La Inghilterra non ha tolto del tutto il dazio alle sostanze alimentarie, quantunque la necessità le stringa la gola con mano di acciaio. Tra due anni cesserà per queste ogni dazio, e a parere mio saviamente, perchè durante questo termine potrà, chi ha senno, mettere a coltura tutte le sue terre, e bilanciare con la copia del prodotto la perdita sul prezzo; non ha tolto i dazi sopra gli olii, molto meno sopra i vini,[65] e meno ancora sopra le sete lavorate: intanto si affatica indefessa intorno questa industria, e già, se le statistiche non ingannano, v'impiegano meglio di 40 mila persone. Insomma io porto opinione che la libertà di commercio, come di tutte le teorie buone astrattamente, desideri opportuna e discreta applicazione. Quando dentro al mio paese, mercè savi ordinamenti, i generi greggi che produce riceveranno l'accessione della industria da non temere concorrenza straniera, sta bene che se ne faccia libero cambio con i prodotti manufatturati degli altri paesi, ma prima mi sembra poco savio partito. Io non pretendo ricavare dalla Inghilterra cotoni sodi per rimandarli ai suoi mercati manufatti, ma neppure ella ha da prendere le mie sete gregge per farmele ricomprare lavorate: di grandissimo cuore io approvo questa società di commercio libero, ma perchè la società non riesca a taluno dei Soci leonina, è forza che ognuno depositi la messa proporzionatamente uguale di capitale. Ora nel caso nostro, la messa si compone di bisogni: noi abbiamo per ora troppi bisogni e gl'Inglesi troppo pochi. Ed anche sopra la libera introduzione dei cereali a me sembra che non siamo in condizioni pari a quelle della Inghilterra. La Toscana ogni anno patisce una mancanza di molte centinaia di migliaia di sacca di grano, dicono sopra un milione e mezzo, e la Toscana possiede terreni da riparare in tutto o in parte al difetto: però queste terre funestate dalla malaria desiderano spese transitorie, ma gravi. Ora che il possidente voglia scapitare metà del costo del prodotto per farle lavorare, non è ragionevole sperare: si contenterà del poco, si contenterà eziandio ritornare su i suoi nel presagio di futuri guadagni, ma non consentirà mai a rovinarsi a un tratto per arricchirsi a bell'agio. Meglio è fringuello in man, che in frasca tordo, — diranno i possidenti, e si rimarranno al sistema delle fide. La introduzione libera dei cereali per ora, perpetuerà la provvista all'estero del milione e mezzo delle sacca mancanti. Onde non accadesse carestia, io vorrei che nel porto-franco di Livorno, grani senza dazi se ne ricevessero quanti ne venissero; ma non senza un qualche dazio s'introducessero nel territorio riunito, il quale dazio ad ogni rumore di diffalta si sospendesse, e ottenuto che avesse la coltura nostra il suo maggiore incremento, cessasse affatto. — Qui però vedo il Fisco volgermi lieto la faccia, farmi bocca da ridere, e soprattutto stendere ambe le mani per raccogliere questo dazio. Abbassa le mani, o Fisco, che io non mi sento troppo amorevole per te, nè cotesto dazio intendo abbia ad essere tuo; il danaro che gittasse questa tassa, dovrebbe impiegarsi nel modo che fosse reputato più savio a promuovere la coltura delle terre maremmane, dando dei soccorsi direttamente agli agricoltori. — Pertanto intendiamoci bene, libertà di commercio intera, ma quando non offenda la industria e l'agricoltura nazionali; e intanto che ci adoperiamo a renderci degni e capaci di praticare la bellissima teoria in tutta l'ampiezza della sua formula, intorno alla sua applicazione ricordiamoci delle parole che fa volgere Alessandro Manzoni da Antonio Ferrer al suo cocchiere: Adelante, Pedro, con juicio.

ILLUSTRAZIONI.

L'ADORAZIONE DEI MAGI, QUADRO IN TAVOLA DI GIOTTO DA BONDONE DA VESPIGNANO.

Nella I. e R. Accademia delle belle Arti di Firenze.

La più parte degli uomini esalta il sole quando tutto scintillante di raggio e fecondo di vita è sorto dall'Oriente: ignavi non avvertirono, od obliosi dimenticarono le tinte giocondissime con le quali lo precedeva l'aurora, come un'ancella che sparga fiori davanti ai passi del suo re: e meno ancora pongono mente al punto prodigioso in cui la natura apre le palpebre della notte quasi una lapide di sepolcro. E sì ch'è cosa anche ai mortali concessa, potere forza aggiungere a forza, mentre spetta all'Onnipotente solo accendere la vita e la luce. Ma considerando attentamente questa nostra natura umana, mi sembra siffatto oblio necessità, e mi rimango dall'attribuirlo alla ingratitudine. Così, bene c'insegna Orazio, prima di Orfeo e di Omero, così avanti Agamennone e Achille, vissero poeti egregi e capitani famosi, di cui non ci pervenne dalla età remota neppure il nome; e così infine prima di Giotto dipinsero uomini d'inclito ingegno andati in dimenticanza all'apparire di lui. Pensare, come taluni fanno, che avanti Giotto dipingesse Cimabue, e avanti Cimabue, tenebre profonde ingombrassero gli uomini, parmi concetto vano: dalla ignoranza assoluta a Giotto, corre tratto troppo più lungo che da Giotto a Raffaello. Colui che primo piantò il trave maestro, adattandovi sopra travicelli cadenti, ebbe a meditare più profondamente assai di Callimaco, che ridusse a capitello le foglie di acanto, e il cesto e il tegolo soprapposti alla fossa della vergine corintia. Nè le arti poterono mai rimanere spente in Italia, nè veramente lo furono. Come nelle altre cose tutte, nelle arti gli uomini ricordano unicamente quelli che molto bene o molto male loro apportarono, e i secondi più presto dei primi. Corre per le bocche degli uomini celebrato Nerone meglio assai degli Antonini, e riesce ancora a considerarsi amarissimo come sogliansi distinguere i tempi, piuttosto che dalle prosperevoli, dalle infelici venture; onde sovente tu intendi favellare dell'anno della peste, della guerra e della fame; di rado, o non mai, dell'anno dell'abbondanza, della pace e della salute. E ritornando a favellare su l'arte, due maniere di uomini qui udimmo andare ricordati: coloro che la incamminavano all'altezza suprema, e gli altri che la inchinano alla decadenza; Giotto quindi e Michelangiolo, Donatello e il Bernino; e Michelangiolo e il Bernino, dai quali lo scadimento incomincia, quantunque ingegni maravigliosi si fossero, più largamente si lodano di Donatello e di Giotto.

Giotto pertanto fu come il sole della pittura, e Dio volle che le vagheggiate anime di Giotto e di Dante uscissero quasi figlie di un solo pensiero dalle mani di lui. Dante nacque poeta, e non fu superato in parte: Giotto sì, e in tutto. Donde la differenza? Forse perchè le passioni, argomento principalissimo di poesia, per trapassare di tempo non mutano, e quelle desse che si svegliarono dentro la culla del primo uomo si addormenteranno con l'ultimo nella sua tomba. Inoltre, lo eloquio col procedere degli anni acquista lindura, non già veemenza nè efficacia, per le cui ultime qualità fino dal suo nascere apparisce ammirando. La pittura poi, come quella che consiste meglio nella imitazione degli oggetti esterni, che nella significazione del sentimento intimo, ha bisogno di lunghe esperienze, si avvantaggia delle quotidiane osservazioni, quella di oggi aggiunge all'altra di domani, lasciando così un retaggio di progresso agli studiosi.

E nonostante mi parve che a mansuefare gli animi feroci, l'arte di Giotto contribuisse più assai della poesia dell'Alighieri; nè per pensarvi che vi abbia fatto sopra, io seppi fino a questo momento mutare consiglio. Non è vaghezza di antitesi quella che mi persuade a giudicare così, nè studio di contrasti; ed io propongo al lettore i miei pensieri come programmi di sperimenti da farsi, piuttosto che come dogmi da rispettare. Ora a me sembra che il poeta commuova potentemente per via delle passioni, le quali, comecchè a lui proprie, pure riflettono nella massima parte per necessità quelle dei suoi contemporanei. In Dante l'odio soverchia troppo l'amore, e Geri del Bello minaccia sdegnoso il divino poeta, perchè tarda la vendetta della sua strage. In Dante l'ira rugge, la benevolenza argomenta; — il suo fiele corrode, la benignità ragiona. — I pittori ai tempi di Giotto si esercitavano poco nell'ornamento degli edifizi privati; se togli i palazzi degli Estensi e degli Scaligeri, o qualche altra rara eccezione, questo egregio artista adoperò l'arte sua principalmente per chiese e per cappelle. Così in certo modo imposero il giogo a Giotto, ed egli lo portò a guisa di corona, siccome agl'ingegni rari suole sempre avvenire. Compenetrandosi del concetto religioso, egli ricevuto dall'alto lo spirito del disegno, come gli Apostoli nel giorno della Pentecoste quello delle lingue, imprende mediante l'organo della vista a rendere miti i cuori.

Argomento sopra ogni altro potentissimo a conseguire un tanto scopo, appariva la donna, — anello tra il cielo e la terra nelle società vergini, — anello tra la terra e l'inferno nelle società corrotte. L'uomo percuoteva la femmina col cupido sguardo della fiera: era mestieri nobilitare lo spirito con la forma, fare la bellezza divina, e persuadere la devozione con le sembianze della Donna. Altissima materia all'arduo scopo la Madre di Cristo; e l'arte in Giotto corrispose al pensiero: cessarono i rigidi contorni e i truci sguardi; non più squallidi volti, non più tristi sembianze, e pallori sinistri: ecco dalla faccia traluce un affetto dolcissimo, l'iride piove sopra coteste tele copia di colori giocondi, e non pertanto modesti; l'anima palpita sotto la impressione della pittura.

E qui la pittura dimostrò potenza molto maggiore della poesia, dacchè in versi male possiamo significare la bellezza. Dove il poeta s'ingegni farlo con argomenti fisici, la descrizione suona sempre vaga, spesso volgare; se per via di astrazione, e allora riesce ancora più incomprensibile. Dante descrive la bellezza di Beatrice con un paragone:

La sua bellezza mi pareva un riso