II.

Se i dolci sorrisi e i molli baci, e tutte le più care soavità dell’amore conteneva in sè il cinto di Venere, come poetando ci narra Omero divino, veramente può dirsi che i colli di Firenze la circondino leggiadri come la cintura di Citerea. Deh! che non è tutta Toscana il mondo! esclamava quell’austero intelletto di Vittorio Alfieri scendendo dall’Apparita, e la contemplazione di così stupenda bellezza valeva a spianargli una ruga sopra la fronte, — un’altra sul cuore. — Adesso tutti gli Dei disertarono questa terra, che è delizia del Sole: squallidi fati ci avanzano; rimanemmo soli. E nondimeno in partendo i Numi la riguardarono con amore, e vi scossero sopra le fimbrie delle clamidi quasi per benedirla, sicchè l’aria intorno conserva un senso di ambrosia e di armonia, che verun tristo vento ha potuto dileguare fin qui. Pei boschi degli allori e pei mirteti tu sentirai sibilare lenemente le ultime vibrazioni delle antiche arpe famose. La morte ha chiuso i labbri degl’incliti nostri personaggi, e non pertanto per gli atrii, pei fôri, lungo le mille colonne delle navate dei templi risuona ancora l’eco delle estreme loro parole. — Come sul volto di Laura, la morte par bella su questa terra bellissima...![9]

III.

È una molto terribile storia quella che adesso io racconto, e che ha principio nella villa Salviati, posta sopra uno dei bei colli che circondano Firenze, ond’è che non invito a leggerla se non chi ne ha voglia. — Correva il vespero del primo di novembre 1637, regnando in Toscana Ferdinando II di gloriosa, immortale, paterna memoria, come fu inciso su l’epitaffio composto dal poeta di corte. Una fata si sarebbe scelta per dimora cotesta villa; quel benedetto ingegno di messere Lodovico avrebbe saputo appena immaginarla più bella. Ma io non istarò a descrivertela, amico lettore, però che da quando mi accorsi come gli uscieri, e simili persone onorandissime deputate a commettere gravamenti, descrivessero mobili e vesti, quanto Scott o Balzac, io meco stesso divisassi lasciare intera alle prefate onorandissime persone la gloria degl’inventarii.

Solo dirò come in certa camera si vedesse un letto con baldacchino e tende di damasco a rappe azzurre sopra un fondo giallo, ornato all’intorno di cornici e d’intagli sottilmente lavorati e dorati.

Dormiva su quel letto un fanciullo di forme leggiadre, di capelli neri ricciuti; palpebre lunghissime di seta; nelle guance florido, co’ labbri accesi: — simile al putto dell’Ego dormio, sed cor meum vigilat, dipinto dal Bronzino.

Con la piccola mano andava ad ora ad ora cacciando via una zanzara, che più ostinata tornava a vellicargli le labbra e il naso: — ed egli torceva quelle, e questo aggrinzava indispettito; chè il molesto solletico formava il più profondo dolore che mai avesse sofferto nella breve sua vita quel fanciullino.

Dormiva un sonno a fiore d’occhi, conciossiachè a seconda del vento giungesse a sturbarlo uno schiamazzo di risa e di voci gioiose, come quando, il decoro dei commensali vinto dal vino, la esultanza del banchetto scorre rubiconda e loquace, talora a rallegrare, — qualche volta a insanguinare le mense.

Ed infatti il cavaliere Iacopo Salviati, duca di San Giuliano, aveva convitato i nobili suoi amici a sontuoso banchetto.

Quantunque, durante il pranzo, egli fosse sovente comparso preoccupato, aveva nondimeno soddisfatto a tutte le parti che a compito gentiluomo si addicono. Nè in bella cortesia di maniere gli era punto rimasta inferiore la spettabile dama Veronica Cybo dei principi di Massa, sua consorte, la quale, comecchè dotata di spiriti alteri, e fiera più che per avventura a delicata femmina non convenga, sapeva nulladimeno temperarsi all’uopo, e sostenere egregiamente il decoro della nobile casata.