Apre lo stipo, fruga le cassette, le rovescia, rovista in ogni canto, sbircia da per tutto, e non trova danaro: di tempo in tempo si percuote la fronte esclamando:
“Oh dove sono iti? Oh dove li ha messi?”
Ad un tratto fissa su Ciapo lo sguardo maligno, poi lo volge allo stipo, poi lo ritorna su Ciapo, e così più volte continuando, dimostra quale specie di relazione immaginasse fra lo stipo vuoto e quel giovane. — Col moto del corpo accenna la voglia di afferrarlo, ma lo trattiene la paura; sta fra la cupidigia perplesso e la viltà. Vedendo poi come Ciapo non gli badasse, ed egli potesse ghermirlo a tradimento di dietro, vinse la cupidigia. — Nel modo stesso che per le foreste del Paraguay l’iaguaro traditore, acquattato tra i folti rami di un albero, sorprende lo improvvido bisonte, si precipita improvviso al collo del giovane. — Ciapo trasalì, balzò con impeto indietro, e guatando con sospetto afferra il pugnale. Nel moto violento rimase in mano a Baccio un lembo della casacca di Ciapo, che apertasi da cima a fondo lasciò vedere un giustacore di velluto cremisino a stelle d’oro, ov’era ricamata in rilievo la gran croce di San Stefano, con altre insegne della sua dignità. — Baccio rimase a bocca aperta stralunando l’unico occhio da spiritato. — La memoria confusa per la nebbia della ebbrezza riassunse la sua lucidità, e ricordò le sembianze del personaggio oltraggiato. Compreso di terrore, egli cadde con ambedue le ginocchia; composte sul petto le braccia in croce, e declinato il capo come persona che aspetti il colpo di grazia, esclama con voce tremebonda:
“Eccellentissimo signor duca di San Giuliano, abbia misericordia di me, per quanto amore porta alla clarissima principessa Veronica sua consorte.”
Il duca ripose il pugnale, e trasse fuori una borsa, e con tale un impeto, che parve furore, gliela lanciò contro dicendo imperiosamente:
“Va, — prendi, — e giuoca, — purchè tu mi ti levi davanti gli occhi, e subito.”
La borsa lo aveva colto nel petto non senza grave dolore; ma pensando Bartolommeo come la gravità della percossa stesse in relazione della gravità della borsa, con una mano si fregò la parte offesa, coll’altra si aiutò a riporsi in piedi, e quanto più poteva curvandosi, imitando co’ moti i quadrupedi, fra i quali sarebbe stato pur meglio lo avesse collocato la natura, si allontanava dicendo:
“Gran mercè, signor duca. In casa del suo umilissimo e obbedientissimo servitore, ella è padrone di tutto; — e se posso servire, disponga: — già io sono uomo di manica larga; — mi accomodo facilmente; — e quando Vossignoria mi dirà: Baccio, chiudete un occhio, io, come vede, le presento il vantaggio di chiuderli tutti e due.”
Mentre queste cose avvenivano, e queste parole si favellavano, si levò uno strido:
“Me misera! sono stata tradita!”