Arrogi, un fuoco da casa del diavolo, — attizzato però allo scopo innocente di arrostire capponcelli e pippioni, che parevano si struggessero proprio da giubbilo di sapersi riservati a così fausti destini; imperciocchè sia destino dei pippioni, capponcelli e simili concludere la vita loro infilati e arrostiti siccome insegna la esperienza, — la quale, secondo che ne avverte Aristotele, è maestra suprema delle cose.

Ma gli attori mancavano al dramma. In quel momento essi stavano in chiesa, ove con molta devozione attendevano alle cose dell’anima. — Omnia tempus habent: vi è tempo di piangere, e vi è tempo di ridere; vi è tempo di digiunare, e tempo di mangiare: — e questo si trova scritto nell’Ecclesiaste.

E poi (voi lo sapete), qualsivoglia solennità religiosa o civile domestica o politica, si conclude sempre col mangiare. Vi nasce un figlio, e convitate a mangiare; — morite, ed ha luogo il banchetto funebre; — togliete moglie (veramente il condurre donna andava innanzi al morire, ma ormai è scritto, e non vo’ cancellare), e ricorre il pranzo nuziale. La mensa e la tomba riuniscono tutte le opinioni. A mensa convengono come a centro comune tutti i raggi delle umane voglie. Mirabeau e Danton, dopo le sedute dell’Assemblea Legislativa e della Convenzione, colà si riposavano; — colà, dopo le ambagi del congresso di Vienna, Metternich e Talleyrand convenivano; — colà non raggiri, non dissimulazioni, non discordie, non astii: mangiavano tutti, e mangiavano di buona fede. — A mensa sarebbero stati d’accordo Fra Paolo Sarpi e il cardinale Pallavicino; il cardinale Bellarmino e Martino Lutero, a cui, per quello che si legge, Enrico duca di Brunswick dopo la Dieta di Vormazia mandò in regalo un gran boccale pieno di birra per beverselo a pranzo! — Cicalava mai tanto quel Martino Lutero![17]

Dalla impannata sbuca una testa coperta con un cappello di forma conica a larghe falde. Una falda — ciglio, occhio, e gran parte della guancia celava; l’altra appena mezza fronte cuopriva, senonchè una piuma nera calando giù attraversava la faccia, — quasi un frego tirato in prevenzione sul pudore, ove mai si fosse avventurato a comparire colà.

Perlustrato dello sguardo lo interno della osteria, gli occorse in un canto Bartolommeo Canacci, il quale con un mazzo di carte fra le mani stava giuocando da sè alla bassetta. Allora comparve la intera persona dell’affacciato alla impannata: — quasi gigante, avvolto fino al mento in larghissimo mantello, s’incammina alla volta del Canacci, e gli giunge accanto in quella ch’egli esclamava:

“Ahi! sorte ladra: io mi butterei via, — mi sbattezzerei: — ora che giuoco da me non perdo mai...”

L’incognito lascia con tutto il peso del corpo cadersi sopra la panca, e forte battendo con la mano aperta sopra la tavola, grida:

“Oste! — Vino...”

Baccio dette un balzo tale, che per poco non cadde riverso: carte, stoviglie, e gli altri arnesi saltarono all’aria; l’oste solo sprofondato nei misteri dell’arte non si mosse dal camino, e persuaso ch’e’ fosse un povero avventore, senza piegar collo nè mutar costa, rispose:

“Da quanto? da due soldi il boccale?”