“Senza fede! — serba il tuo aceto per la settimana santa, sozzo can rinnegato, e a me porta del vino, — e del meglio; — hai capito?”

“I’ ci ho del Chianti, del Pomino, dell’Artimino, del Carmignano, e del vin Santo,” riprese l’oste diplomatico tutto di un fiato, fingendo non avere inteso del discorso dello incognito tutte quelle parti che non gli tornavano, “dell’aleatico poi da resuscitare un morto...”

“Del meglio, ciarliero, — e basta.”

L’oste recò un bicchiere, e un fiasco panciuto e vermiglio che sembrava un senatore.

“Ch’è questo? Un bicchiere solo? Il gentiluomo per avventura non beve?” interroga lo incognito additando il Canacci.

Bartolommeo con certe sue smorfie si schermiva da quella gentilezza profferta a modo d’insolenza, dicendo:

“Troppa grazia è la vostra, padrone mio riverito... — in verità io non vorrei...”

“Eh via!” interruppe l’oste, che trovava il suo conto a cotesto invito; “accettate: — quando le proferte si partono dal cuore non si vogliono rifiutare. — Non vedete che faccia di Cesare ha questo gentiluomo? — E se menasse vino, voi vi berreste anche l’Arno.”

“Vattene, oste, al camino, e bada allo arrosto. — Gentiluomo!” riprese l’incognito dopo aver bevuto il primo bicchiere di vino, “dal colore dei vostri panni mi accorgo che la sventura vi ha visitato.”

“In pochi giorni ho sepolto il testatore; ma qui non istà il maggiore male: in pochi giorni ho sepolto ancora la eredità... Questa sconsacrata bassetta mi ha portato via in meno di una settimana meglio di mille ducati...”