“Lasciati fare, — tu fai tanto bene a me...”
Si quietava quella piena di affetto, e dopo un lungo pensare la duchessa così riprese a dire:
“Ma che cosa ha mai questa Caterina, che valga a Strapparmi il cuore di mio marito? Nata di plebe, ella non può intendere i nostri sensi gentili; — me la dicono educata nel fango... e deve essere così! — Ma forse no, che m’ingannano... — Sì, sì, — certo, quello che di lei maggiormente talenta il duca, saranno le sconce lascivie, lo inverecondo abbandono, i gesti provocanti; solita infamia di cotali femmine! — Ah! perchè la bellezza, che dovrebbe formare esclusivo retaggio degli angioli, fu data in sorte a così sozze creature? — Ma ella è poi così bella costei? — Vediamo! — La marchesa Cecilia me ne ha procurato il ritratto: povera amica! — Quante grazie le debbo! — Vediamo...”
Accosta in fretta una tavola presso al balcone per avere più lume, e sopra la tavola assesta uno specchio. Si asside, si compone il velo e i capelli, rende mansueta la faccia, e si prova a chiamare su le labbra la serenità del sorriso; quindi si leva dal seno una miniatura con eccellenza di arte condotta, e con tale una espressione la riguarda, che favella umana non saprebbe referire.
Cotesto ritratto rappresentava una giovane donna decorosa per copia di biondi capelli, per dolcezza degli occhi azzurri soave; candida nella fronte, e tanto pura, che l’Angiolo stesso della innocenza avrebbe potuto benedirla con un bacio. Dalla intera sembianza spirava tale e siffatto senso di pudore, che ti prendeva vaghezza di adorarla piuttostochè di amarla, siccome avviene a cui riguarda con profondo sentimento dell’arte le immagini di Raffaello.
Il terrore aveva sconvolto l’anima della povera duchessa, — e con l’anima, la faccia: sentiva la sconfitta, non si attentava contemplarsi nuovamente nello specchio; — ma ve la trassero i fati, — e si specchiò.
Colei tanto florida sembianza; — ella già volta ad appassirsi!...
“Ma anch’io fui fresca come un fiore, — quando prima vergine innamorata mi abbandonai fra le tue braccia! Chi avvizzì le mie labbra se non che tu bevendovi a sorsi lunghi avidamente il piacere? — Chi altri che tu m’inaridiva le guance con l’ardore dei tuoi baci? — Se il mio sguardo divenne languido, sposo mio, non fu perchè nel mio seno ti riprodussi, e ti feci lieto di figli? — Il cuore di una donna, di una moglie, in mano al marito è forse la farfalla nelle dita del tristo fanciullo, che le strappa ora un’ala, ora un’altra, e poi lacerata la calpesta ridendo?”
Colei così placida di pace beata; — ella poi torbida, di ciglia truci, e minaccevole sempre!
“Ma anch’io una volta fui festosa, tutta moto, tutta canto, come un uccello di primavera. Chi mi avventò nel cuore l’aspide della gelosia? Chi convertiva la mia anima in un nido di vipere? Oh! se la speranza di potermelo stringere al seno dilettissimo amante mi arridesse; se la sua carezza mi blandisse, forse non tornerebbe il sorriso al mio pallido volto? Questa mia fronte sgombra dai delirii di sangue non tornerebbe pacata? — Prova almeno, Salviati, prova, e poi dannami ai miei infelici destini.”