Il Bonfadio ci attesta come i signori ciò facessero appunto per vincere lo schermidore di scherma, imperciocchè di difese certo avessero fatto procaccio, ma, o non le fossero tante, come dicono, o se pure erano non bastavano: per la qual cosa Paride Gentile, cui fu dato in custodia l'araldo, procurò che, passando per certe strade, dove vie via i soldati per le scorciatoie lo precorrevano, le trovasse piene di milizie. Ma posto da banda lo strattagemma del Gentile, che troppa copia di milizie i Genovesi non avessero raccolto, lo mostra il fatto, ch'essi non seppero opporsi alla ritirata del Sampolo: alla quale avvertenza taluno risponde, che, ad operare così, furono condotti dal detto antico: — ai nemici fuggenti ponti di oro — ed anco per mostrarsi in qualche modo grati al Sampolo, che impedì si desse il guasto alle possessioni, che i nobili genovesi avevano nel contado, e si ardessero due corpi di nave tirate sul lido di San Piero di Arena: modestia da una parte e dall'altra non sincera nè creduta, imperciocchè il Sampolo, è da riputarsi, che lo facesse per gratificarseli, li sperando amici e disposti a favorirlo, e i Genovesi, per chiarire che non si lasciavano pigliare alle apparenze, procederono rigidissimi contro quelli fra i concittadini loro, che seguitarono le parti di Francia, avendone le persone bandite, i beni incamerati, e due, che caddero loro nelle mani, spietatamente impiccarono.
Subito dopo pensarono ad assaltare il Castelletto: anco qui gli storici affermano che il Trivulzio lo rendesse a cagione dei grandi apparecchi militari, che vedeva condurre per espugnarlo, e per diffalta di fodero; e non pare, imperciocchè negli articoli della capitolazione trovi stipulata la facoltà di ordinare delle vittoalie et munitioni de qualunque sorte, che restano in castello a volontà di Sua Eccellentia[18]; ed a cotesti tempi gli arnesi bellici spesso non bastavano a superare le fortezze; non mai presto.
Il Trivulzio si arrese perchè, mandato un uomo a posta al Sampolo, per sentire, che cosa divisasse di fare, n'ebbe in risposta: — «non lo potere in modo alcuno sovvenire» — e voglio credere, che, dopo cosiffatta risposta, a lui, che i Genovesi tennero sempre in pregio, ripugnasse di guastare senza costrutto tanto nobile città: infatti Francesco I ce lo aveva mandato governatore per compiacere alle istanze vivissime del Senato[19]. Caduto il Castelletto in potestà del popolo non ci fu verso a frenarlo per condursi, con zappe e picconi, a sovvertirlo dalle fondamenta; ira di orso, che morde lo spiedo, che lo ha ferito, e lascia andare il cacciatore, che glielo ha vibrato: non mai fortezza difese tiranno contro la virtù di popolo, che risorga; non mai popolo avvilito potè impedire tiranno, che, anco senza fortezze, l'opprimesse, e, disfatte, le rifabbricasse; così, per non dipartirci da Genova, la fortezza della Lanterna, ruinata per ordine di Ottaviano Fregoso ai tempi di Luigi XII, non salvò i Genovesi da tornare in soggezione della Francia: il Castelletto in processo di tempo di nuovo eretto fu di nuovo distrutto, e ai giorni nostri vediamo, prima, sotto pretesto di quartieri militari, e poi, con quello di munire il porto, restituita la Briglia per astuta previdenza di un Lamarmora.
Sgombra la città, misero mano a liberare lo Stato. Gavi ebbero a patto dal conte Antonio Guasco, che lo rese per quattordicimila scudi; proposto il medesimo partito a Pietro Fregoso per Novi, non l'ottennero, dacchè questi ributtava ora la offerta, come per lo innanzi respinse il consiglio di Andrea, il quale, appena entrato in Genova, gli mandava scritto: — lasciasse Novi in custodia della Signoria, e come buon cittadino andasse ad abbracciare quella Santa Unione, la quale, col favore et aiuto di Dio, con buoni ordini si era stabilita in maniera, che non poteva venir meno. Perchè a quel modo avrebbe goduto quella terra e restatone signore, che altramente facendo ne lo arieno privato del tutto: et come amico, lo esortava ad approfittarsi della occasione, senza lasciarsi pascere da promesse francesi. —
Il Fregoso, che co' consigli di Livio Crotto suo cugino si governava, si ridusse a vivere in Alessandria, lasciando costui a guardia della terra col presidio di 1000 Francesi, i quali, dopo averla inabissata fino al Luglio del 1529, la resero alla Repubblica: così la perse il Fregoso, sè danneggiando e la città, e la Repubblica, giusta il costume degl'irresoluti, e dei dappoco, a cui succede nocere più, che i traditori non facciano. Trovo ricordato però, che i Genovesi avrebbono potuto espugnare Novi subito, indettandosi col conte Belgioioso capitano generale per lo Imperatore di qua dal Po; ma, poichè costui metteva per patto, dopo acquistate Novi ed Ovada, volerle tenere in nome di Cesare, ciò non gustava, ed amarono, innanzi di pigliare coteste terre a quel modo, lasciarle in mano a cui le possedeva; e così costumarono sempre i nostri padri co' potenti confederati, quando ebbero senno[20].
Ma la spina nel cuore era Savona, la Cartagine di Genova: amici o nemici, in questo i Genovesi accordarono tutti, che Savona si avesse addirittura a togliere via. Da prima mandaronci Filippino Doria, ed Agostino Spinola, e questo si ricava dal libro manoscritto di ordini testè citato: le istruzioni, che loro commisero vediamo essere molte, ma tutte appuntano ad una sola: si espugni Savona: però, abitando io di presente in parte di Genova, che ricorda sempre, per segni non cancellabili, le immanità operate così su le cose come sopra le persone dai soldati piemontesi, che v'irruppero nel 1849 a spegnere il tumulto, piuttostochè ribellione, suscitatovi per la battaglia di Novara, non vo' tacere, nè devo, che cosa cotesti antichi rettori raccomandassero ai capitani, sul punto di spedirli nella città ribelle, e pertinacemente per volontà, necessariamente per natura nemica: — minaccino dare il guasto ai Savonesi, ma se offeriscono la terra si astallino.... avvertirete sopra ogni altra cosa, che ai nostri sudditi, oppure ad un solo di loro non sia fatto danno alcuno: facendo che tutti gli soldati nostri paghino, nè che l'un suddito offenda l'altro in cosa alcuna et in questo fate esecutione rigidissima, perchè risolutamente vogliamo, che basti degli danni havuti et patiti per i nostri sudditi dai Saonesi. — Ora, se mettansi questi ordini del 1528 in confronto a quello, che fu commesso in Genova nel 1849, vorrei, che mi sapessero dire quale avanzo abbia fatta la civiltà, che sazievolmente noi millantiamo. Arrogi; tutti sanno, che i Piemontesi in Genova briccolarono bombe: di ciò interrogato il ministro Pinelli, con fronte rara altrove, comunissima a Torino, rispondeva così: — niente essere più falso delle bombe briccolate a Genova. — Un certo amico mio, che n'ebbe una proprio in casa, con danno piccolo e pericolo maggiore, presa la bomba ed incastratala nel muro, ci ha posto sotto una tavola marmorea, col giorno in cui gli entrò in casa, e le parole del ministero piemontese per iscrizione. Mi basti tanto.
Resistendo ad ogni prova Savona, i Padri, per isgararla, mandaronci Andrea Doria, e Sinibaldo Fiesco, perchè quegli, per la parte di mare, e questi, per la parte di terra, la battessero: un signore di Moret, che la difendeva, la rese a patti: conghietturano pigliasse lo ingoffo, ma si avrebbe a giudicare di no, conciossiachè si accordasse per lo appunto come il Trivulzio a Genova, voglio dire con la facoltà di mandare un uomo al Sampolo per soccorso, il quale non ricevendo entro certo termine convenuto, si sarebbe arreso. Il Sampolo, ridotto al verde presso Alessandria, non lo potè sovvenire, ed egli si compose pel meglio: però, se da questa maniera accordo non ne venne macchia di onore al Trivulzio, mi sembra giusto, che non si deva appuntare nè manco lui; ma tanto è, o parlando o scrivendo, gli uomini adoperano due pesi e due misure; ed io, senza pure accorgermene, forse come gli altri.
Finalmente i Genovesi tengono Savona, e gli ordini focosi, spessi, a più persone mandati perchè la temuta emula cessi di dare noia, sanno di febbre: a noi capitò nelle mani la istruzione a certo messere Loise sopra Savona del 15 Gennaio 1529; in essa gli si raccomanda: — amministri secondo i capitoli di Saona la giustizia civile et criminale, senza passione, in questi massime principii — intanto si vanno componendo nuovi statuti, ma di ciò acqua in bocca; la ruina delle mura verso il mare, la distruzione delle fortezze nuove, specialmente dello Sperone, e il guastamento e il rompimento del porto, mena troppo più in lungo, che non saria il volere et il bisogno nostri: però raddoppiate diligenza, acciocchè possiate pervenire al compimento della opera desiderata, et in quella usate tutta la industria, arte, et ingegno vostri. — Ed avvertite, che questi erano i più miti consigli, dacchè Giovambattista Fornari con accesi sermoni aveva instato nelle consulte, affinchè Savona del tutto si sovvertisse, i suoi maggiorenti nel capo si multassero, gli altri per le colonie si disperdessero, ma non prevalse: quello, che si legge nella istruzione a messere Loise, fu fatto; e più, colmarono il porto con barche piene di sassi: quanto a reggimento la riducevano a condizione di soggetti.
Ora delle cose interne. Verun popolo mai è stato più dello italiano infelice dopo la potenza romana; tutto gli nocque; il servaggio come la libertà, la virtù nell'arme e gli spiriti imbelli, ignoranza e sapienza; lo eccessivo vigore delle parti, causa di superbia, di rissa e di separazione: i reggimenti diversi, e tutti insieme, o quasi tutti retti da uomini d'ingegno profondo: gli Stati stessi, i quali, per conformità, sembrava si avessero ad accordare fra loro, avversi o per emulazione di potenza, od anco perchè la nimicizia comparisca maggiore tra quelli, che si rassomigliano, ma pure in parte differenziano fra loro. Fra le diverse specie degli animali, non esclusi gli uomini, i più forti distruggono i più deboli senza pietà; così, tra le repubbliche democratiche, aristocratiche e miste, occorre maggiore astio, che forse tra repubbliche e principati. Oltrechè le repubbliche italiane non trovarono modo di stringersi in confederazione durevole ed efficace fra loro, sicchè ognuna chiuse dentro sè il seme, il quale le tolse di crescere nella pienezza delle forze, e soverchiare su le altre. Venezia, come quella, che presto si compose in aristocrazia, diventò capace piuttosto a conservare, che a conquistare; chè le astutezze temeronsi più assai delle armi, e ci si fece maggiore riparo. Firenze fu bella di libertà popolare, e di vaghezza di arti e di discipline gentili, ma ingegno ella compartiva e modi alla famiglia di quei portentosi popolani, la quale, con istudio di molte generazioni, seppe logorare una grande repubblica, instituire un grande principato non seppe. Genova, con forze bastevoli a fondare uno impero, distrugge ed offende emule potentissime, genera ingegni, che trovano nuovi mondi, e non li danno a lei, nè sa immaginare miglior governo di quello di creditori uniti dal vincolo dei comuni interessi, e dalla necessità di riscuotere i balzelli per rientrare nei propri danari: i nobili la sommovono, ma non la reggono, eccettochè violenti e brevi; il popolo la regge spesso, e non la governa mai: ogni momento i cittadini commettono la libertà lacera in mani straniere per salvarla, e ad ogni momento la ripigliano; nè dal miserabile delirio sanano mai. Noi non potremmo comprendere, che fosse la riforma dello Stato eseguita dal Doria, nè che cosa valesse, laddove, così in due tratti, non si accennasse la storia civile di Genova.
Afferma Uberto Foglietta come prima del 1100 non si conoscano annali: veramente oggi per istudii di uomini dotti, massime tedeschi, si conoscono anco più in su, ma non fa caso. Nel 1080 il Governo stette in quattro consoli; poco dopo in sei; indi tornarono quattro: sul principio tutto il governo in tutti; poi taluni preposti alle faccende di fuori ebbero nome di consoli del comune; tal'altri alle interne, in ispecie alla giustizia, ed appellaronsi Consoli dei placiti: la durata varia; ma non si confermarono mai nel maestrato fino al consolo Rustico de Rigo; e fu malo esempio. Intanto si altera la uguaglianza civile per acquisti fatti in terre lontane, come a mo' di esempio gli Embriaci, che diventano signori di Laodicea, di Antiochia, e di altre terre ancora, ovvero per ampliate possessioni in casa, come gli Spinola nella Polcevera; i consoli cittadini, dinanzi alle potentissime famiglie, piegavano o blanditi o atterriti: di qui, come suole, la giustizia guasta: però si ricorreva al rimedio, in cotesti tempi reputato spediente, e fu chiamare un potestà di fuori, dandogli balía di mettere mano nel sangue: al potestà aggiunsero otto cittadini, i quali primi pigliarono nome di nobili, perchè, di petto al potestà, non scomparissero, e fu titolo come sarebbe a dire magnifico: tuttavia, comunque usciti di magistrato, continuarono a chiamarsi così. Con questo reggimento, qualche volta disfatto, ed indi a breve restituito, Genova dura fino al 1227, nel quale anno, gli esclusi dalle cariche non patendo se ne fossero impadronite 250 famiglie sole, che diedero nobili ai potestà, si levarono a rumore, il governo del popolo ristorarono, gli uffici resero comuni a tutti; e andava bene: ma o il sospetto da un lato, o il dispetto dall'altro consigliò, che sopra i nobili si aggravasse la mano; donde nuove congiure, che dapprima non riescono, ma cupidità vince terrore, e, persistendo, i nobili vincono. Ora da questi rivolgimenti scomposti scappa fuori un rimescolío di Potestà stranieri, di oligarchia, e di tribunato, a cui per giunta si arroge la maladizione dei Guelfi e dei Ghibellini; quelli pel popolo, questi contro. Come dal fracido nascono i vermini, così, dagli ordini dello Stato corrotti, s'ingenera il tiranno, e in Genova fu Uberto Spinola, il quale però la prima volta, e solo, non fece frutto; la seconda sì, in compagnia di Uberto Doria, e presero titolo di capitani: a causa di gratificarsi le plebi, crearono l'Abate del popolo, specie di tribunato, complice, non freno della tirannide; e il popolo, a cui i nomi, almeno per certo tempo, tengono luogo di cose, per certo tempo quietò.