In ogni tempo vissero tristi, che si rassegnarono a mangiare pane e vergogna, e persuasero gli altri a starsi contenti per paura di peggio, come se la morte non avesse a salutarsi allora liberatrice; in ogni tempo furono mali cristiani, che per non provocare gli oppressori quietarono codardamente, e confortarono gli altri a quietarsi, fosse pure dentro al sepolcro: frenello alle bocche in procinto di prorompere in liberi accenti; ceppo alle mani già pronte a stendersi in liberi atti: sgomentatori degli animosi, calunniatori dei caduti, e poi, secondo che la occasione concede, o soppiantatori o adulatori dei fortunati. Vissero, e vivono, e, intanto che speriamo eglino abbiano a cessare, noi li vediamo moltiplicare strabocchevolmente, conforme è natura di tutte le cose cattive.

Anco cotesto suo congiunto Andrea appuntò dentro gli occhi tanto ch'ei non ne sostenne la vista, però che gli balenassero di luce sinistra per la memoria, che in quel punto lo assalse della infamia, con la quale si era vituperata la gente Doria, che non aborrì nel diciotto del passato Agosto scrivere lettere turpi al Cristianissimo in vilipendio di lui, dove dopo averlo rigettato dalla parentela loro, con ogni maniera abiezioni si umiliavano al Re[16]: ma si contenne, però che Andrea non si mostrasse meno potente a vincere le tempeste dell'anima, che quelle del mare: onde rivolto a Giambattista, e agli altri messi, i quali, a quanto sembra, erano rimasti a bordo della sua galea, con pacato e succinto sermone disse: — sè essere risoluto a liberare la patria, impresa dove nessuno dovea risparmiare il proprio sangue; quanto a lui confidava, che la opera come era giusta, e pia nel principio, così nel fine sarebbe riuscita felice. —

Andò a mettersi da capo tra Sarzano e Carignano, e quivi chiamati intorno a sè il conte Filippino Doria, e gli altri valorosi compagni, aperse loro la propria mente, invocandoli aiutatori alla impresa. Risposero tutti: che volentieri, e sopra tutti mostrandosi acceso Filippino Doria, con gran voce esclamò: — andiamo con lo aiuto di Dio, che oggi comunque la vada non possiamo perdere. — E questo disse col medesimo concetto del Ferruccio, il quale, in procinto di mettersi allo sbaraglio nella estrema battaglia, si valse delle stesse parole, volendo significare, che, cimentandosi per la patria, se si vinca, si acquistano i premi che qualche volta gli uomini compartiscono in questa vita, se si muoia si acquistano quelli, che Dio sempre serba ai meritevoli nell'altra, e in ogni evento si guadagna la bella fama, che i tristi possono invidiare, non torre.

Filippino pertanto, come più acceso degli altri, sbarcò, senza mettere tempo fra mezzo, la gente di tre galee a Carignano presso il palazzo Sauli, si avviò a porta dell'Arco, e, presala, proseguì per la piazza nuova. Cristoforo Pallavicino, e Lazzaro Doria procederono ad assalire la porta di Santo Stefano e il lido, commessi alla custodia del Broassino, che reputò spediente non opporre resistenza; però messoci presidio si affrettarono a riunirsi con Andrea; il quale a posta sua buttò in terra il presidio di cinque galee alla porta della Giaretta del molo presso San Marco, fugata agevolmente una compagnia di francesi, che la guardava (altri all'opposto afferma ch'ei fossero Genovesi comandati da Giovanni Brando côrso[17]) tendeva al palazzo ducale. Invece d'incontrare resistenza, come gli oratori gli avevano dato ad intendere, per atterrirlo, a tanto, per colpa della peste, di desolazione era ridotta Genova, che, per tutto il tratto di via, che giace fra la spiaggia e il palazzo, Andrea non occorse in anima viva, tranne una donna. Giunto al palazzo, custodito da cinquanta Svizzeri appena, i quali subito si arresero, con amaritudine conobbe come lo avessero convertito in lazzeretto di appestati, nè si trattenne per questo da entrarvi, ed ordinare dessero nella campana della Torre per raccogliere i cittadini, e poichè, aspettato un pezzo, vide, che, o per tema della peste o per altro, non accorrevano, egli si ridusse a San Matteo, quartiere della sua famiglia, e quindi spedì uomini in volta, non pure per la città, ma eziandio per le ville di Albaro e di San Piero di Arena, perchè convocassero così patrizii, come plebei nella piazza davanti la chiesa, che da cotesto santo s'intitola.

I chiamati, alla fine, vennero, quantunque pochi. Andrea, dopo alternate le accoglienze, espose con efficace discorso le cause del suo abbandono dalla Francia, le quali disse essere state Savona tratta su a spiantamento di Genova, le non comportabili gravezze, il governatore straniero, la mala signoria di Francia, e queste erano vere, eccetto il governatore straniero, ch'egli stesso aveva consigliato al Re per escludere il Fregoso, e come in parte soltanto vere, così non erano tutte, nè le più stringenti per lui, ma, sì versando sopra la persona, e gl'interessi proprii, tacque delle altre; di sè toccò appena, e si distese, prudentemente generoso, sopra i beni della libertà, alla occasione mirabile di riordinarsi in repubblica con migliorati provvedimenti, onde la giustizia si fondasse su cardini sicuri, le leggi prevalessero, le fazioni cessassero. Lo Imperatore piglierebbe a proteggere lo Stato: quanto a lui, essersi messo a cimento per cominciare; si chiamerebbe soddisfatto, a prezzo di tutto il suo sangue, di potere finire: che se la Provvidenza lo risparmiasse, non accetterebbe altro premio del suo operato, da quello in fuori di lasciare la patria libera nelle mani dei suoi concittadini; egli poi se ne anderebbe, con le galee, al servizio di qualche principe della Cristianità, che volesse e potesse purgare il nostro mare dalla infamia del Turco. Parlava un po' da eroe, un po' da furbo, ma del furbo non si accorsero allora i Genovesi, i quali, per tenerezza, piangevano. Un Franco Fiesco non rifiniva di fare le stimate, ed avrebbe voluto, lì di botto, con pubblico decreto, si dichiarasse Andrea liberatore e padre della patria: ai più cauti parve buono soprassedere, perocchè, essendo in pochi, non sarebbe apparso laudevole indizio di concordia deliberare su cosa di tanto momento, senza il voto degli assenti.

Il giorno successivo i cittadini, remossi gli appestati, convennero nel palazzo: erano 600; 400 del Consiglio ordinario, e 200 del Consigletto, presieduti dai Riformatori e dagli Anziani. Ambrogio Senarega fece la diceria, raccontando cose, che tutti sapevano; finita la quale, Battista Lomellino propose: i 12 della Riforma, già stabiliti da Ottaviano Fregoso, e, come innocui, dal governatore Trivulzio lasciati stare, si confermassero; altri sei mesi di tempo, per fornire l'opera loro, si concedessero: in essi, e nel Senato, tutta l'autorità del Governo si concentrasse: al Doria si commettesse la balía di dare compimento all'affrancazione della patria: per sopperire ai bisogni dello Stato si cavassero da San Giorgio 150 mila scudi di oro, a titolo di presto; i cittadini volenterosi offerissero pecunia di sussidio alla patria; i renitenti tassasse il magistrato: quattro maestri di campo deputaronsi alla difesa della città, e Filippino Doria capitano a tutte le genti armate meritamente preponevasi.

Al governatore Trivulzio pareva, che, nonostante questo affaccendarsi dei cittadini, egli avrebbe potuto ridurli a partito, solo che lo sovvenissero con un 3000 fanti francesi, e rimandò a chiedergli al Sampolo, e questi glieli consentiva; senonchè gli si oppose Francesco Maria duca di Urbino, dichiarando come prima fosse da prendersi Pavia, e a questa impresa desiderarsi le forze intere, poi si sarebbero senz'altro impaccio voltati contro Genova, la quale, sopraffatta dal numero, non avrebbe potuto resistere: parve prudente la proposta, ma spesso accade, che le proposte in apparenza più prudenti, non proviamo più sicure in sostanza; e forse tale consigliando il Duca, compiaceva alla sua natura cauta così, che a molti parve codarda, ond'egli ebbe a patire parecchie trafitture massime da messere Amerigo da San Miniato, che gli compose contra quel sonetto dove si legge il verso:

Il Duca vuol per corsaletto un muro;

di cui il Duca tanto si arrecò, che, dopo avere adoperato ogni diligenza per averlo nelle mani, tostochè gliele mise addosso lo fece impiccare per la gola; o forse anco il Duca volle dare tempo al Doria di allestire le difese, dacchè grande fosse l'obbligo, che gli professava, per la sua fanciullezza tutelata dalle insidie del Borgia; e quantunque le conghietture, le quali si fondano sopra la gratitudine umana appaiono le più fallaci, tuttavolta nella trama dell'anima anco cotesto affetto entra e va contato.

Il Sampolo, desideroso nondimanco di frastornare le provvisioni dei Genovesi, commise al Montjean, colonnello di 3000 Svizzeri, andasse ad invadere l'estreme terre del Genovesato; ma gli Svizzeri trovarono più conto a scorrazzare ed abbottinare le terre che si parassero loro davanti: tra queste Ivrea, che ne rimase deserta. Genova intanto non se ne stava a bada, e occorre scritto come di Corsica tirasse 700 soldati. Sinibaldo Fiesco, nelle sue castella, fece grande adunanza di gente. Lorenzo Cybo raccolse, di Toscana, circa 2000 fanti; in tutti, dicono, sommassero ad 8000 armati. In questa, Pavia cedeva, ed al Sampolo parve non differire più oltre per mandare ad esecuzione il suo disegno contro Genova; valica il Po, e le terre dove passa occupa: a Rocca Fornari si unisce con gli Svizzeri di Montjean, e si avvia per la Polcevera: sarebbe giunto grosso a Genova, se non gli fosse toccato a mettere presidio nei luoghi più aspri di coteste strette montane, nella previsione della ritirata; molto più che a San Francesco della Chiappetta gli si fece incontro Filippino Doria, il quale, con la guerra guerriata delle macchie e delle siepi, prese a tribolarlo. A questo modo il capitano di Francia giunse a San Piero d'Arena, donde inviò un araldo a Genova, che, con uno sproloquio di minacci alla maniera francese, intimò la resa. Risposegli, come si usa da cui fa da vero, poche parole, e buone: e, siccome da certi suoi tiri, che egli forse immaginò furbeschi, parve volesse pigliar lingua dello stato delle faccende, gli dettero i Padri licenza di speculare dove e quanto gli garbasse.