Il bel costume, di tanto oggi apparisce pervertito, ch'è un dolore vederlo, una vergogna raccontarlo. Certa caterva di donne accompagna le povere creature al sepolcro, immemori dell'affanno amarissimo della madre che pur testè contemplavano nell'abbandonare la carne della sua carne, impassibili alle tracce del pianto che bagnano tuttavia le guance del defunto, con la testa levata, percotendo del piè la terra come le figlie di Sion, camminano senza por mente alle sacre preghiere, e si proverbiano con tali parole che io non le voglio dire. Di ritorno dall'ufficio solenne le udii prorompere in turpi canzoni, ed una volta le vidi mescersi tra la folla di una vicina taverna, e con la bara, col tappeto, il Cristo in mano... tripudiare in tresche, non so s'io debba dirmi o più nefande o più empie. A prezzo, è vero, accompagnarono le Prefiche antiche i defunti alla tomba; ma almeno fingevano il pianto: — chi mai vorrebbe comprare un oltraggio ai suoi morti? — Certo giorno, preso da vaghezza di seguitare una di queste associazioni, vidi deporre su la terra la bara, e mentre il sacerdote recitava la orazione per benedire il cadavere, venire le proterve a contesa pe' fiori che lo circondavano. Interrotte il buon sacerdote le preci, paternamente le ammoniva, badassero alla carità del prossimo, al timore di Dio. Non per ciò si rimanevano punto; chè anzi di lì a poco rompendo in lite manifesta, si gittavano sul petto del trapassato, e strappandone il mazzo dei fiori se lo toglievano poi con iscambievoli percosse inferocite di mano. Il sacerdote mutò di sembiante, e stette come avvilito da così profonda infamia: — io mi fuggii maledicendo.

Nè mai per tempo mi verrà meno la memoria di quel grido che mi lacerò l'anima in simile occasione; — volsi la testa, e vidi una vecchia zoppicando affrettarsi dalla estremità del campo, e far cenno con la mano che sospendessero di comporre il corpo nella sepoltura: — mezza la testa lo copriva uno straccio di seta nera, e quindi scaturivano certi capelli irti da accomodarne una Furia: aveva la fisonomia truce, lo sguardo lustro e maligno. Giunse affannosa, si precipitò sul cadavere, e con una furia di rabbia si dette a tagliargli la veste, gli sfiorò anche le carni, ed io ne vidi gocciare alcune stille di morto sangue. — Domandava alla donna che mi stava vicina: — «A che quell'atto?» Mi rispondeva senza punto turbarsi: «Eh! non è nulla, signore; Io fa perchè il becchino non gli rubi il camice...» — Dio eterno!!!

In questo Camposanto riposa Antonio Benci, scrittore forbitissimo della patria favella. Nacque in Livorno, e per quanto gli concesse lo ingegno, che sortì pronto e vivace, onorò la patria sua con opere assai fregiate. Il Benci avrebbe provveduto molto meglio alla sua fama, se invece di ostinarsi dietro alla composizione di commedie e di romanzi ed altre cosiffatte opere d'immaginativa, per le quali mi parve sempre poco per natura disposto, avesse atteso a dettare scritti di morale, di storia e di critica, in cui fu reputato eccellente.

Questa sua ostinazione, come a lui, nocque a moltissimi, e troppo spesso ci tolse opere egregie. Una volta eravamo doviziosi d'ingegno, e con dolore sempre, ma con danno non grave di questo nostro paese, vedevamo sprecarlo. Ora poi cominciamo a patirne penuria, e ragion vuole che attendiamo a farne risparmio. La vita dissipata, la vertigine dei casi, il desiderio soverchio di provvedere ai beni terreni, il poco rimerito di fama, o qualunque altra causa più vera, ci hanno dissuaso dall'educare nel povero tetto un alloro con lungo studio, il quale ornava a un punto le tempie dell'uomo e della patria. Come colui che ha poco lume, a noi bisogna ripararlo col cavo della mano onde venti maligni non ce lo spengano e rimanghiamo desolati da tenebre insolite. Giova pertanto non logorarci in vani conati; poniamo diligente cura a conoscere noi stessi, dacchè insieme col difetto di volontà noi ci accorgiamo essere questi i vermi che rodono la gloria delle lettere italiane.

Ma per tornare al Benci, la sua morte accadde inosservata, mancarono pompe, e memorie; non gli mancarono affetti, perchè egli seppe amare, ma furono di pochi amici che non fuggono mai il capezzale dell'uomo dabbene. Or come avvenne questo? E sì ch'egli ebbe pratiche molte, che io mi guarderò bene profanare col nome di amicizie; ma per sua somma sventura ei l'ebbe principalmente tra i professori di umanità, tra i rigattieri di filantropia, e simile geldra d'ipocriti vecchi e nuovi, che putono un miglio lontano di mozzicone di lumen christii e di pappe di asili infantili. Il Benci per certe sue fantasie si allontanava dal mondo, e il mondo, siccome avviene, lo dimenticava; allora i professori di amore del prossimo, considerando che nell'onorario avrebbero rimesso le spese delle lacrime e del moccolo, non se ne dettero per intesi, e lo lasciarono cadere nel regno delle ombre senza sonetti, e senza necrologie co' Genii in fondo, i quali con una mano tengono la face rivolta a terra, e con l'altra facendosi velo agli occhi figurano piangere un pianto uguale a quello di coloro che ne ordinarono la stampa. Ma via, meglio così; imperciocchè mi paia meno tristo andare sconsolato di pianto, che sentirsi schernito col pianto bugiardo. — Egli scomparve quieto e indistinto, come una gocciola di pioggia nel mare. — Povero Benci!

Difficilmente io per me penso che sia dato all'uomo morire in modo più tranquillo, ed anche più lieto, di quello col quale moriva il Benci; e questa sua pacatezza in parte mosse da costanza; ma in parte ancora (e mi è pur forza dirlo) da una cotale condizione del suo spirito che lo conduceva, io non saprei ben dire, se a raziocinare con rigore di logica sopra principii falsi, o a raziocinare stortamente con principii veri; — non sempre però, nè spesso, ma, per sua disgrazia, nei casi più solenni della vita.

Pochi giorni (credo due) prima ch'ei ci lasciasse, io andai a visitarlo. I medici lo avevano fatto spacciato, ed anche a me pareva che per questa volta avessero dello bene pur troppo, imperciocchè al male consueto di per se letalissimo, erasi aggiunto non so quale ascesso di umori nel capo. Tampoco vedeva lume, e l'affanno che lo travagliava grandissimo alzava con frequenza coperte e lenzuola: nonostante mi riconobbe alla voce, e subito vispo e lieto mi fece festa, come se non fosse stato mai infermo; mi stese la mano, e quantunque apparisse giallastra come cera vieta, serpeggiata da vene sporgenti colore di piombo e violetta verso la radice delle unghie — io gliela strinsi di cuore.... Però il madore freddo che n'emanava mi corse su doloroso pei nervi del braccio fino al gomito; — nelle viscere penetrò con prestezza elettrica: — era sudore di morte.

«Ti vedo volentieri» — cominciò egli con voce alta dominando l'affanno e lo spasimo — «prima di andarmene: perchè adesso me ne vado davvero, e tu non puoi immaginarti con quanto inestimabile gusto.»

Ed io, stringendogli un tal poco la mano, con suono più dolce che poteva ripresi: — «Ma come, Tonino mio, ci hai gusto lasciando vedova la moglie e orfano il fanciullo? Tu ora non pensavi a questo, Tonino mio?»

«Anzi io ci pensavo ahora y siempre, oh poverini! E appunto perchè ci pensavo, io mi persuado morire opportunamente. Morire opportunamente! Francesco dopo la disgrazia che l'uomo ebbe di nascere, questo è il beneficio più grande che sortisse dai cieli. Mia moglie non ha bisogno di me, ed io troppo più che non conviene ho bisogno di lei: ella è capacissima a governare la casa, massaia ottima, adattata ad amministrare il patrimonio, ed io nulla. La età mia che sopravanza di molto la sua, e la infermità, e la indole strana sempre, adesso poi stranissima, mi hanno reso un vero impedimentum, come Giulio Cesare diceva dei carriaggi. La pazienza di questa donna a sopportarmi è stata angelica, ma alla fine pazienza non è contentezza di spirito. Il bimbo, o mi perda adesso o mi conosca quando inoltrato negli anni io non potrò educarlo e soccorrerlo, parmi tornare il medesimo; — al che aggiungi il guadagno di non affliggersi per difetto di conoscenza. — E poi,» soggiunse in aria di mistero «io sono innamorato....»