Venne il giorno, e venne l'ora. Il gonfalone di giustizia fu appeso alla porta del palazzo della Signoria, e la tromba per la città annunziava la morte d'un reo. La Dianora, che aveva tutte queste cose saputo, udendo adesso il suono della tromba, voleva prorompere fuori, e dichiarare il segreto; ma la represse madonna Lucrezia, parlandole della madre e del padre, della casata, del mondo, della impossibilità di salvarlo. La Dianora poco avrebbe badato alla casata e al mondo, pure il costume di venerare i suoi genitori, e la paura di loro rampogne, la fecero soffermare: — stava; — nulla imprendeva, — soltanto udiva, cosparsa di mortale pallidezza. — Intanto la processione comincia ad avviarsi fuori di Porta alle forche.
Uscito Ippolito dal carcere, più che di reo, mostrava sembianza di martire. Procedeva mansueto, con un vermiglio soprannaturale su le guancie, conseguenza del sacrificio al quale durante la notte si era con altissimo proponimento consacrato. Soltanto prega, come ultima grazia, di essere tratto per la via dei Bardi al luogo del supplizio, imperciocchè avendo vissuto in grande inimicizia contro quella famiglia, e sentendosi adesso spogliato di ogni odio terreno, desiderava benedire in passando la casa dei suoi avversari. Gli era concessa l'onesta domanda. L'antico confessore, con le lacrime agli occhi, affermava che la memoria del caro giovane tornerebbe sempre in onore della sua famiglia, siccome la sua anima sarebbe andata per certo alle dimore dei Santi; — e la processione seguiva il suo cammino. La stupida curiosità ingombrava la mente della plebe circostante, se non che alcuni pochi sentivano compassione sincera, e molte femmine furono vedute tornare indietro offese dallo spettacolo, forte piangendo, e senza pure aver lena di rispondere alle domande di chi incontravano per via.
La processione è giunta sotto il palazzo dei Bardi. Il volto d'Ippolito diventa prima colore di terra, e poi torna infuocato. Le sue labbra tremano, i suoi occhi si riempiono di pianto; e pensando che la sua donna si sarebbe fatta al balcone per raccogliere l'ultimo sguardo dell'amante che moriva per lei, s'inchinò gentilmente, e costrinse le labbra a un lampo di sorriso. — La tromba suona per la seconda volta. Dianora balza dal letto, e domanda che cosa fosse cotesto fragore che si avvicinava. — La zia con suoi argomenti s'ingegna di farla posare. — Suona la terza — La zia non può oggimai più raffrenarla, nè vuole, e: «Va,» le dice, «va, nel nome di Dio, mia figliuola, e il cielo sia teco.»
La Dianora co' capelli sparsi, senza pianto, infiammata nel guardo, proruppe nella stanza ove stava raccolto il parentado, e con forza sovrumana svelse due uomini dal balcone, e protendendosi fuori con mani tese esclamava: — «Fermate! fermate! egli è il mio Ippolito; egli è mio marito!» E sì dicendo, fece un moto che parve volesse lanciarsi fuori del balcone. — Ora avviene un grave trambusto tra il popolo. Ippolito si ferma, e volge pure egli le mani alla finestra come se gli fosse apparso l'Angiolo Custode. I parenti le si strinsero attorno per rimuoverla di costà; ma la fanciulla, diventata furente, li respinse; e gettatasi giù per le scale riuscì nella pubblica via urlando in molto compassionevole maniera: «Popolo! Dio del cielo! Cittadini! Io sono dei Bardi, egli dei Buondelmonti; ei mi ama, ed è questa tutta la sua colpa!» E sì dicendo, cadde nelle braccia del giovane innamorato.
Il popolo, fatto consapevole dell'avventura, condusse Ippolito e Dianora al palazzo del Potestà, gli espose la cosa come era successa, e poi mandati pei capi delle due famiglie, gli accordò in buona pace ed amistanza. E mezz'ora dopo, il fortunato amante si trovò sopra la stessa via, per la quale si era accostato al patibolo, sposo felice della bella creatura che gli camminava al fianco.
E fu una gioia per tutta la città. Le donne addolorate tornarono più gioconde che mai, e ogni uomo si recava in traccia di mirto e di altra lieta fronda per allegrare la nuova processione; e le donzelle si alzarono il velo dalla faccia delicata, e invece del salmo funebre presero a cantare una canzone di amore. La soverchia commozione valse a sostenere i due amanti. Le guancie d'Ippolito non per anche avevano riassunto la primitiva floridezza, ma il vivido incarnato di quelle della Dianora assai compensava il pallore di lui. — Apparivano entrambi come dovevano apparire: — egli a modo di persona salvata, ella in guisa di angelico salvatore.
Tali furono le vicende dei nostri due amanti, più che ad altro, somiglievoli a un sogno. Uno non osava fissare l'altro; e di tanto in tanto sogguardavano i circostanti, quasi per ringraziarli delle benedizioni che loro compartivano; — ma procedevano con le mani congiunte, ed erano come un'anima sola in due corpi distinta.
LA INFANTICIDA.
DA SCHILLER.
Ascolta: le campane suonano cupamente a morte, e l'ago dell'orologio ha compito il suo corso. Ebbene, sia dunque così! Su nel nome del Signore: compagni del sepolcro, conducete la colpevole al luogo del supplizio. — O mondo, prendi gli estremi baci di addio! Prenditi ancora queste mie lagrime. I tuoi veleni oh come sembravano dolci! Fra noi siamo del pari, o mondo avvelenatore del mio cuore.