Modesto e ritrosetto si raccoglie;

Oh! avervi potess'io alle mie voglie!

E Ippolito andando a casa non fece altro che cantare per via cotesta canzone.

Ora Ippolito osservò certa scala di corda destinata agli uffici domestici, e, a dirla giusta, posta in opera dal vecchio gentiluomo, nel modo appunto che adesso si avvisava adoperarla il giovane. — Nei suoi primi anni il padre Buondelmonti era stato famoso per avventure di amore; poi si volse a far danari, e a sostenere ostinatamente le pratiche antiche, onde la gente assai lo reputava per le sue virtù, e per la condizione, e il parentado; — e se cento scale fossero insorte in giudizio contro di lui sarebbero state credute testimoni falsi.

Ma la buona indole d'Ippolito lo consigliava a procedere circospetto. Aspettò mezza notte; si calò giù dal balcone, e tolta la scala sotto il mantello, si avviò tenendo un vicolo oscuro rasente casa Bardi. — Una finestra della camera di Dianora dava sul vicolo, le altre sul giardino: Ippolito tese l'orecchio, e sentendo un rumore di suoni e di canti, che di mano in mano si faceva minore, stava per avvertire la Dianora del suo arrivo col gittarle alcun sassolino nella stanza, quando intese approssimarsi persona: — era un giovanastro che andava per quelle vie rimote in traccia di mala occasione. Ippolito si strinse in un canto, pauroso non s'inoltrasse nel vicolo; — per buona sorte il rumore passò, ed egli di nuovo mosse il piede fuori del canto, e di nuovo vi si restrinse. Due altri giovani cominciarono a contendere se dovessero o no passare nel vicolo. Uno di loro, che pareva ebbro, voleva ad ogni costo cantare alla sua bella nemica, non fosse altro per far dispetto al vecchio, e trarlo fuori di casa con cotesto suo spadone lungo lungo. «E con una reprimenda anche più lunga,» soggiunse l'altro. «Ora sì che mi spaventi davvero,» rispose il primo; «la sua spada è spada, ma la reprimenda è il demonio, e passa di là di Arno, e non si rimane mai finchè non rompa il sonno a qualche creatura, — pure io vo' fare la serenata.» — «No, no; di grazia, rammentati quello che disse il gonfaloniere. Io per me non vorrei trovarmi a tristo incontro; — un giorno o l'altro dobbiamo pure incappare nel malanno, che Dio ci tenga lontano.» — «Sta cheto,» riprese l'ubbriaco, «io rammento quello che il gonfaloniere disse; egli disse: — Io vo' fare la serenata. No, egli non disse vo' ma ve lo metto io: — me ne ricordo come se fosse ieri: — egli disse: gentiluomini, tre cose buone si danno in questo mondo: l'amore, la musica e la guerra, con altre mille parole che non valevano un nonnulla; — e dette per provare con una fastidiosa quantità di periodi che l'amore era buono, la guerra buona, buona la musica; ed è per questo che voglio fare la serenata.» — «Fallace argomento; Vanni,» l'altro riprese, «vien via, o noi avremo tra poco il nemico sopra; perocchè io abbia inteso rimuovere dall'altra parte, e vado sicuro che non sono dei nostri.» — «Meglio che mai, amore e guerra, mio bel damigello.... e musica, io compisco la ballata prima che giungano.» — E qui prese a cantare la più oscena canzone che mai si sia immaginata, e il nostro amante stette più volte in forse di uscire fuori, e dare il leuto in faccia a cotesto sfacciato; pur si trattenne. Dopo brevi momenti sentì accostarsi persona, e poco dopo un cozzare di spade, e un fuggir via con velocissimi passi. Ridivenuto il luogo silenzioso, Ippolito dette il segno, e gli fu risposto: fissa la scala, e mentre sta per salire si rimane atterrito da un piccolissimo sembiante, che pare che gli sorrida traverso un raggio; — ma rammentando come poc'anzi si era invano ingegnato a torre via la lampada che ardeva davanti una Madonna quivi vicina, ebbe a maravigliarsi della strana condizione dei suoi nervi. Si fece divotamente il segno della Santa Croce, offerse una preghiera pel buono esito del suo vero amore, e cominciò a salire la scala. Appunto quando la sua mano toccava la finestra, inteso un rumore di passi; — guarda giù pel vicolo, e scorge due figure ristrette in un canto: — egli s'immaginava che potessero essere l'ubbriaco e il suo compagno di ritorno, ma il profondo silenzio loro lo dissuase. Alfine uno di quelli a voce alta favellò: «Non m'ingannava quando vidi l'ombra di un uomo con la mia lanterna, ed ora mi accorgo che non per nulla siamo tornati in dietro; dove mai si sia ficcato costui?» — Ippolito scese rapidissimo, procurando nascondersi il volto col cappuccio, e disposto a fuggire per forza d'arme, se non che la fortuna gli attraversava il disegno, e lo fece incespicare nelle corde, e cadere. Gli stranieri venutigli addosso, lo arrestarono. L'amoroso pensiero, che sopra ogni altra cosa del mondo tiene cara la fama della donna amata, celere come il baleno suggeriva ad Ippolito un consiglio: «Sono tutte salve,» fingendo paura, diceva, «non ne ho toccata una sola.» — «Sola; di che?» domanda l'altro; «cosa è tutta salva?» — «Le gioie,» risponde Ippolito; «per l'amore di Dio lasciatemi andare: questo è il mio primo, come sarà l'ultimo errore: — lasciatemi: io poi ho in mente di restituirle,» — «Restituirle!» esclamò il primo; «oh! questa è singolare davvero: tu devi essere un ladro gentiluomo con siffatta cortese volontà, e noi vogliamo vedere un po' chi tu sii, non fosse altro per tua soddisfazione, Filippo, eh?» — Or questo Filippo era un baro solenne, e: «Maledetto!» gridava, «ti ho già le mille volte ripreso per questo nominarmi che fai: alla stagione che corre non istà bene, quantunque scommetterei che mi abbia anche egli giuntato la sua parte.»

A vero dire Filippo temeva non poco che l'arrestato si convertisse in qualche giovane da lui medesimo rovinato, e ridotto a commettere quel delitto: ma il suo compagno più caparbio volle conoscerlo; e Ippolito, costretto a seguitare la necessità del destino, venne tratto alla luce. A tal vista esclamarono i nemici: «Un Buondelmonte! il magnifico Messere Ippolito Buondelmonte! Messer Ippolito, io vi bacio le mani, e vi sono ad un punto servitore e bargello; in fede mia, vuole esser questa la lieta novella per domani.»

Venne il domani, e fu giorno di tristezza pei Buondelmonti, e di gioia per tutti i Bardi, tranne per la povera Dianora. — Ella non sapeva qual cosa avesse impedito Ippolito dal continuare la salita; un qualche caso lo aveva certo trattenuto, ma di qual natura ignorava. Era egli conosciuto? Ella fu conosciuta? Era stato conosciuto tutto? — E la povera fanciulla si travagliava con infinite paure. Madonna Lucrezia, giunta la mattina, le si fece incontro con tutta quanta la terribile storia dell'accaduto. Ippolito Buondelmonte era stato preso mentre si calava per una scala di corde giù da un balcone di casa, con una spada ignuda nella destra, ed una scatola di gioie nella mano manca. La Dianora di leggieri conobbe la verità del fatto, e vinta dalla riconoscenza, dall'amore e dall'affanno, cadde svenuta. — E madonna Lucrezia conobbe anch'essa come stava la cosa; pure tremava di confessarlo alla sua mente, molto più poi a confessarlo con parole; e dove la novità, lo scompiglio e lo svenimento della nepote non le avessero dato materia di occuparsi, sarebbesi svenuta con tutto il cuore dallo spavento. La comare Veronica alla trista novella non resse meglio delle altre donne, e la madre d'Ippolito assalita da un languore, che sì aggiunse alla naturale fievolezza della sua complessione, giacque istupidita e incapace di badare a nulla.

Ora il primo passo di madonna Lucrezia, dopo di avere soccorso la Dianora, e dato ad intendere ai servi che la storia del ladro l'aveva spaventata, fu di recarsi dalla comare Veronica, e seco lei statuire i provvedimenti da prendersi. Le due buone femmine piansero pel povero giovane, ed ammirarono la costanza di lui nel tutelare la fama della donzella; ma nonostante la buona natura convennero doversi per riguardo alla Dianora tenere il segreto. Madonna Lucrezia se ne tornò a casa per confortare la giovane, e sopprimere le importune ricerche, mentre la comare Veronica si rimase chiusa nelle sue stanze, troppo ammalata per ricevere visite, alternando preghiere al Santo Protettore, e buoni sorsi di vino di Montepulciano.

La scostumata gioventù di quei tempi pur troppo rendeva probabile la confessione d'Ippolito. Inoltre, lo avevano veduto pochi giorni innanzi privato affatto di danari. Si susurrava ch'egli usasse spessissimo con bari ed altra gente di mal affare; — e suo padre era avaro. Finalmente non passò inosservato il sospirare che fece in chiesa; e il magistrato, che parteggiava pei Bardi, concluse lui essere più reo di quello che per avventura apparisse.

Ippolito, come uomo abbandonato, aspettava la sentenza; e immaginando che lo avrebbero bandito, volgeva in mente certi suoi ingegni per rivedere l'amata donzella, allorchè la condanna di morte gli cadde sopra come una folgore. La cagione della rigida sentenza appariva manifesta ad ogni uomo, imperciocchè in quei giorni la fazione dei Bardi prevalesse, e la città mal condotta dalle civili discordie amava starsene in pace. La compassione che la gente sentiva pel caso d'Ippolito, molto si aumentava per l'affanno che il giovane non sapeva raffrenare; e: «Dio! Dio!» esclamava, «dovrò morire in così fresca età? E non vedrò più mai, — più mai contemplerò la luce, e Firenze, e i dolci compagni?» E si avviliva a pietosissimi scongiuri onde esser salvo, — però che pensasse alla sua bella Dianora. Ma i circostanti attribuivano quell'affanno alla paura della morte, ed istigati dalle parole dei partigiani dei Bardi, mutarono la compassione in disprezzo. Si prostrava ai piedi del potestà, e strettamente le sue ginocchia abbracciava. Lo stesso suo padre, come cosa abietta, lo respingeva. Vedendo allora stargli ogni vivente contrario, sorse, e risoluto di conservare il segreto per l'onore dell'amata donna, si dichiarò pronto a morire. — Il potestà lo condannava a morte nel veniente giorno.