“Pensate voi ad aggiustare i vostri conti con Dio: ai nostri penseremo noi, e soprattutto rammentatevi, — tre dei cinque minuti essere già passati...”
“Ma io non sono preparata... ma io non posso morire... non sono mica inferma io! Mi sento piena di vita; io ho bisogno di vivere...”
“E bisogna morire!”
“Morire, eh! È una parola morire; ma non immaginate voi il dolore e il terrore di simile morte? — Consumata la vita, cadute tutte le illusioni che la fanno bella, riconciliati con Dio, confortati da un santo sacerdote, distrutti dalla malattia, accettiamo la morte come una necessità.... Ma io sento la primavera della mia vita... ho bagnato appena le labbra di esistenza... i fiori della mia ghirlanda sono tutti freschi; — io credo in Dio, — credo alla felicità, credo all’amore, e riamata amo... E voi mi volete uccidere? — Io sono contenta, — intendete? — contenta... e voi mi volete uccidere? — In che vi offesi?”
“In che mi hai offeso?” grida la persona dalla maschera di velluto, staccandosela furiosamente dal volto: “io sono donna Veronica Cybo, moglie del duca di San Giuliano. Ora puoi tu domandare se mi hai offesa? Abbassa gli occhi, svergognata, e non ardire fissarmeli in faccia. — Io era la madre del povero; — io soccorrendo alle tapine donzelle le salvava dal disonore: — ora caccio via, imprecando, il mendico; nell’altrui obbrobrio mi delizio; esulto nei dolori disperati, e quanto posso gl’inasprisco: — e chi altri n’è colpa, se non che tu? — Placidi furono una volta i miei pensieri, i sonni tranquilli; ora sul mio capezzale trovo la insonnia e il delitto; delirii di sangue sconvolgono il mio torbido cervello: — e di cui la colpa, se non di te? — Aveva un amante, e non l’ho più, — un consorte dilettissimo, e non l’ho più;... per te ho tutto perduto in questo mondo; — per te perderò la salute dell’anima mia; — per te ho percosso, fino a fargli grondare sangue, quello che per nove mesi portai nel mio fianco, — che per diciotto con questo seno allattai, — il mio unico; — il mio dolce figliuolo: — e mi domandi se mi hai offeso? — E perchè sei felice di tutta la mia miseria... tu vuoi vivere? — Tu devi morire, sciagurata, e per le mie mani, e subito...”
All’aspetto di quella feroce, il freddo del coltello passò l’anima della Caterina. Diventò in viso del colore di morte, e concependo per istinto, come ogni scongiuro a lei rivolto sarebbe tornato invano, si prostrò abbracciando disperatamente le ginocchia di Giomo, esclamando:
“Salvami pel sangue di Gesù crocifisso! — Salvami! — Anche alle condannate a morte per orribili misfatti... parricidii... ed altri che fanno fremere la natura, si concede spazio di vivere... quando... quando...” — e qui con ambedue le mani si copriva la faccia diventata di fuoco, — “quando sono incinte.... ed io ancora.... di lui... ho una creatura... qui... nel mio fianco... ed io non lo sapevo ad altra donna consorte... Pietà... perdono... la mia finalmente è colpa di amore...”
Piangeva la desolata, e le ginocchia a Margutte in maniera così compassionevole abbracciava, che lo stesso Margutte sentì la prima volta una agitazione di stomaco, — non voglio dire di cuore. — Ond’è, che piegatosi all’orecchio della duchessa mormorava:
“Essendo gravida...”
“Tanto più muoia...”