Narrando la vita di Andrea Doria, io comprendo ottimamente come possa parere a taluno, che, accennando così di volo i fatti generali entro cui si incastrano i gesti del nostro eroe, bastasse, e ce ne fosse di troppo, senza andare a discorrere quelli degli altri, e parrà bene; tuttavolta io non valgo a trattenermi di ricordare una opera di personaggio da inclito genitore, inclito discendente. Quando la virtù dalle radici si dirama per l'arbore, s'intende che sia nobiltà, e come un dì si procacciasse reverenza, e come oggi per le ragioni contrarie si procacci ludibrio dalle genti; nè il lettore m'invidii, se, affaticandomi in su questo doloroso deserto, che si chiama storia, qualora mi occorra una sorgente, mi ci fermi, per darne all'anima refrigerio.
Nella rotta dello esercito francese, cadde prigione Piero di Navarra, il quale di staffiere del cardinale di Aragona, per la sua virtù, pervenne agli onori supremi; di lui scrissero gli Spagnuoli, che fu uomo d'infinita perizia, e di astutezza unico; nello immaginare mine ed artificii, atti alla espugnazione delle terre, singularissimo; nel maneggio delle artiglierie, primo fra tutti, e nell'arte di condurre gli strattagemmi; giudizio, che, universalmente dai suoi contemporanei ripetuto, i posteri confermarono. Fatto prigioniero dai Francesi nel 1512 alla battaglia di Ravenna, per avarizia del re Ferdinando di Spagna non fu mai riscattato; lo liberò Francesco I, e per siffatto modo stretto dal benefizio, ne seguì la bandiera: ragione per operare questo egli ebbe; il fatto era di bene dodici anni antico, ereditaria la ingiuria a Carlo V, e nondimanco immortale l'odio di lui: onde l'Imperatore, senza ritegno alcuno, ordinava al suo carceriere Riccardo gli mozzasse il capo: ciò parve barbaro al carceriere, molto più, che il Navarro fosse vecchio, e ormai ridotto a pessimi termini di salute; egli per tanto tolse sopra sè di farlo finire, chi dice con la corda per mano del boia, chi soffocandolo co' guanciali; pietà da schiavo, pure pietà. Poco dopo Luigi, nipote di Consalvo appellato gran capitano, principe di Sessa, dava al Navarro ed al Lautrecco nobilissima sepoltura nella sua cappella gentilizia, nella chiesa di Santa Maria nuova di Napoli, ponendo al primo questo epitaffio:
— Alla memoria, e alle ossa di Piero Navarro biscaglino, nell'arte arguta di espugnare città chiarissimo, Ferdinando Consalvo, figliuolo di Luigi, nipote al magno Consalvo, principe di Sessa, onestò con lo ufficio del sepolcro un capitano, quantunque seguace delle parti di Francia, chè la virtù induce a reverenza anco il nemico. —
Quello del Lautrecco, dettato anch'esso nel sermone latino, suona in quest'altra maniera: — A Odetto di Foa Lautrecco, Ferdinando Consalvo, figlio di Luigi di Cordova, nipote del magno Consalvo. Le ossa di lui, capitano di Francia, come volle fortuna, senza onore giacendo nella cappella avita, il principe spagnolo, memore delle miserie umane, ordinò si ponesse[15]. —
Quindi il vecchio Brantôme, gentiluomo davvero, con bella eloquenza esclama: ed ecco un principe degno di laude eccelsa, però che, quantunque nemico, si mosse a fare al suo nemico così onorata e santa cortesia. Ordinariamente gli onesti uffici costumansi tra nemici viventi, più che per altro, per fiducia di compenso se mai uno venisse a cascare nelle mani dell'altro; ma, da vivo a morto, si guadagna poco. Certo si legge: Annibale avere onorato le ceneri di Marcello con urna preziosissima: ancora vedesi spesse fiate i nemici rimandare i corpi dei nemici spenti ai congiunti loro, ed agli amici, affinchè gli seppelliscano: dove poi gli accompagnino con pompe, o associazioni magnifiche, tanto maggiormente saliscono in fama di pii e di cortesi, come appunto fece il Marchese di Pescara con quello del cavaliere Baiardo, ma io vorrei un po' che oltre Luigi Consalvo m'insegnassero un secondo nemico, il quale commettesse così grossa spesa per onorare di sepolcro sontuoso il nemico, affinchè potessi registrarlo qui in memoria perpetua accanto a cotesto cavaliere cortese.
Nè per mio avviso il Brantôme ha detto tutto, anzi ha taciuto il meglio, ed è avere osato dare sepoltura ed encomio a tale, che, per comando del suo antico signore, aveva patito morte ignominiosa. Oggi questo non pure non si attenterebbero fare, ma nè anco pensare; e forse erro; l'oserebbe qualcheduno del popolo, nell'anima del quale ribollono vizii e virtù, come gli elementi nei primordii della creazione del mondo, per comporre a posta loro un nuovo mondo politico. Ritorno al Doria.
Essendosi Andrea messo a perseguitare le galee dei Francesi, che, sceme di presidio, in atto di fuggiasche si riducevano a Marsiglia, dicono ch'ei ne pigliasse quattro, due a Genova, e due a Varagine, e le mettesse in acconto dei suoi crediti con la Francia, ma non è vero, imperciocchè, essendosegli rotto il timone presso Ostia, perse tempo a restaurarlo, sicchè l'armata francese lo precorse sempre di cinquanta in sessanta miglia; bensì, passando lungo la costa delle Cinque terre, s'impadronì di due galee cariche di grano di un corsale marsigliese; che rimburchiò seco a Portofino; e prima aveva preso un galeone carico di zolfo, ed un altro sopra a Piombino con robe e cavalli; e perchè quale dei lettori lo ignorasse sappia galeoni che fossero, dirò, ch'erano legni di lunghezza pari alle galee, ma altissimi, foderati di grosso legname, con la poppa e la prua ricurve così, che più che di altro offerivano la forma del quarterone della luna; per l'altezza della sponda non andando a remi, lenti incedevano e male si governavano.
Mentre che Andrea si avvicina a Genova, per restituirla in istato, che allora parve a molti, ed oggi tuttavia a qualcheduno pare libertà, vuolsi, che da noi si accenni a quali estremi fosse ridotta. Francia, crescendo ogni giorno nel maltalento, favoriva, a suo scapito, Savona; quindi di male in peggio i commerci; la riscossione delle gabelle impedivasi: da un lato aumentavano i bisogni, dall'altro le rendite diminuivano; a tutto questo arrogi la peste, a cui male si sarebbe potuto pigliare rimedio anco in tempi prosperi; adesso non se ne pigliava alcuno. Giambattista Lasagna, oratore della Repubblica presso il Cristianissimo, mandava lettera per torre via ogni speranza di mitigato animo nei consiglieri di Francia, che dicevano ormai risoluti a sostituire Savona a Genova nel principato della Liguria. Correva voce, che il Trivulzio avesse richiesto il Sampolo, capitano dello esercito della lega in Lombardia, di un nerbo di gente per tenere in cervello la città, ed era vero; correva voce altresì, che i Francesi avessero immessa la peste a Genova, e ve la mantenessero per disertarla, ed era falso; e nondimanco questo il volgo patrizio e plebeo credeva più assai di quello, come vuole ignoranza, la quale tanto più facile dà fede alle cose, quanto compaiono più esorbitanti e terribili. Così volgevano gli umori dei cittadini in Genova quando Andrea, con le galee, giunse alla Spezia. Lì primo gli occorse Geronimo Rapallo, uno degli Otto, che, presieduti dal Trivulzio, in nome di Francia reggevano Genova, il quale con parole, a volta a volta blande, od acerbe, lo intimava a volgere le prue, e non attentarsi di scompigliare il pacifico vivere di Genova: guardollo in volto Andrea, e gli rispose ordinando sfrenellassero i remi, e li mettessero in voga, sicchè sul tramonto del sole egli giunse a dare fondo alle ancore tra Carignano e Sarzano. Quinci spedita una fregata per pigliare lingua di quello, che si facesse al molo, questa tornò ad ammonirlo, che le galee francesi stavano rafforzandosi ai ponti della città, ed, a quanto pareva, gran calca agitavasi intorno, per la quale cosa non giudicò prudente tentare al buio la impresa; durante la notte sentì quasi continuo il trarre delle artiglierie, e non sapendo a che cosa attribuire tutta cotesta gazzarra, si tenne fermo; appena mezzo giorno, si spinse oltre, attelando l'armata a guisa di mezza luna tra la punta del molo e la lanterna, ma allora gli si fece palese lo strattagemma nemico, il quale con lo strepito dei cannoni coprendo i fischi dei comiti, il rumore dei remi, e le grida delle ciurme se l'era svignata. Andrea infellonito per aver dato nel bertovello prese a furia di remi a tempestare sul mare; ma le galee francesi avevano tolto troppo campo su lui per potere essere agguantate tutte; ne catturò due, una ad Arenzano, l'altra a Cogoleto; le altre inseguì fino al monastero di Arenò, dove diede volta per non perdere la occasione di liberare la patria.
Con quanta ansietà egli vogasse verso Genova può immaginare chi legge; e certo quando, in prossimità di Pegli, gli si fece incontro una galea di quelle che custodivano il porto, per fermo ei tenne che i cittadini mandassero gente a profferirsegli compagni nei pericoli della impresa; invece erano tre ambasciatori, che, in nome della città, lo scongiuravano a porre giù l'anima da tentativo così pernicioso: non gli basterebbero le forze per impadronirsi di Genova; ad ogni modo espugnare il Castelletto non saprebbe, e, con questo sul collo, i cittadini avere a tremare gli ultimi eccidii: starsi accampato a Pavia uno esercito intero potentissimo di Francesi e di Veneziani, il quale si sarebbe mosso a soccorrere Genova se avesse retto ai primi assalti, ed a ricuperarla perduta: se amava la patria davvero si accordasse col Trivulzio, il quale proponeva restituire Savona a Genova, perchè a suo talento la governasse: Genova in perfetto stato di repubblica si componesse, di fuori ei non chiamerebbe gente (e Andrea sapeva per segreto avviso mandatogli dai suoi parziali per mezzo di Giovanni Lasagna, come di già con replicati messi l'avesse chiamata); di tanto dirsi il popolo contento, non pretendesse delle cose il troppo; rovina delle imprese, per ordinario, essere la presunzione dello stravincere. Andrea gli agguardò, non fiatò e diede ordine si tirasse innanzi.
Nè finivano qui le tribulazioni, chè a San Piero di Arena ecco occorrergli Giovambattista Doria suo consorte, e fratello a Geronimo, che poi fu cardinale, e Andrea onorava per suo svisceratissimo, a sciorinargli sciolemi atti a gittare la perturbazione nell'animo di già agitato.