Le diedi affetto: insegni il Buonarroto

A tutti gli altri, e da me solo impari.

Masaccio non era uomo da insegnare al Buonarroti. Questi sortì dai cieli un'anima ardua, un salvatico ingegno, che da nessuno impara, che si nudrisce, anzi pure divora se stesso; ed egli ce lo rivelò con quel suo detto:

Io vo per vie men frequentate, e solo.

Nella mia mente Michelangiolo si confonde con Tacito. — Quando popoli grandi arrivano all'agonia della loro civiltà, noi troviamo come la Natura crei qualche gigante di severo intelletto, destinato a rotolare sopra il suo sepolcro il coperchio di granito. Tacito scrive i funerali della nazionalità romana, Michelangiolo scolpisce e dipinge i funerali della nazionalità italiana; e gli Annali del primo spaventano come il Giudizio Universale del secondo. —

Ma per tornare a Masaccio, a me sembra trovare nei suoi tempi la ragione per cui l'arte non potesse ampliarsi gran tratto, però che nulla avvenga quaggiù senza causa convenevole; e se talora rimane troppo occulta, e si sottrae alle investigazioni umane, male negheremmo che una causa sia. Gl'ingegni dei cittadini diventarono molli, intenti ai commerci, cupidi di guadagni, e sopra tutto alieni miseramente dalle armi. I cittadini non combattono più, ma pagano le battaglie; la politica diventa cavillosa, proditoria e vile, come la procedura dei giudizi in mano dei tristi che bene si chiamano sacerdoti della giustizia, — s'egli è a modo dei sacerdoti pagani, per isgozzarla; le ambizioni e i tumulti del governo, retaggio di pochi astuti. Studi vi furono, ma non gagliardi e virili: bene scopersero le opere famose dei greci e dei romani scrittori, le commentarono, le schiarirono, a lezione migliore ridussero; ma coteste sono industrie, non arti: lettere e favelle antiche appresero, ma la favella e la letteratura nostre patirono danno; la civiltà defunta disotterrarono come una città sepolta sotto la lava del Vesuvio, la propria neglessero; forse s'essi non erano, riuscivano meno politi, ma certo più forti. Giotto e Dante per lungo tratto di tempo rimasero senza eredi degni di loro. Se al seme ottimo corrispondeva il frutto, Raffaello, Lionardo e Michelangiolo avrebbero dovuto esserci successori di cotesti divini intelletti; ed eglino giovando ai tempi, e i tempi a loro, non avrebbe il primo stemperato l'anima bella nel delirio della voluttà, nè cercato il secondo asilo nella reggia dei tiranni, nè il terzo riparato prima nella salvatichezza, poi nella contemplazione delle cose divine, e sfiduciato ormai di ogni speranza terrena. Forse il genio loro li ammoniva giungere per la patria i giorni novissimi, ed essi nati o troppo presto o troppo tardi, ma certo inopportuni; però se non avventurosi al paese gli anni in cui vissero, furono grandi e pieni di avvenimenti magnifici. — Stati, ridotti in vaste monarchie, il principio democratico oppresso, l'aristocratico offeso, ma conservato a morte più lontana e irrevocabile, mentre il primo dorme nel suo sepolcro come dentro una culla, rifà le sue forze col sonno, e quando lo credono polvere, obliato, un giorno n'esce a tessere per la sua testa rinnuovata una ghirlanda non di fiori, ma di teste di re; — l'antico equilibrio del mondo distrutto; un altro contrario a quello sostituito; battaglie non per città o per castelli, ma pel dominio del mondo; la Riforma e le sue guerre come istituto infeconde, come opposizione terribili; nuove armi adoperate, nuovi mari tentati, nuovi mondi scoperti, popoli sconosciuti e innumerabili con poca mano di gente audacissima disfatti, e le altre maraviglie insomma del secolo decimosesto dovettero generare nelle menti degli uomini, se non grandezza, almeno inquietudine maravigliosa, sviluppo di forze, e moltiplicità stupenda d'intenti, per cui le immaginazioni si esaltarono, e ognuno confidando nelle proprie ali tentò nuovi spazi e li percorse fortunato.

Ai tempi nostri miseri, le arti immiseriscono. Dopo il saturnale di sangue della rivoluzione francese venne il saturnale della vanità del più superbo fra gli uomini, ed ambedue spossarono il mondo. I Pontefici, non che abbiano pensato ai giorni nostri, almeno fin qui, ad ornare di dipinti le logge del Vaticano o la Cappella Sistina, riparavano a stento la fiammella minacciata dal soffio della usura: Rotschild sostiene San Pietro come la corda l'impiccato. I principi e i baroni non portano più amore alle avite dimore; in meno che volge un mezzo secolo diventeranno dominio di uno Schylok arricchito col giuoco delle azioni dei cammini a vapore o di un contadino cosacco: e i popoli non sanno più generare i grandi capitani e gli uomini famosi nel consiglio e nella sapienza; essi sono stanchi di produrre invano: guasti dal costume, di se medesimi diffidano, e par che credano essere condannati a strascinare la vita come una catena: — mal credono! Depongano giù dall'animo cotesta paura, che è una calunnia per la Provvidenza; col presagio di giorni migliori, negli antichi maestri impariamo i modi delle arti di guerra e di pace per esercitarle poi quando a Dio piaccia. Così il prudente colono nella stagione iemale, quando tutto pare sopra la terra morte e squallore, apparecchia il filo della falce per la mietitura.

LA DEPOSIZIONE DI CRISTO DALLA CROCE.

Quadro esistente nella I. e R. Accademia delle Belle Arti di Firenze.

Può egli convenientemente affermarsi essere stato il Perugino maestro vero di Raffaello? Le intelligenze supreme, come quelle del Sanzio, hanno esse mestiero d'insegnamento? Bene Lucifero annunzia la venuta del sole, ma non lo accende. Ai figli dell'aquila basta mostrare dalla vetta delle Alpi lo spazio, e dire: — vola! — onde, confidati alla potenza delle ale, poggino là dove occhio umano non li può seguitare. La poesia e la pittura sgorgano da un fonte comune, e questo fonte è il cuore sublimato nella contemplazione di quanto Dio ne concesse moralmente o fisicamente bello. Se la pittura ad effigiare il suo poema adopera l'iride dei colori, e se la poesia l'armonia della lira, ciò non fa sì che il concetto abbia sede in parte diversa. Chi insegnerà all'uomo la mesta pacatezza del pensiero, e la segreta voluttà che sente nel vedere un magnifico tramonto, o nello udire un suono che sembra voce di genio invisibile, o nel contemplare una sembianza irradiata di gioventù e di bellezza? Chi educherà l'anima ai misteriosi colloquii col suo Creatore, per cui, da queste terrestri miserie sollevandosi, arriva a presentarsi faccia a faccia avanti a Dio? Chi il subito commuoversi, chi il brivido delle fibre tenuissime, e il nobile entusiasmo e lo sdegno generoso, e tutti gli altri elementi che formano l'anima dello artista e del poeta come le corde di un'arpa divina?