Lo scrittore. Prego, signora, a volermi credere che adoperando la parola modestia io non posi mente a nulla di personale. E V. S. so ch'è donna dabbene, ed ama di cuore i miei amanti. Io non parlava pertanto di modestia in nessun senso particolare, ma così in genere; e tutte le nazioni, non eccettuata la dilettissima nostra, hanno pur troppo le modestie ed immodestie loro. Intorno poi alla violenza di che ella diceva, la quale in alcuni è energia, ed in alcuni altri miserabile debolezza, secondo l'indole degli uomini e le circostanze dei casi, e gl'Italiani, come quelli che vivono sotto un cielo ardente, ne dimostrarono meglio degli altri popoli; — pure si deve osservare che dove il carattere individuale sembra più rilassato, quivi anche sono peggiori i costumi e le leggi. — Nondimeno affermo la violenza essere atto della propria volontà, e speciale ai due estremi delle umane condizioni: — ai potenti di cui le passioni furono soddisfatte, — e ai poveri di cui le passioni furono mal dirette. — La vera energia si manifesta non con la violenza, bensì con la forza e colla intensità. La intensità di sua natura discerne, nè rimane vinta dalla moderazione, là dove di moderazione fa mestieri. Inoltre, al tempo del quale parliamo si osserva in alcuni una esquisita finezza nelle materie di amore, ed in altri brutalità ed oltraggio. Le umane potenze ebbero in quel periodo supremo esercizio nel bene e nel male; e se da un lato troviamo terribile spettacolo di cupidigia, di tirannide e di vendetta, dall'altro occorre una filosofia, una quasi divinità per abbellire l'amore, ed emulare con le arguzie di Platone per farlo cosa celeste.
La donna. Io mi confesso pienamente convinta; però continuiamo.
Lo scrittore. Assai mi piace quel continuiamo, signora; immaginiamoci essere i due amanti in compagnia; — certo assai ci assomigliamo a Don Cleofas e al suo piacevole amico il Diavolo Zoppo. — Io, il diavolo senza altro, ella il giovane scolare — scolare femmina, — Donna Cleofasia che studia il cuore umano.
La donna. Sì, bene, come a lei piace; ma procediamo.
Lo scrittore. Se la sua inchiesta mi riesce gradita, lo vedrà coll'effetto; però vado oltre. —
Noi lasciammo i nostri amanti, o signora, nella camera di madonna Veronica, di cui l'uno guardava per la finestra, e l'altro si rimaneva a lieve distanza; e così stettero per tutto quel tempo nel quale abbiamo favellato. Oh! quanto è cosa impossibile immaginare la trepidanza dei due amanti in cotesta ora, e non sentirsi trasportare col pensiero nella condizione di quelli!
Ippolito si accosta alla Dianora. Il suo occhio se ne stava fisso sopra i lontani monti di color celeste, ma l'anima sua era raccolta entro la camera. Le copriva la testa una reticella di seta verde, tessuta in oro, che mollemente conteneva i bei capelli, e sembrava che volesse accennare il collo candidissimo; — sentì un alito che le scaldava il collo, e sollevò le braccia per acconciarsi la rete. Per questo modo apparve manifesto il contorno leggiadrissimo della sua cintura, ed ei gliela cinse con ambe le mani, cosicchè venisse a porle sul cuore della donna innamorata, e: «Mi vorrà» diceva «perdonare di questo.» Veramente aveva ragione per favellare così, sentendoselo balzare sotto le dita come se volesse venir meno. La Dianora diventata tutta vermiglia, rimosse con le sue mani la destra d'Ippolito, ed ei la ritenne pur sempre con la sinistra. «Messere Ippolito,» alla fine parlò, «io temo forte che voi non mi crediate...» «No, no,» interruppe Ippolito, «non temer nulla di quello che io possa credere o fare. A me spetta temere del tuo celeste sembiante, che del continuo mi vegliava sul letto, e mi pareva vederlo sdegnato con me solo tra tutti i viventi della terra.» — «E mi hanno detto che voi foste ammalato,» rispose Dianora con voce soave; «e la zia forse conosce ch'io... crede... E dimmi, sei tu stato male davvero?» — Qui senza accorgersene posava una mano sopra le sue. «Guardami, e di per te stessa lo giudica,» soggiunse; e con l'indice della destra le comprimendo la fossetta del mento, verso la sua voltava la faccia di lei. — A Dianora sembrò trovarlo meno mal condotto di quello che lo vide l'ultima volta in chiesa, ma pur tanto da farle l'occhio lagrimoso; — e subito dopo abbandonò la testa su la spalla del giovane, e desiate scesero le sue labbra sopra le labbra di quello.
E' correva in quei tempi un mal costume generato dall'errore delle leggi, per cui si praticavano assai gli sponsali, o piuttosto promesse di fede fatte in segreto, e al cospetto del cielo. Questo era dunque un mal costume, come la più parte dei segreti sono; ma il danno, secondo il solito, toccava al povero, o quando erano di troppo disuguali le condizioni delle parti. Là dove ambedue le famiglie avevano autorità, più di rado accadeva lo scioglimento della fede promessa. La fede poi d'Ippolito e della Dianora era fede davvero: si genuflessero davanti la immagine della Vergine col Bambino, appesa nella camera di madonna Veronica, e ad un messale che stava aperto sopra una sedia. Ippolito allora, quasi per fare una sua vendetta dell'angoscia sofferta allorchè Dianora erasi insieme con lui prostrata nel tempio, tolse il libro, e glielo pose innanzi agli occhi, e la guardava supplichevole in faccia; e Dianora lo prese tutta tremante, sebbene lieta di altissima gioia; e Ippolito due e tre volte la baciò amoroso. — Noi ci accorgiamo adesso adoperare troppo gran numero di e in siffatte occasioni; e comecchè ce ne siamo accorti, non ci dispiacciono gran cosa. Il qual uso dobbiamo in parte alla memoria delle antiche ballate, e in parte a certa vaghezza d'insistere sopra un piacere, che, se noi non andiamo errati, rimane maravigliosamente sovvenuto da queste congiunzioni. — Certo non vuol negarsi che sia un crimenlese di sana critica; ma noi ci scusiamo col confessarci affatto ignoranti di quest'arte salutare, e però continuando raccontiamo come le nostre buone madonne spensierate, dico della Lucrezia e dell'altra (poichè non sempre la vecchia età è la meglio guardinga, trattandosi in ispecie di comari e di zie), tornassero alla fine nella stanza dove avevano lasciati i due amanti; — non prima però che la Dianora avesse acconsentito di ricevere il novello suo sposo nella sua verginale cameretta, mediante un antichissimo arnese chiamato scala di corda. Secondo la bella costumanza consumarono il giorno col prendere parte ai sollazzi della gente della villa: menarono danze, cantarono canzoni, colsero e mangiarono dei grappoli, che vaghi di bei colori pendevano dai pergolati scintillando sopra il lor capo. Da tempo immemorabile cantano per la Toscana ballate e canzoni intorno ai fiori: una di queste, diretta innocentemente a guisa di addio alla Dianora, forte la commosse, facendola tutta impallidire nel volto. — Voi siete un vago fiore, prese a cantare una leggiadra donzella,
Voi siete un vago fior di primavera;
Un fior, che in su la sera