È l'ora amabilissima in che sta per tramontare il sole di estate, il quale sorse su quel giorno di dolore, e lo schiarì co' suoi più lucidi raggi. Adesso la sua luce vespertina è pienamente diffusa sul capo destinato di Ugo, mentre svela l'ultima confessione al Frate che deplora la sua condanna in penitenziale santità, ed intende ad ascoltare le benedette parole che con l'assoluzione possono torre via ogni nostra macchia mortale. Quel sole sublime gli riluce sul capo mentr'egli sta curvo a udire, e intanto gli cadono scomposte sul collo ignudo le anella dei suoi capelli castagni; ma sempre più lucido era il suo raggio sopra la scure che presso lui scintillava di chiara e terribile luce. — Oh! come l'ora della partenza si appressava amara! Anche il feroce stava freddo di paura: — era nefando il delitto, giusta la legge; — pure, quando si guardavano, fremevano.
XVII.
Le ultime preghiere del figlio fallace, dell'amante ardimentoso, terminarono! I suoi peccati furono tutti confessati; la sua ora pervenne allo estremo minuto. — E primamente gli tolgono il mantello, poi gli recidono i lucidi e bruni capelli: — già sono recisi. La veste che lo adornava, il balteo che gli donò Parisina, non devono accompagnarlo nella fossa. — Si ponga tutto in disparte, gli copra gli occhi una benda. — No, quest'ultimo oltraggio non si accosterà mai a quegli occhi superbi. I sentimenti, in apparenza sommessi, tornarono quasi a prorompere nell'ira rabbiosa, quando il carnefice si apprestò a bendargli gli occhi, come se non osassero contemplare la morte. — «No, — tuo è il mio alito, — il mio condannato sangue tuo, — queste mani sono incatenate; ma lasciami morire almeno con liberi sguardi: — ferisci...» E mentre diceva la parola, declinò la testa sul ceppo. — Ugo favellava questo ultimo accento — ferisci, — il colpo scintillante discese, — rotolò la testa, — e sgorgante cadde nella polvere tristo troncone, di cui ogni vena erasi allentata in pioggia sanguinosa. — I suoi occhi, i suoi labbri tremarono convulsi; — poi si quietarono per sempre. — Egli morì come l'uomo pellegrino dovrebbe morire, senza orgoglio; si inchinò umilmente e pregò, — e non respinse il soccorso sacerdotale, nè disperò di tutta speranza nel cielo, mentre inginocchiato davanti il Priore il suo spirito era sciolto da ogni affetto terreno. — Il suo rabbioso padre, la donna innamorata, che furono essi per lui mai in ora siffatta? — Non più rimprovero, non più disperazione: nessun pensiero fuorchè del cielo, nessuna parola fuorchè di preghiera; — e le poche ch'ei disse, quando incontrò il colpo del carnefice, furono di morire con occhi aperti, e il solo addio ai circostanti.
XVIII.
Immoto, come i labbri che chiuse la morte, il petto di ogni spettatore riteneva l'alito; ma pure un freddo ed elettrico raccapriccio trascorse di uomo in uomo mentre il colpo mortale cadde su quello di cui così terminavano la vita e l'amore, e sorse appena inteso un sospiro che tornò tosto a gravitare sul cuore. — Quivi, dacchè il colpo percosse sul mezzo del ceppo, non s'intese rumore di sorte, se togli uno solo..... Qual cosa rompe l'aere silenzioso così forsennatamente squillante, così terribilmente selvaggio? Quale di madre sul figlio colto da morte improvvisa, vanno quegli stridi al firmamento che si partono da un'anima travagliata in interminabile angoscia. L'orrida voce spinta fuori dalle gelosie del palagio di Azo ascende al cielo, ed ogni occhio si rivolge costà; — ma il suono e la vista sono scomparse! Egli fu un grido di donna, nè mai la disperazione proruppe in urlo più forsennato; e coloro che lo intesero, pregarono per pietà che fosse l'ultimo.
XIX.
Ugo è caduto; — e da cotesta ora in poi Parisina non fu più veduta nel palazzo, nella sala, o nel viale. Il suo nome (quasi non fosse mai stata) fu bandito da ogni labbro e da ogni orecchio, come parola d'impudicizia o di paura; — e dalla bocca del principe Azo nessuno udì più mai fare menzione di moglie o di figlio. — Essi non ebbero tomba, non memoria: — giacquero polvere sconsagrata, — almeno quella del cavaliere che morì in quel giorno; — però che il fato di Parisina rimanesse nascosto, come le ceneri sotto la lapida dei trapassati. — S'ella riparasse entro un convento, e acquistasse l'ardua via del Paradiso con tristi ed angosciosi anni di penitenza, di digiuni, d'insonni lagrime; o s'ella cadesse per veleno o per ferro, a cagione dell'oscuro amore che osò di sentire; o se morisse in quel punto percossa, e salva da più lungo tormento (dividendo col cuore il colpo del carnefice gli distruggesse quasi in pegno di pietà la sua forma disordinata): nessuno il seppe, nessuno può saperlo; — ma qualunque fosse il suo fine, ella cominciò la vita e la finì nel dolore.[3]
XX.
Ed Azo condusse un'altra moglie, e bei figli crebbero al suo fianco; ma nessuno amabile e prode siccome colui che aveva spinto nel sepolcro: — o pur lo furono, e crebbero sotto lo impassibile suo occhio non curati, ovvero curati con soppresso sospiro; — nè mai lagrima gli bagnò le guancie, nè mai sorriso gli spianò la fronte: ma su cotesta ampia fronte rimasero incise le linee intersecate della cura, que' solchi che il ferro infuocato del dolore innanzi tempo v'imprime, cicatrici di una mente lacerata che si lascia in dietro la guerra dell'anima. Ogni gioia, ogni dolore era passato: nè rimaneva più nulla, tranne notti vegliate, e giorni gravi; un'anima morta alla vergogna e alla lode, un cuore che fuggiva se stesso, e benchè suo malgrado, gemeva; — nè poteva obliare ciò che quanto meno dimostrava tanto più profondamente lo travagliava, e più intensamente sentiva. Il ghiaccio, per quanto denso egli sia, non può riunirsi che sopra la superficie; il ruscello vivace scorre sotto per sempre, nè può cessare di scorrere. L'anima sua era agitata da neri pensieri, profondamente radicati. — Invano tentiamo reprimere le nostre lagrime: queste acque del cuore si muovono sussultando, nè possono inaridirsi. Le lagrime non piante tornano alla sorgente, e vi si posano più pure; — non piante, ma non gelate: — più amare quanto meno manifeste. — Azo con interni moti di affetto tornava talora a palpitare su gli uccisi, disperato di riempire il vuoto affannoso, disperato d'incontrarli là dove le anime unite parteciperanno la gioia! Convinto di avere profferito un giusto decreto, ch'essi avevano meritata la condanna, — pure la vita di Azo fu sempre misera. Se i rami dell'albero sieno con soave cura stralciati, possono ricuperare tal forza che diverrà poi una vita verdemente florida, e di libera salvatichezza; ma se il fulmine percuote furiosamente i rami ondeggianti, il tronco ne sente la ruina, nè mai più torna a mettere foglia.