Novella tradotta dal LIBERALE, Giornale pubblicato in Londra per cura di LORD BYRON.
Nel tempo che Firenze per le male fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini andava divisa, la nimicizia che si portavano grandissima le famiglie dei Bardi e dei Buondelmonti ferocemente incrudeliva. Quindi di rado accadeva che amore trovasse luogo fra loro; ma se pure accadeva, altissimo era quell'amore, sia perchè la natura gli avesse sortiti a sentire profondamente, sia perchè amore appigliandosi a cuori gentili, li renda meglio degli altri innamorati e pietosi.
Ora avvenne che amore prendesse la bella Dianora Bardi di un garzone della famiglia nemica, nominato Ippolito. La fanciulla giungeva a 15 anni, lieta del fiore della bellezza, e splendido di donnesca leggiadria. Ippolito poi era di due o tre anni maggiore, sebbene contemplando quel suo volto severo gliene avresti aggiunti anche tre altri. Lo chiarivano i labbri discreto amatore, e gli occhi capace di custodire l'arcano. Si notava tra li due amanti, come spesso suole accadere, una cotale rassomiglianza; nè forse ella era poco alimento allo scambievole affetto, imperciocchè ci occorsero sovente volte pittori, che furono vaghi partecipare la propria immagine agli eroi che ritrassero, e gli amanti ancora si dilettino trovare sul volto della donna amata cotesta somiglianza, la quale, secondo ciò che ne scrisse Platone, non abbandonò mai del tutto le umane creature. — Non pertanto a Dianora di Amerigo bastò uno sguardo per suscitare in Ippolito ardentissimo amore. Celebravasi in chiesa una molto solenne festa, e laggiù nelle parti di mezzogiorno la gente più che altrove s'innamora in chiesa. Quivi i voluttuosi, che non sanno sollevare in alto gl'intimi pensieri, gli abbassano sopra cose terrene; e quivi gl'innocenti spiriti, voluttuosi anch'essi, senza accorgersene, mal sapendo in qual modo svelare l'arcano fremito che li commuove, scoprono che quel fremito si posa sopra enti che si manifestano sensibili alla lor gioia. La musica, i profumi, i dipinti, il benigno crocifisso, le mistiche cerimonie, i parati, le bianche vesti delle donne, le voci dei fanciulli, i candelabri, simboli dei ministri serafici, ardenti attorno l'altare di Dio, la confusione di tutti i sessi, di tutte l'età, le navate echeggianti, le ombre delle colonne e delle volte, la luce che penetra attraverso le alte finestre, quasi la terra fosse e non fosse ad un punto presente, — tutto cospira a confondere il mondo attuale coll'avvenire, e porre il cuore dubitoso in certo stato di sublimità e di umilianza, che prontissimo si manifesta a corrispondere di affetto con quanto vale a serbargli alcuna cosa di queste sensazioni, e confortarlo della tristezza della vita ordinaria. In chiesa fu che Boccaccio (non già Boccaccio lascivo, mezzo inteso soltanto da chi ha mezzo senno), ma Boccaccio il futuro dipintor del Falcone e del Testo di basilico, vagheggiò in prima la lieta sembianza della sua Fiammetta. In chiesa sentì Petrarca cadersi su l'anima l'ombra che offuscò poi per venti anni continui la sua vita mortale. E grazie al buon Cronista che ne tenne memoria, nella chiesa di San Giovanni nel giorno 13 di gennaio, in cui ricorre il Perdono universale, Ippolito dei Buondelmonti rimase preso di Dianora di Amerigo (Oh! come suonano soavi questi bei nomi italiani, quando non sono vani nomi; e noi senza pure badarvi troviamo averli scritti in caratteri meglio formati del resto, non solo per comodo dello stampatore, ma eziandio pel diletto di trattenerci su la loro armonia). Mentre il popolo stava per abbandonare la Chiesa, Ippolito volgendo la favella a certo suo famigliare, non vide più la sconosciuta bellezza. Si affrettava alla porta, dicendo al compagno — per vedere le donne, — non gli bastando l'animo di dire la donna: quando poi scorse Dianora, mutò colore e non aggiunse parola. Ella gli strisciò da canto, come cosa di Paradiso, abbassandosi il velo sul volto, e sebbene ei l'affissasse da improntarne la immagine nel profondo, gli parve averla veduta così di fuga in un sogno. Non aveva ardimento di farle motto, nè meno di cercarne il nome, se non che lo favoriva la ventura. — «Dio e San Giovanni benedicano la sua bella faccia!» — gridò un poverello alla porta; — «sempre mi dà l'elemosina doppia degli altri.» — «Maladetta lei!» — mormorava il famigliare d'Ippolito, — «ella è dei Bardi!» — Notò l'amante ambedue l'esclamazioni, e ne fece tesoro. Ippolito, come colui che molto si dilettava dei libri che ragionavan di amore, ed era amico co' più liberali delle due fazioni, cioè Dante Alighieri (il sì famoso) e Guido Cavalcanti, sebbene feroce partigiano, e di breve implicato in sanguinoso scontro avvenuto tra cavalieri, procedeva scevro dell'arte vergognosa di odiare per calcolo, ed ora più che mai gli sembrava biasimevole. Egli, in vero, non avrebbe pensato mai di perdonare ad uno dei vecchi Bardi, che traendo giù da cavallo suo padre l'ebbero a spengere di coltello; ma adesso avrebbe dannato la parte avversa a bando più mite di prima, e in quanto al maladire una donzella dei Bardi — e questa donzella Dianora! — oh! l'anima sua differiva assai da quella del suo famigliare.
Era grave ad Ippolito il pensiero di non potere vagheggiare l'amata donna in sua casa, chè gelosamente la custodivano i genitori, nè mai sola l'abbandonavano le amiche; più grave la paura di non poterla rendere sensibile al suo amore; gravissima poi la melanconia che lo angustiava, meditando che gli verrebbe tolta da più fortunato amante. Che dovea fare? A qual consiglio appigliarsi? Non gli si offriva un pretesto per iscriverle, nè sarebbe stata cosa prudente farle di notte tempo una serenata sotto le finestre, perchè oltre al manifestare la concetta fiamma, poteva in tanto scellerato secolo correre pericolo di vita. Si ristringeva dunque a passarle, quanto più spesso poteva, sotto casa, e seguitarla quando usciva, mettendo ogni cura per attirarsi la sua attenzione, — come sarebbe nel prevenirla a dare la carità al povero. Noi dobbiamo riferire come certa volta avvisasse di premere le zampe ad un cane, per mostrar poi quanta sollecitudine ponesse nell'aiutare la bestia. Ma il lieto giorno era la festa. Non festa, non mezza festa perdeva mai la messa, non domenica, non giorno di Santo. «La devozione di cotesto giovane» parlò una vecchia zia che accompagnava Dianora «mi edifica assai; e sì che egli è leggiadro e poderoso molto, e potrebbe, come la più parte di questi giovani fanno, darsi tempone in peccati e in vanità.» E così favellando sospirava, certo per una soave commozione della sua bellezza. La lode d'Ippolito avrebbero ripresa i parenti della Dianora, pure non giungeva immeritata. Già il costante seguitarla e i modi cortesi aveva notato Dianora, e già con l'arguzia consueta alle menti italiane, s'era accorta del motivo di tanta devozione, e in suo cuore desiderava che non cessasse. Ardeva anch'ella di conoscerne il nome, ma, non altramente che a lui, nel maggior uopo le veniva meno il coraggio. «Vi guarda!» disse la zia poichè fu uscita di chiesa; «come il povero giovine arrossa di non potersi sottrarre ai miei occhi! Davvero, questa è singolare modestia.» — «Mia dolce zia,» riprese Dianora con certo suo garbo di malizia e di piacere, «voi non aveste mai caro che io guardassi giovani in faccia.» — «Giovani» soggiunse la zia «di ventotto anni o di trenta, e se pur vi volete tutti; ma per questo la bisogna è diversa; e la meglio ritrosa di noi altre, può sogguardare per via tanto gentile e dabben giovane. E s'egli sia costumato, lo so ben io, chè avendogli chiesto in cortesia di farmi un po' di luogo nella navata, mi s'inchinò con tanto bel modo, che parve il piacere lo facessi a lui; e se il buon giovane ha sortito dai cieli tanta avvenenza, che ci ha a far egli? I Santi furono belli anch'essi nei loro giorni, o le immagini mentono, la qual cosa non è possibile; io per me vado convinta che San Domenico nella sua immagine di cera (Dio mel perdoni!) appena guardi così umilmente e con tanta dolcezza la Madonna e il Bambino, come egli guarda noi quando ci si fa dappresso.» — «Mia cara zia, già non ho inteso di farvi rimprovero; ma, dolce zia, voi non lo conoscete, e sapete che.....» — «Che sapete! io lo conosco quanto potrei conoscere il figliuolo di mia madre; e se fosse mio proprio figliuolo, beata me!» — «E chi dunque?» appena articolando le parole domandava Dianora, «e chi è egli dunque?» — «Chi?» rispose la zia; «il meglio cristiano giovane che faccia Firenze: che monta sapere chi egli sia? Certo egli è gentiluomo, ed uno dei grandi, statene sicura; e vi desidero non peggiore marito, giovanetta, come che per questo ci corra del tempo assai. Le donzelle di oggidì agognano sempre sapere come tale e tale altro si chiami, e se abbia parentela co' Priori, o piuttosto coll'Arcivescovo, e tutto questo prima di consentirgli leggiadria, la qual cosa procedeva diversi a' miei tempi. Ciò andrebbe a dovere se si trattasse di maritaggio, o vi fosse pericolo di accasarsi con uomo di sangue men nobile, o scontraffatto o paterino; ma per ammirare un gentil damigello che non lascia mai di ascoltar messa le domeniche, e gli altri giorni dei Santi, io non so a che giovi lo starsi così sul difficile. D'ora in avanti, spero, che non avremo penuria di Santi, nè l'usare cortesia alle gentildonne deve nuocere punto alla sua santità, dacchè Messer San Francesco con le parole e con l'esempio lo affermava, e, se vi ricorre alla memoria, la serafica Santa Teresa tra le altre cose lo ammirava per questo, e San Paolo nelle sue epistole manda a fare dei bei rispetti alle gentildonne Trifena e Trifosa. Nel Nuovo Testamento non occorrono femmine (se femmine possono chiamarsi cotesto benedette donne, non eccettuata Madonna Maddalena, che travagliavano sette demoni, i quali non sono neanche la metà di quelli che hanno addosso certe femmine, ch'io non voglio dire, nè l'altra che sentenziavano ad essere lapidata quegl'ipocriti ribaldi) che il nostro benigno Salvatore non abbia cortesemente trattate, e con amore paterno: la qual cosa, con moltissime altre, come Messere Frate Antonio discorreva ieri l'altro sul pergamo, lo prova non pure di stirpe divina, ma sì bene il più gentil sangue della terra, e nobile naturale.»
Chi poi ponesse in testa alla buona zia tanti argomenti, e perfino la religione potentissima a que' tempi, per confortare Dianora a tenersi caro Ippolito, noi non sappiamo. Intanto al finire delle parole giunsero a casa, e il povero giovane ritornò alla sua. Noi dovremmo dire poveri ad ambedue gli amanti, imperciocchè fossero abbastanza innamorati, onde anche a Dianora si facessero le guance pallide quando avesse saputo a qual gente apparteneva Ippolito!
Per poco stette che una avventura nella successiva domenica li svelasse al cospetto del mondo. La Dianora l'ultima volta che s'incontrò con Ippolito non ardiva levare gli occhi, timorosa com'era d'incontrare gli occhi di lui; ed egli ne rimase travagliato, chè pensò averla, non sapendolo, offesa. Poche domeniche prima quegli occhi belli lo avevano rimandato tanto giocondo a casa! Ora apparivano due seggi vuoti vicino al luogo in che stava genuflesso; — accanto l'uno, — un po' più oltre il secondo. La zia e la nepote, che vennero dopo di lui, si trovarono lontane dal suo seggio, e apparvero dubbiose qual dei due dovessero scegliere; se non che un moto leggiero del braccio della Dianora manifestò ad Ippolito il suo interno pensiero di farglisi appresso. — E gli era riserbata un'altra gioia. La vecchia madonna nel seguitare l'ufficio divino, voltasi alla nepote, le domandava perchè non cantasse secondo il solito. Dianora declinò il capo, e dopo un minuto o due fu dato ad Ippolito ascoltare la più soave voce che fosse al mondo, — sommessa invero — e più che ad altro somiglievole ad un leggiero susurro, — non pertanto da lui profondamente ascoltata. Gli parve abbrividire, ed ella pure abbrividì. Gli commosse lo spirito, siccome il suono dell'organo gli commoveva le facoltà del corpo. — Nè questo segno di compiacenza si rinnovò più mai. Non più le donne gli vennero vicine, quantunque mettesse ogni cura in occupare maggior posto che poteva, e poi si restringesse, facendo largo quando apparivano. Malgrado questo, derivava altissima gioia dal segreto pensiero, nè mosse querela finchè vide Dianora intenta a sogguardare la parte in che egli stava: quindi è nostro dovere avvertire che sebbene fossero i meglio devoti della Congregazione, non erano poi sempre i più attenti; imperciocchè cominciassero dal fissare i luoghi discosti dall'oggetto desiato, e quindi adoprando l'obliqua potenza dell'occhio a mano a mano si accostavano, e alla sfuggita si ricambiavano uno sguardo. Ma Dianora da qualche tempo cessava anche questo, e quantunque Ippolito più fermamente la contemplasse, e vedesse come più pallide le diventassero le guancie, cominciava a pensare che ciò non avvenisse per lui. Al fine una cotale disperazione lo spinse ad appressarsi a lei, dacchè ella non volea appressarsi a lui, e nella mentovata domenica mal sapendo che si facesse o vedesse, e meno quel che sentisse o sperasse, si prostese a canto a lei. Quivi presso sorgeva una colonna che a mala pena lo nascondeva con lo sbattimento. — Vi posava per alcun tempo la fronte, e se ne sentiva ristorato. Dianora non si accorse che le stesse vicino; ella non cantava, nè la zia gliene muoveva domanda. Non batteva palpebra; intentissima considerava il libro delle preghiere, e Ippolito tenne per fermo che ciò a bella posta facesse, onde infievolito dall'angoscia della mente rimase come soffocato dalle sensazioni. — Ei le posava a canto: — le belle forme, il volto, le vesti, che sole ardiva toccare, la somiglianza dell'attitudine di ambedue nell'implorare Colui che i teneri cuori implorano, affinchè prenda compassione dei nostri affanni; insomma tutto contribuiva a commuoverlo altamente. Allora tentò l'afflitto giovane con estremo sforzo levare gl'interni pensieri alle cose celesti, ma nel giungere che fece le mani, così dirotte gli sgorgarono le lacrime, ch'ei se ne trattenne. In fine la zia, che aveva speculato attorno per iscoprirlo, con maraviglia e diletto se lo vide vicino. Già ella cominciava a penetrare il misterioso amore, e quantunque non ignorasse chi egli si fosse, e la inimicizia mortale delle due famiglie, pure tanta albergava in lei benignità di natura, tanta la vaghezza di comporre le discordie, ch'ella si consigliò apportare conforto ai miseri amanti. Da qual causa poi ciò derivasse, ignoriamo: forse dalla propria benevolenza, forse anche dal desiderio che abbiamo che ogni cosa da noi immaginata consegua il suo fine. Però la pietosa madonna senz'altro badare, con voce alta abbastanza per essere intesa dalla nipote, le susurrava: «Fate che il gentiluomo a voi vicino legga nel vostro libro, avvegnachè paia ch'egli abbia dimenticato il suo.» La Dianora tenendo sempre gli occhi bassi, non sospettando chi le stesse accanto, declinò piacevolmente la testa, e trasse il libro da parte onde il gentiluomo avesse agio di leggere. Ippolito tese la mano e lo sostenne insieme con lei. Ma la sua mano era tremante, e l'anima della Dianora così profonda meditava a colui che le stava al fianco, che non lo avvertiva. Di lì a poco però, il libro vacillava per modo, che richiamato il pensiero della donzella alla considerazione degli oggetti presenti, si volse per vedere se il gentiluomo si sentisse male. Veduto che l'ebbe, torse il volto, e sentendosi incapace a reggere più oltre, mormorava nell'orecchio alla zia: «Io manco!» — Si levarono le donne, ed uscirono di chiesa; senonchè, appena l'aria fresca punse la Dianora, svenne, e fu portata a casa.
Nel momento stesso accadeva che Ippolito mal potendo celare la concetta passione appoggiasse il capo al pilastro, ed altamente gemesse, come colui che temeva averla concitata a sdegno. Avventuroso lui che i gemiti non si ascoltassero infrequenti in luogo dove talvolta la coscienza rimordeva il peccatore, e quei che l'udirono tennero per fermo Ippolito non sentirsi puro quanto se lo erano immaginato; e nella mente loro ripensando ai suoi costumi solitari e studiosi, conclusero un qualche misterioso affanno travagliargli lo spirito. Tra questi fu primo il compagno che maledì la Dianora quando prima si offerse agli occhi d'Ippolito, imperciocchè quantunque ignorasse la sua passione per lei, e l'amore ch'ella gli portava, non sapeva perdonargli l'universale benevolenza, e i modi leggiadri.
Ippolito trasse con gran pena a casa la persona inferma. Nei giorni successivi tentò per ben tre volte condursi fino al palazzo Bardi; — pensoso poi di potersi ridurre alla propria dimora, rimaneva. Un fiero morbo finalmente lo assalse, e giacque ammalato. O qual sarebbe stata la sua gioia, quale il dolore, se avesse saputo come in condizioni non punto diverse si trovava l'amata donzella! — Adesso la povera zia dubbiava in singolare perplessità, e il peggio stava nell'averle affermato la Dianora che sarebbe morta dove ella aprisse il suo amore a lui, o a chiunque praticasse con lui; a tutti insomma. Onde non sapeva a qual partito appigliarsi la povera zia: in mente talora ragionava, che morte certa avrebbe colto i due cari giovani, se più a lungo tenessero celata la interna passione, nè temeva la morte conseguenza del manifestarsela; e così irresoluta esitava su due o tre argomenti che decideva seguitare, quando, per buona ventura, la sorprese la visita di tale persona, che sopra ogni altra al mondo desiderava vedere, — la madre d'Ippolito.
Le due madonne volenterose si aprirono le scambievoli intenzioni, e con argomenti acconci a confortare gl'innamorati giovani si separarono. In qual maniera una madre giungesse a penetrare i segreti pensieri del figlio, non importa dirlo; neppure importerà raccontare quale e quanta fosse la gioia loro allorchè stettero sicuri dello scambievole amore. Adesso la infermità d'Ippolito assumeva un aspetto diverso, e consapevole di essere gradito alla Dianora, e del consenso materno, desiderò favellare con lei; nè mai si ristette dal sollecitarne la madre, finchè questa non gli ebbe promesso che tenterebbe di farlo contento. Ed infatti, con la consueta debolezza di coloro che si appigliano a cosa la quale sia per produrre un futuro danno, anzichè continuare nel mal presente, si consigliava la madre a giovare alcun poco il povero figliuolo. La famiglia si accorse dei suoi modi strani, chè ora compariva oltre ogni dire avventato, ora troppo dimesso. Talvolta sorgeva precipitoso, quasi dovesse estinguere un incendio per usare un ufficio di cortesia; tal'altra poteva rovinare il mondo, ed ei non si muoveva. Accadde sovente che balzasse in sella, come se il nemico minacciasse le porte della città; e il giorno di poi, quando era salito a cavallo, vi rimaneva impietrato, e le redini gli sfuggivano di mano. — «Cosa è che tanto ti turba?» domandò il padre iroso; «hai forse involato un gioiello?» — E ciò gli disse, perchè gli avevano riferito com'egli si rovinasse al giuoco, nè mai serbasse danaro nella borsa: il quale ultimo fatto era vero, imperciocchè per l'amore della Dianora spendesse assai in cortesia, e molto avesse donato al povero che la benedisse su la porta di chiesa.
Certo giorno, suo padre, vago dello scherno, ordinava che una giovine donna gli sedesse al fianco, e durante il mangiare gli ponesse davanti una mano invece del piatto. Ciò fatto, lo interrogava perchè si astenesse dal cibo; e Ippolito senza badare a nulla fece prova di recarsene un frusto alle labbra. — «Oh il bene compito giovane!» gridò in quel punto il padre; — ed Ippolito, accorto dell'errore, diventava vermiglio fino agli occhi; ma egli aveva la mente volta alla mano della Dianora, e insiem con lei inginocchiato teneva il libro delle sante orazioni. — Dopo breve tempo ricomposto, con tanta leggiadria domandava scusa alla donzella, che il padre pensò: — E' pare un principe! — La giovine donna, osservato il bell'atto, se lo immaginò suo innamorato; e tolte le mense, la madre, presi i suoi veli, se ne andò a visitare certa sua conoscente chiamata comare Veronica.