E gli spiegava la veste davanti. — Chi mai potrebbe ai giorni nostri immaginare la sterminata ricchezza di cotesta veste? Ella era composta di broccato di oro, ricamata in rilievo a fiori, e in mezzo ad ogni fiore l’artefice industre aveva collocato una perla; intorno al collarino e alla estremità delle maniche ricorrevano due fila di diamanti; in petto, composta di brillanti e di rubini, appariva la croce di Santo Stefano papa e martire. — Insomma e’ bisognava abbassare gli occhi dinanzi a tanto splendore.

“Bellissima!” quasi tolto fuori di sè dall’allegrezza esclamava il cavaliere: “darai ai garzoni quattro ducati perchè se li godano per amore mio. — Lo speziale ha egli mandato l’acqua nanfa, e l’unguento di ambra grigia?”[23]

“Illustrissimo sì, ed ha mandato ancora i guanti profumati di bucchero...”

“Porgi qua, Valentino. — Sentiamo! — Poteva essere più forte questo bucchero, ma passerà.”[24]

Mesciuta larga copia di acqua nanfa, il duca più e più volte se ne asperse le membra. Terminato il lavacro, ed asciugatosi diligentemente con finissimi ed odorosi pannolini, si pose a sedere chiamando:

“Valentino, adesso sta a te: acconciami i capelli...”

Correva in quei tempi lo strano costume di portare voluminose parrucche con i ricci pendenti, di cui due lembi a modo di stola pendevano lungo il petto, ed un altro a suo bell’agio folleggiava dietro le spalle. Il duca Salviati bene assentiva al costume, senonchè ornato di copiosa capelliera repugnava deturparsi sotto una immane parrucca composta di capelli di morto; portava pertanto i bellissimi suoi, ed era in lui mirabile pregio quello che in altri compariva schifosa sconcezza.

Il valletto col pettine di avorio, col calamistro scaldato scompartiva e arricciava i capelli, ma tanto grande agitava la impazienza il Salviati, che ad ogni tratto movendosi faceva sì che il valletto ora gli toccasse col calamistro la pelle, ora col pettine gliela graffiasse. — Certo non era sua la colpa; ma il valletto, come colui che da lungo tempo era uso a servire, sapeva i padroni non avere mai torto; ond’è che ogni qualvolta il duca co’ suoi moti lo impediva, dicesse:

“Domando umilmente perdono...”

E il duca, per quel giorno di sangue dolcissimo, o si mordeva il labbro, o percuoteva del piede la terra, ma senza ira ammoniva: