Egli abbraccia la dormente al suo seno, e intende l'orecchio ad ogni interrotta parola: — egli ode... — Perchè il principe Azo si scuote come se avesse ascoltata la voce dell'Arcangiolo? — Appena più terribile gli tuonerà su la tomba la sentenza, quando suscitato, per non dormire mai più, starà dinanzi al trono eterno. La pace del cuore per quel suono è condannata a perire; quel bisbiglio sonnolento di un nome svelò il suo delitto, e la vergogna di Azo. — E di cui è quel nome? Egli suona su l'origliere, spaventoso come l'onda mugghiante che spinge la tavola contro la riva e rompe su lo scoglio appuntato il misero che sommerge per per non rilevarsi più. — Di cui è quel nome? — Egli è di Ugo, del suo.... — In verità non si aspettava a questo! — Egli è d'Ugo, — il figlio di una donna ch'egli amò, — il suo proprio pericoloso figliuolo, — il frutto della sfrenata giovanezza quando tradì la fede di Bianca, la vergine che pose stoltamente fiducia in colui che non la fece sua sposa.
VII.
Trasse dalla guaina il pugnale, poi lo ripose prima che fosse nuda la punta; perocchè, quantunque immeritevole di vita, egli non può uccidere creatura sì bella, almeno quando sorride, e quando dorme. — Non la sveglia, ma l'affisa con tale uno sguardo che, dov'ella si fosse svegliata dalla sua estasi, l'avrebbe costretta a nuovamente dormire. — Ora la lampada ardente riflette la luce nelle sue lagrime: — ella non parla più, — e dorme tranquilla, mentre nel di lui pensiero sono noverati i suoi giorni.
VIII.
E col mattino egli cerca, e trova nei molti racconti dei circostanti, la prova di quello che temeva conoscere: il delitto presente, l'angoscia futura. Le fantesche, consapevoli, pensano a salvare se stesse, e si affannano a rovesciare su lei l'onta, la colpa e la condanna; — quindi, posto da parte ogni velo, raccontano ogni circostanza valevole a dare piena credenza alla storia che fecero, e il cuore e l'orecchio dello sfortunato Azo ormai non hanno cosa da più sentire, od intendere.
IX.
Egli poi non era uomo d'indugi. — Nella sala del consiglio il capo dell'antico dominio d'Este si pone sul trono del suo giudizio; — gli fanno corona i nobili, e le guardie: — dinanzi gli sta la coppia scellerata, — la donna così altamente bella! — col pendaglio, senza spada, con le mani incatenate.... (O Dio! in questo modo un figlio dee comparire al cospetto del padre!) — ma pur troppo così Ugo ò costretto ad incontrare la faccia del padre, ed ascoltare la sentenza della sua ira, e la novella della sua sventura: nè per ciò sembra vinto, quantunque la sua voce sia muta.
X.
Ma pallida, tranquilla, silenziosa, Parisina aspetta la sua sentenza. — Come diverso nell'ultimo convegno in quella sala lucente spaziava il suo occhio, mentre i nobili uomini andavano alteri di accompagnarla, mentre la bellezza attendeva a imitare la gentile sua voce, il suo amabile portamento, e in quelle forme, in quello incesso raffigurava le grazie della donna dei suoi pensieri. — Allora se il suo occhio avesse pianto nel dolore, mille guerrieri sarieno accorsi, mille spade nude avrieno brillato, per farsi propria la contesa di lei. — Adesso quale ella è? — Quali essi sono? — Potrebbe ella comandare; e cotesti obbedire? — Taciturni, impassibili, con gli sguardi dimessi, con fronte accigliata, le braccia conserte, gelidi nel sembiante, con labbra che perdonano appena la parola del vituperio, e cavalieri e donne, tutta la corte, lesta dintorno. — E l'uomo scelto dal cuore, di cui la lancia avrebbe ferito all'accennare del suo sguardo, — e l'uomo, che dove per un momento avesse avuto libere le braccia, o la salverebbe, o morrebbe, — il drudo della sposa di suo padre, — egli pure è incatenato al suo fianco, egli non può vedere quegli che piangevano, più che per la propria, per la disperazione di lui. — Queste palpebre, su le quali errando una vena violetta vi lasciava una traccia leggiera, lucide per politissima bianchezza che invitò sempre a soavissimi baci, ora ardenti e livide di rossore par che premano, non adombrino, le sottoposte pupille le quali muovono lentamente, e lagrima su lagrima vi si accoglie dentro.
XI.