I Salviati erano in quel tempo, siccome furono sempre, principalissimi di Firenze, e strettamente congiunti alla casa dei Medici. Vero è bene che i Salviati avevano qualche volta insidiato la vita dei Medici, e i Medici avevano per altra parte qualche volta mandato i nobili loro parenti a dare dei calci al rovaio, come avvenne nella famosa congiura de’ Pazzi, nella quale essi non aborrirono impiccare alle finestre di Palazzo Vecchio messere Francesco Salviati, arcivescovo di Pisa, e cardinale di Santa Madre Chiesa; ma ciò non guastava punto la parentela, nè la buona amicizia tra loro. E’ pare che a quei giorni il filo dei coltelli non tagliasse i parentadi, e il capestro avesse virtù di ristringerli. Nella epoca poi della presente storia, il signore Iacopo occupava in corte cariche di conto, e poco dopo, il granduca Ferdinando scelse a suo ministro il marchese Vincenzo Salviati, nel quale ripose altissima confidenza.

Durante il convito, il signor duca si studiava fuggire gli sguardi della duchessa, quanto questa all’opposto poneva cura a riscontrare i suoi; e quando inevitabilmente s’incrociavano, ti sarebbero apparsi ferri taglienti. — Se la virtù favolosa degli occhi del basilisco fosse stata concessa a quelli degli uomini, quante creature umane, pensate voi che rimarrebbero adesso ad abitare la terra?

Giunse alfine il momento in cui ab antiquo corre nei banchetti il costume di propinare a vicenda alla salute dei commensali. Il duca non trovando maniera onesta di farne a meno, colto all’improvviso il destro, prende precipitoso un bicchiere, ed accennando alla duchessa, esclama:

“Madonna Veronica, io bevo alle vostre contentezze!”

La duchessa levandosi come vipera calpestata, con labbra tremanti si reca a sua posta nella mano un bicchiere, e gli risponde:

“Sì!... a quelle che voi mi date, signore Iacopo, da un pezzo in qua....”

E di pallida, diventò per tutta la faccia vermiglia. Su l’orlo estremo dell’occhio le spuntò una lacrima, sopra i labbri un sospiro, che però nel punto stesso vennero — quella inaridita — questo compresso da ineffabile senso di rabbia.

Alcuni dei convitati che notarono quegli atti, non sapendo di quale feroce procella fossero segni, sentirono intenerirsi, e susurrarono sommessi, che nè più bella, avventurosa e amorevole coppia di coniugi a memoria di uomini si era mai vista in Firenze.

Si levano le mense; la comitiva si sparge pei giardini. Al duca, che di un cenno ne aveva dato segreto comando, conduce davanti un superbo cavallo turco il valletto fedele. Recatesi in mano le redini con garbo pieno di leggiadria, il signore Iacopo si valga ai circostanti, e dice loro: aspettarlo l’eccellentissimo e serenissimo granduca; avergli promesso di vegghiare in corte; impedirgli il rispetto, non consentirgli l’affezione, che svisceratissima portava a così benigno signore, mancare al convegno; rimanessero: tutti quei diletti, che la sua povera casa poteva offrire maggiori, a loro talento pigliassero; forse sarebbe tornato a notte inoltrata; raccomandarli intanto a madonna Veronica, la quale, come quella che era la stessa cortesia, non aveva mestieri di lusinga per mantenersi ciò che fu e sarebbe stata sempre, il più bello ornamento delle case Cybo e Salviata.

E senza attendere risposta, — quantunque si udissero risuonare dintorno: — padrone, — ella si accomodi, — è di dovere, — e simili altre frasi profferite senza pregiudizio di biasimare a voce bassa quello che si loda a voce alta, — e senza attendere risposta, gravata la mano sinistra su la criniera, di un salto balza in sella, spinge di gran carriera il cavallo. Venuto in parte ove non temeva più gli sguardi o la voce della duchessa, si volge, e vede come tutti i suoi convitati tenessero in lui intenta la faccia, onde è che compiacendo alla lusinga della vanità, nonostante la voglia che pure avea grande di recarsi a Firenze, arresta di repente il cavallo, e quello sta come di bronzo fuso; poi fatto arco della coda e del collo, volteggia ora a destra, ora a sinistra, o si slancia disteso al salto della barriera, e aggruppa le gambe ad altre figure, insomma esercita tutte quelle destrezze che buon cavallo sa fare col buon cavaliere. Gli spettatori ammirati se ne congratulavano con la duchessa. Le donne poi non rifinivano di levare a cielo il prestante cavaliere, e quelle lodi erano come tante coltellate al cuore della povera moglie, che pure avea occhi per conoscere tanta vaghezza, e mente per pregiarla, e anima per amarla svisceratamente, e a chiara prova vedeva come oggimai fosse per lei perduta senza rimedio. Il duca, avvolto da un nuvolo di polvere, disparve.