— Giuseppe! Giuseppe! anche da lontano ti perseguiti l'ombra spaventevole: ti raggiunga con fredde braccia, ti desti con urli terribili dai sogni voluttuosi. Dal vago scintillare delle stelle esca e ti percuota l'orrido sguardo di morte del figlio. Ti si affacci in sembianze sanguinose, e ti respinga dal Paradiso.

— Vedete, — là giaceva disanimato ai miei piedi, freddo, intirizzito. Con sensi confusi io vedeva scorrere il suo sangue, e con esso scorreva la mia vita. Batte terribilmente il Messo della Giustizia, più terribilmente il mio cuore. Con gioia mi affrettai di spegnere le fiamme del dolore nella gelida morte.

Giuseppe! Iddio nel Cielo può perdonare: la peccatrice ti perdona. Il mio rancore, lo voglio consacrare unicamente alla terra.

Suscitatevi, fiamme, a traverso del rogo. Oh me felice! me felice! Le sue lettere abbruciano, — un fuoco divoratore distrugge i suoi giuramenti. I suoi baci!.... oh come ardono!

Cosa mai erami sì caro su la terra?....

— Non vi fidate delle rose della vostra giovinezza, o sorelle; non vi affidate nei giuramenti degli uomini. La bellezza fu la insidia della mia virtù.

Da questo palco di Giustizia io la maledico! Lagrime?.... come lagrime?.... negli occhi del carnefice? Presto ponetemi la benda. Carnefice, non hai cuore di troncare un giglio? Pallido carnefice, non tremare.

PARISINA,[1]

POEMA ROMANTICO DI LORD BYRON.

I.