Ed egli pure avrebbe pianto per lei, dove non fossero stati gli occhi degli spettatori, che guardavano sopra di lui il suo dolore — ond'ei se pur lo sentiva, si frenava. Torva e superba solleva la fronte, quantunque la sua anima fosse compunta di dolore: — non vuole avvilirsi al cospetto dei circostanti, e non la guarda. Rimembranze dell'ore che furono, — il suo misfatto, — il suo amore, — il suo stato presente, — la paterna ira, — l'abbominio di ogni onesto, — il suo terreno, e celeste destino: — ed ella! — oh! ella.... E non osa mandare uno sguardo su quella fronte di morte; — altrimenti il suo cuore pieno avrebbe manifestato tutto il rimorso della rovina fatta.

XII.

Ed Azo parlò: — «Io mi gloriai di una moglie, e di un figlio; — il sogno si dileguava stamane! — Prima che declini il giorno, io non avrò figlio, nè moglie: — la mia vita è condannata a languire sola: — bene, — sia. — Nessuno dei viventi vorrebbe fare diversamente da quello che io mi faccio. — Ogni vincolo è rotto.... ma non per me! — si tronchi ogni vincolo. Ugo, un sacerdote ti aspetta, — poi la ricompensa del tuo delitto. Prima che le stelle stasera s'incontrino, fa di avere supplicato il cielo: — tenta di trovare perdono lassù: la sua misericordia può scioglierti; — ma qui su la terra non v'è luogo ove tu ed io possiamo respirare un'ora sola. — Addio! Io non vo' vederti morire; — ma tu lo vedrai, vilissima creatura. — Or via, io non posso parlare più oltre: — va, donna dal cuore impudico; non io, tu spargi il suo sangue: — va! — e se puoi sopravvivere a quella vista, godi della vita ch'io ti dono.»

XIII.

E qui l'austero si celò la faccia, imperciocchè nella fronte gli si gonfiasse la vena, come se il tepido sangue, condensato nel cervello, tornasse a sgorgare di nuovo. — La tiene china per alcun tempo, e poi con mano tremante si scopre gli occhi. — Intanto Ugo sollevando le mani incatenate impetrava brevissimo indugio per essere ascoltato da suo padre. Il silenzioso genitore non vieta quanto le sue parole domandano. «In me non alberga paura di morte, però che tu mi abbia veduto correre tutto sanguinoso per la battaglia, e perchè i tuoi vassalli non hanno strappato a forza un ferro inutile a questo mio braccio, il quale versò più sangue per te, che non potrà la scure versare del mio. Tu il desti, — tu puoi ripigliare il mio fiato; dono di cui non ti ringrazio. Non sono peranche obbliate le ingiurie della madre mia: il suo amore vilipeso, il nome contaminato, il retaggio dell'onta pei suoi discendenti; — ma ella giace nel sepolcro dove il suo figlio, il tuo rivale, dee tosto raggiungerla:.... il suo cuore rotto, la mia testa mozza, faranno testimonianza della morte, come fedele, come tenera fosse il tuo amore giovanile, e la tua cura paterna. — Bene è vero ch'io t'abbia fatto ingiuria, — ma oltraggio per oltraggio. Tu conoscesti, e da gran tempo, che questa reputata tua sposa (nuova vittima del tuo orgoglio) per me si destinava: tu la vedesti, la sua vaghezza desiderasti, e il tuo proprio delitto, la mia vituperosa nascita mi rinfacciasti, — e mi dicevi di basso stato, ignobile marito alle sue braccia, poichè in vero io non abbia diritto alla legittima condizione del tuo nome, e non possa sedermi sul trono della casa d'Este. Pure se pochi anni mi fossero stati concessi, il mio nome più del tuo splenderebbe, e di onore tutto proprio. — Io aveva una spada.... io ho sempre un petto che potrebbero avere vinto qualunque dei più superbi cimieri abbia mai ondeggiato tra la schiera dei tuoi coronati maggiori. Nè sempre cinsero sproni più splendidi i meglio nati; ma i miei spinsero il fianco del destriero contro prodi campioni di principesco lignaggio quando davano la carica ai lieti gridi d'Este e della Vittoria! — Io non voglio difendere la causa del delitto, e meno poi pregarti di riscattare dal tempo alcune poche ore, o giorni, che devono finalmente trascorrere su la ignorata mia polvere. — I miei istanti trascorsi di delirio non possono, nè devono durare. Quantunque la notizia e rinomanza mie sieno vili, e la nobiltà della tua stirpe sdegni alcun fregio concedere a tale oggetto quale io mi sono, pure stanno impresse sul mio volto alcune traccie del volto paterno, e nel mio spirito.... egli è tutto di te. — Da te questa fierezza di cuore, — da te... — Perchè ti agiti adesso? — Da te nella loro potenza derivano le mie braccia di forza, — la mia anima di fiamma. Tu mi desti non solo la vita, ma tutto quello ancora che mi fece simile a te. Or vedi a che ci ha condotto il tuo colpevole amore! — Egli ti ha compensato con un figlio troppo simile a te! — Io però non sono bastardo nell'anima: e perchè essa è troppo simile alla tua, aborre ogni freno. Io non pregiai meglio di te lo spirito (lieve dono che mi facesti, e che ora vuoi ripigliarti sì tosto), quando a fianco a fianco concorrevamo a gara, guidando i nostri corsieri sopra i cadaveri.... Il passato è nulla, e il futuro sarà forse come il passato; — ma io vorrei essere morto in quel tempo, imperciocchè, sebbene tu abbi male operato contro la madre mia, e fatta tua la sposa a me destinata, sento che mi sei padre pur sempre; e il tuo decreto suona aspro, ma non ingiusto quantunque venuto da te. Generato nel peccato, per morire nell'onta, la mia vita termina siccome cominciava: — tale errò il padre, tale errò il figlio, e tu dovevi punire ambedue in uno. — Tristissimo appare alla vista umana il mio misfatto, ma Dio deve giudicare tra noi.»

XIV.

Cessò, — e si stette con le braccia incrociate su le quali suonarono le catene; — nè vi fu orecchio dei baroni quivi adunati, che non rimanesse come trafitto al rumore che levarono le catene cozzandosi. Finalmente la fatale bellezza di Parisina attrasse di nuovo ogni sguardo. — Oh come può ella sentirlo così condannato a morire! — La creatura vivente del danno di Ugo non una volta ardì volgere gli occhi dall'altro lato, ma li tenne fissi, lagrimosi, ed aperti. Non una volta quelle dolci palpebre si chiusero, od ombrarono le pupille su le quali sorgevano; ma intorno l'orbita loro di profondissimo azzurro crebbe dilatato il bianco circostante, e quivi rimasero con invetriato sguardo come gelate nel sangue rappreso: — se non che, di quando in quando una grossa lagrima raccolta tacitamente scorreva dal lungo e bruno ornamento del bel ciglio, ed era questa cosa da vedersi, non già da udirsi a raccontare! E quei che le vedevano, si maravigliavano come tali goccie potessero uscire da occhio umano. — Ella si avvisa parlare, — la nota imperfetta stava soppressa dentro la gola gonfiata; eppure parea che in quel cupo mormorio gemesse tutto il suo cuore traboccante. — Cessò, — di nuovo fece prova a parlare: allora la sua voce proruppe in un lunghissimo strillo, e cadde a terra piuttosto come pietra o statua rovesciata dalla base, similissima a cosa che non ebbe mai vita, — a un monumento della moglie di Azo, — che come quella vivente e colpevole creatura, di cui ogni passione era spina al delitto, e che pure non valse a sopportare la vergogna del delitto e la disperazione. Non pertanto ella vive; — subitamente si riebbe dallo svenimento di morte, ma appena alla ragione: — ogni sentimento era stato sforzato dall'intenso affanno, ed ogni fragile fibra del suo cervello, a guisa di corda di arco allorchè allentata dalla pioggia scaglia da parte l'errante quadrello, mandava fuori il pensiero solitario e salvatico. Il passato è un bianco, il futuro un nero con baleni di orribile traccia, simili ai lampi sul deserto sentiero quando le procelle di mezza notte imperversano nell'ira. — Ella fremeva... ella sentiva che una qualche gelida, profonda sventura le posava su l'anima; — rammenta che v'era una vergogna, — un peccato, — che qualcheduno doveva morire: — ma chi? L'è sfuggito; — ed ella respira? — Può questa essere sempre la terra sotto, il firmamento sopra, e gli uomini attorno? sono demoni costoro che guardano accigliati tale, agli occhi di cui avea fino ad allora ogni occhio sorriso di amore? Alla sua mente vaga e discorde tutto si avvolge indefinito e confuso: è un turbine di speranze diverse e di timori, ed ora è tratta in altissimo riso, ora in pianto, — ma sempre stoltamente in ogni estremo, — e si agita in cotesto sogno convulso, perchè così appunto l'assale. Oh! invano tenterà di svegliarsi.

XV.

Le campane del Convento, ondulate nel quadro e grigio campanile, rimbombano; ma lente lente, e con suono interrotto, di profonda mestizia scendono al cuore! — Odi! — ci canta l'inno, — la prece dei trapassati, o dei viventi che lo saranno tra poco! — Per l'anima di un uomo che sta per morire sorge l'inno dei defunti, e suonano le cave campane: — gli sovrasta l'ora mortale. — Genuflesso ai piedi di un frate, — tristo a udirsi, pietoso a vedersi, — inginocchiato su la nuda terra col ceppo davanti, le guardie dintorno, e il carnefice sbracciato tenta se sia in filo la scure onde più spedito riesca il colpo; — quindi si pone ad affilarla di nuovo, mentre i circostanti attendono silenziosi di vedere morire un figlio per la condanna di un padre.

XVI.