IV.

Si apre con impeto la porta della camera ove dorme il fanciullino, e imperversando vi si lancia dentro la duchessa. Non badando o curando se altri la nota, ella si precipita verso il balcone, e quivi, i gomiti appoggiati al davanzale, il volto declinato fra le mani, si pone a considerare il duca, che galoppando si allontanava. Chi mai dirà l’inferno di quell’anima esacerbata? Pestava i piedi, singhiozzava, fremeva, intere ciocche di capelli si strappava, e tremava, tremava come persona presa dal ribrezzo della febbre, e:

“Iacopo mio,” — fra i singulti diceva “non ci andare... Iacopo, torna indietro... Iacopo, salvami dalla tentazione del demonio: in questo mio cuore o tu, o Lucifero. Se mai ti offesi, se in cosa alcuna ti spiacqui, Iacopo, io ne domando perdono prima a Dio, poi a te. — Da ora in seguito mi vuoi più mansueta... mi sforzerò... lo sarò... — non ti dirò parole amare, — ma torna addietro... — Ahimè! sempre più si allontana. — Volgiti, duca, per amore dei tuoi morti, che sono domani, non lacerare il cuore di una donna, della povera tua moglie, della madre dei tuoi figliuoli. — Oh dolore! appena lo scorgo. — Pace, Salviati, — e mutata attitudine, ambe le braccia stendeva fuori del balcone; — pace; io scenderò, se vuoi, dal grado di sposa, ti servirò da fantesca; se vuoi, ritirami l’amore tuo, non amarmi; — anche questo concedo; non mi amare più: ma non preferirmi altra donna. — O Cristo! è scomparso... e fra un’ora... fra pochi istanti sarà nelle braccia di altra donna! — O Cristo!”

Ebbra di furore, abbandonato il balcone, passeggia la stanza, ad ora ad ora esclamando:

“Fieri esempi — ricordanze disperate — eterno lutto! — gli strapperemo il cuore, e glielo batteremo su le guance. — Non è forse traditore? Sì certo, e della stirpe dei traditori. — O piuttosto trucidarli ambedue negli osceni abbracciamenti. — O piuttosto...” — e qui la voce le si affiochiva — “mi trovasse qui spenta nel letto, e accanto a me il suo figliuolo anche esso spento;” — e si accostava al figliuolino.

Ma il fanciullo erasi desto, e postosi a sedere sopra il letto, con gli sguardi alacri, che sogliono dopo il sonno avere i bambini, e un ridere dolce di paradiso, tese le mani alla duchessa, — la chiamava:

“Mamma mia!”

E Veronica Cybo si gettava prona con la faccia sul letto, e abbracciava come delirante il figliuolo, lo inondava di lacrime, lo stringeva, lo baciava, e gli domandava perdono, talchè il fantolino diceva:

“Mamma, mi fai tanto male...”

Ed ella: