Oh, sacri intelletti, placatevi pensando come le fibre del vostro cuore e della vostra mente compongano una lira eolia, traverso la quale scorre l'alito infiammato di Dio. Gli anni dei Grandi non si misurano col sole: — essi lo precorrono di miriadi di secoli a illuminare tempi che non sono anche nati per lui. E voi, Uomini, ferite questi Grandi, feriteli nel cuore, conciossiachè dal sangue che ne sgorga voi ricaverete vitale nudrimento che Dante appella: — il pane degli angioli; — affrettatene la sera, che a modo delle piante e dei fiori approssimandosi la notte emanano più fragranti i profumi; — infrangeteli come lo insetto fosforico, che disfatto sopra la parete v'imprime una traccia più lunga di splendore. — Vendicatevi, uomini, quanto meglio atrocemente potete, di essere amati, ammaestrati, e dilettati...!

Ma quando l'anima ha distratto la sua esistenza nel mondo, sparpagliando le sue divine facoltà come le foglie di una rosa sopra un torrente che passa; — quando a guisa di aquila che abbia mudato le penne ella libra lo immenso suo volo con gli occhi fissi nell'eterno sole; — quando scintilla luminosa s'immerge nel fonte di tutto splendore, — allora cessi la guerra; imperciocchè due firmamenti concedesse Dio agli uomini, uno celeste, ornato di piante e di stelle, opera delle sue mani; l'altro terrestre, opera in parte di Dio stesso e degli uomini, composto delle rinomanze degli eroi e dei poeti, e di quanti altri vissero gloria ed orgoglio della gente umana. Onorate almeno, o genti, i vostri grandi defunti, se pur volete che altri subentrino nel doloroso ministero d'immolarsi per voi. — Affinchè la vittima non repugni dal sacrificio, nuovi fiori e nuovi incensi si apprestino, astergasi con acqua lustrale l'altare, celinsi e bipenni e coltelli: — le sembianze e le voci dolorose dei morenti con una nuvola di gloria, con un suono di armonia nascondansi. Pera Quirino, purchè vada ad albergare fra i Numi![19] — E gli stessi sacrificati, fatti ormai cittadini del cielo, di leggieri perdoneranno, conciossiachè appunto vi amino molto per le molte angosce patite per voi, e l'odio passi sopra la loro anima innamorata come nuvola spinta da vento procelloso traverso il disco della luna. O genti, placate le ombre dei vostri Grandi defunti, dacchè riesca tanto lieve conseguirlo: poco desiderano, di poco esse si contentano; una preghiera, una laude, una pietra, una memoria, un fiore, un grano d'incenso basta per loro; e placate che sieno, vi guarderanno dall'alto a modo di piissime stelle, e come stelle vi additeranno la via per cui l'uomo si eterna; o visitando in ispirito le antiche dimore, le conforteranno con una traccia di gloria, come appunto i libami cari agli Dei, quantunque consumati dal fuoco, si lasciano dietro un profumo durevole. Così i Greci operavano, dedicando un tempio espiatorio a Socrate, e a Fidia mastro supremo di bellezza erigendo una cappella, e tutti i loro Grandi onorando di simulacri e di monumenti nel Ceramico, o nel luoghi illustrati dalle geste inclite di quelli. — Nè Roma sapientissima fu tarda a imitare i giovevoli esempi; onde fra i suoi cittadini nacque un desiderio irresistibile di fama, una cupidigia immensa di laude, a costo pure di rimanere consunti dai baci infiammati della gloria, in quella guisa medesima che noi vediamo la farfalla innamorata della luce che la incenerisce, e udimmo di Semele arsa dal suo onnipotente amatore.

E bene incolse finalmente alla Grecia conservare coteste memorie, dacchè per esse non venne mai meno l'onta della viltà, il bisogno del riscatto, e la misericordia del mondo. E così Dio la protegga, come meritano la sua lunga sciagura, la grandezza antica, e l'onore reso agl'incliti trapassati. Il sangue di Maratona non imporpora ancora le guancie della Grecia, ma incomincia a farne battere il cuore; — non anche le cinge le tempia l'olivo cecropio, ma l'albero caro a Minerva è piantato; — la mano ardita e franca non anche tratta la lira dei suoi antichi poeti, ma già ne ha teso le corde, e meglio assai del tendere le corde ella apprestava argomento ad altissimo canto: — i suoi occhi già già scintillano come nel giorno in cui palpitante si sporgeva dai suoi promontori a contemplare la battaglia di Salamina. — Beata lei che non siede più nelle tenebre e nella ombra della morte! Il miracolo è operato. Salute, salute alla Grecia, nostra sorella maggiore negli affanni e nella gloria!

Nè certo il desiderio mi fa velo allo intelletto con propizi vaticinii, presagendo che ricovereranno la perduta grandezza, e recuperata manterranno, tutti quei popoli che per istituto pubblico della debita onoranza proseguiranno i loro gloriosi defunti. La Francia ebbe il Panteon pei suoi Grandi passati; — oggi la Baviera dedica un tempio a Odino, e v'inaugura i simulacri di Genserico, di Atalarico, di Attila e di altri tali, per cui Mnemosine, genitrice delle Muse, abbrividisce ricordandoli...! Veramente fra costoro e i Temistocli, gli Scipioni, i Milziadi e i Fabrizii, troppo immenso è il tratto che corre: — ma giova considerare infine come alla contrada non sia dato vantare eroi migliori di quelli, e che i principi ben possono ordinare una statua, non un Eroe. La fattura di questo è opera di tale che siede troppo più in alto di loro; nè la immortalità si dispensa da mani mortali quantunque nate a stringere lo scettro. Noi, Italiani, abbiamo Santa Croce; a noi principio, e che pur vale per qualsivoglia splendidissimo fine straniero, però che gli stessi Britanni mal sappiano chi contrapporre a Michelangiolo. Abbiamo ancora le statue delle Logge degli Uffizi, opera lodata e lodevolissima; ma e Santa Croce e gli Uffizi sono cosa eventuale, non duratura, non ordinamento perenne di governo civile.

Intanto che coi desiderii e coi voti gli uomini ben nati affrettano un provvedimento che formerà tanta parte di sapienza civile e di pubblica morale, personaggi privati, come possono meglio, s'ingegnano riparare al difetto; e Canova, magnanimo cuore se altri fu mai, inaugurava immagini di marmo nel Panteon romano, che il tempo sembra consentirci eterno, affinchè accolga rinomanze eterne; Giancarlo Di Negro e Niccolò Puccini ne imitano l'esempio nelle loro ville amenissime consacrate

Al decoro, al gentile, al bello e al buono.

Ma, egli è mestieri pur dirlo, il simulacro di cui massimamente si appagano le ardue anime dei Grandi vuole essere inalzato dal popolo, — dal Briareo dalle cento bocche e dalle cento mani, — il dominato dominatore di tutti, — del quale i re, i poeti, gli artisti, gli uomini insomma per ogni maniera cupidi di fama, domandano supplichevoli la laude o le larghezze, o la tutela, o la vendetta. — Sì, la laude, — perchè i potenti, i sacerdoti, e tutti insomma cui arse desiderio di gloria, non crederono che la corona, la tiara, e la ghirlanda, a ragione fosse posta sopra la testa loro se il voto dell'universale non ve la confermava. Al popolo fu concesso essere sopra i re, quando creò i suoi re; e quando qualche volta, ma rado, prendendo da se questa facoltà li distrusse, il popolo scelse quelli a cui disse: Voi sarete i miei Grandi: ed anche in questo i principi si trovarono ad essere sottoposti al popolo. — Sì, la larghezza, — imperciocchè le perle del diadema reale per la più parte si composero delle lacrime congelate del popolo, e il poco oro della reggia e del tempio venne comprato con la massa enorme di rame che estrassero dalle viscere del popolo come da una miniera. — Sì, la tutela, — perchè se il popolo ti guarda, chi ti toccherà? se il popolo ti odia, chi ti salverà? — Sì, la vendetta, — perchè il popolo quando pose la sua mano sopra un capo quantunque potente, sopra un regno sebbene vetusto, dopo istanti od ore fu detto: Qui visse un Uomo, e qui fu un Regno!

E nonostante, assai più fatale dell'oblio nuoce l'altro peccato, che consiste nell'onorare gl'immeritevoli. — Nequissima turpitudine, comune a tutti i tempi, ai nostri poi miserabilmente speciale. Allora la virtù torce sconsolata lo sguardo dal mondo, e sopra questo si addensa una ecclissi dolorosa: le lacrime amare che le sgorgano dagli occhi si convertono in pioggia di desolazione quaggiù, ed a ragione; imperciocchè se il primo fatto nasce da oscitanza, il secondo poi deriva dalla offesa premeditata: nè difetto di debito ossequio percuote mai tanto quanto l'oltraggio manifesto.

Però io desidererei che non si ponessero immagini ai vivi (specialmente se principi), e nemmeno ad avi di principi regnanti; conciossiachè la esperienza ammaestri come troppo spesso passioni non rette nè giuste possano persuadere oggi tale atto di cui ci pentiremo forse domani: e i principi virtuosi dovrebbero piuttosto meritare che desiderare una statua, e sapere che di tutte le lusingherie, pericolosissima è quella che li espone al voto delle presenti generazioni e delle future. Ed in quanto agli avi dei principi tuttora regnanti, il sospetto che dai trecconi si abbia in mira piuttosto di piaggiare il vivo che lodare il morto, dovrebbe persuadere il consiglio generale di rifiutare simili dimostrazioni, le quali non si nega che possano essere sincere, ma bisogna convenire che potrebbero ancora essere bugiarde; e la lode, assai più della moglie di Cesare, non ha da comparire sospetta. — A me sembra pertanto senno grandissimo quello che nella moderna Roma fece dettare la legge che vieta erigere simulacri ai Pontefici viventi, però che il popolo, talvolta insanendo, fu visto al tempo di sede vacante precipitarli nel Tevere.

Mentre dunque l'uomo vive, non abbia statua; ma chiuso il giorno supremo, per quello che sparse di se larga fama nel mondo, si proponga al popolo se abbia o no meritato l'onore della statua; e dove il consenso universale lo conceda, passato un anno si torni a proporre un'altra volta, e così fino alla terza; e vincendo sempre pel sì, vada consolata cotesta ombra di simulacro marmoreo. Ove poi il primo anno si rigetti il partito, si proponga l'anno dopo, o forse meglio decorso spazio maggiore di tempo: in mezzo secolo tre volte o quattro; conciossiachè nel periodo di mezzo secolo le passioni si acquietino, le opinioni mutino, e sia sperabile allora che la verità generosa levi soltanto la voce.