella vita, — per la mia fossa. Un mese fa io me ne andai al Camposanto di Santo Iacopo e me la ordinai da me stesso.... — Oh come ella è riuscita bellina! precisa nei lati e negli angoli, sicchè mi tornerà attillata alla vita come un vestito da sposo. Per questa volta mi sono mostrato incontentabile; perchè, capisci bene, Francesco, non si può dire al becchino come al sarto: — portala via, e fammene un'altra; — questa veste deve durarti un pezzo, fino a quando? — Fino al giorno del giudizio. Prima di mettermi a letto, per non levarmi più, Dio mi concesse di rivederla: la terra scavata a canto a lei formava un arginello tutto coperto di una erbetta verde ch'era un incanto a vederla. Oh bellina la mia fossa! Oh come me ne innamorai cento e più doppii! Come vi riposerò io bene dentro, e come io farò onorevole figura tutto fasciato di verde! — Una cosa sola m'incresce, e se la morte, cortese creditrice, mi concedesse un mese di grazia a pagarle la cambiale che trasse sopra la mia vita, e che io accettai cinquantotto o sessanta anni sono, mi accomoderebbe assai....»
Commosso profondamente, m'ingegnai insinuare in lui la speranza che mi mancava, e con un filo di voce che mi usciva a stento dalla gola stretta, gli dissi: «Ella sarà cortese, e ti prorogherà il pagamento anche a molti anni.»
«Basta un mese per finire il mio romanzo côrso. Io lo composi con amore, vi meditai lungamente sopra, fu il consolatore delle mie notti d'insonnia, il compagno del mio esilio, ma di giorno in giorno io differiva a scriverlo, ed ora la morte mi sta sopra e il tempo si fa corto. Adesso io lo dètto notte e giorno, e quella mia povera moglie scrive a distesa; — mi pare correre un palio con la morte, ma la morte vincerà.... vincerà di certo. Onde tu, Francesco, amico mio, fa senno, e giovati delle mie estreme parole: non rimettere mai a domani quello che tu puoi fare oggi. Il pigro si volta ora da un canto ora dall'altro, come l'uscio sopra gli arpioni, finchè la morte arriva a dargli la spinta e a chiuderlo, a cagione della saracinesca che si apre per di fuori del tempo da chi ha in mano la chiave dell'eternità. Vorrei stampassero il mio romanzo e le commedie: — il rimanente delle opere mie non ne vale la pena....»
Qui gli mancarono a un punto la conoscenza e la voce: muoveva le labbra, ma non articolava le parole. Io svincolai la mia dalla sua mano, nè lo rividi più. Seppi poi che morì contento come un Santo, non pure per la persuasione di andarsene nella dimora dei giusti, quanto, e molto più, per la contentezza di riposare nella sua fossa bellina!...
Di niente altro al termine del suo terreno viaggio egli ebbe cura, tranne delle sue commedie e del suo romanzo: e questo non fu stampato mai, e quelle non si rappresentano più. All'opposto si ristampano meritamente la sua bella traduzione della Guerra dei Trent'Anni di Schiller, e le sue scritture filologiche, critiche, storiche e morali.
Ebbe natali illustri e larghezza di censo. La Fortuna con lo scemargli il secondo, offuscava alquanto lo splendore dei primi; ma poichè in lui furono copiosamente ingegno e virtù da bastargli sole per qualsivoglia stirpe o retaggio, e', finchè visse, fece onorato tesoro di amore di patria vero e di affetti pei congiunti e per gli amici. Così come fu dolce essergli amico in vita, torna cara e gradita la sua memoria, dopo la sua morte, a noi che lo riverimmo e lo amammo.
DISCORSO QUINTO. DELLA INTRODUZIONE DEI MERINI IN TOSCANA.
Il pellegrino ariete, che tutti
Abbandonando della patria terra