Il Papa, considerato come il Doria nel 21 Luglio avesse promesso ai Dodici di Balia, non innoverebbe niente contro il Cristianissimo prima che decorressero quindici giorni dal dì dello avviso, il qual termine poi scrivendo nel 6 Agosto al Trivulzio aveva protratto a venti, giudicò poterne cavare partito a suo profitto; onde proponeva: condurrebbe egli stesso il Doria, ma impotente a tollerarne la spesa, vi sopperisse il Re, e diceva per quanto, e giusta la discrezione pretesca dallo intero a quello ch'egli pretendeva la scattava di poco: poi aggiungeva, che, parendogli essere stato uccellato fin lì dai principi, non si fidava a parole, però fino da ora gli consegnassero Cervia e Ravenna. Erano intemperanze a quei tempi, ma così il bisogno stringeva, che sembra gli commettessero di negoziare; invero ei non rimase da fare l'ufficio, che mandò uno dopo l'altro ad Andrea monsignore Jacopo Salviati, Sebastiano da Urbino, e il Sanga suo segretario[12]. Ma o ch'egli secondo il vecchio costume nei propri accorgimenti s'irretisse, o per soverchie ambagi perdesse la opportunità, e non sapesse nè anch'egli in qual modo conchiudere la pratica senza rincrescere a Cesare, e con accerto di guadagno per parte di Francia, o Andrea si schermisse dallo stringere (e questo credo più che tutto), fatto sta, che non si venne a conclusione di nulla.

Si ricava eziandio dalle memorie dei tempi, che i Francesi, smaniando adesso per Napoli e pel Doria, commettessero in quel torno due cose fra loro contrarie, e la prima fu di porre in libertà Serrenone, segretario del Doria, sostenuto avanti dal Lautrecco, per cavarne lume dei suoi intendimenti segreti, e certo spagnuolo (se pure merita fede in questo il Guicciardino che lo racconta), il quale, arrestato per via, rinvennero portatore di lettere credenziali del Doria; la seconda di mettere in prigione Gismondo di Este messaggero di facultà grandi dalla parte di Cesare al Principe di Oranges, per acquistare partigiani alle fortune di lui; cattura, che si trova operata da un Giorgio Casale, fermo in Viterbo, presso il Papa, a nome di Francia. Costui non aveva giurisdizione alcuna per questo, e commise atto addirittura ingiurioso al diritto delle genti; tuttavia, scrivendo ad Ambrogio Talenti vescovo di Asti, ed al gran maestro di Francia signore di Montmorency, se ne vantava come di una santa et bona opera; ma dalla parte di Cesare, si faceva anco peggio, chè i suoi ministri, lui certo, se non consenziente, almeno consapevole, non si tenevano a imprigionare, ma assassinavano, come successe a Cesare Fregoso, e ad Antonio Rincone ambasciatori del Re di Francia al Gransignore di Costantinopoli. Per ultimo il Lautrecco, onde nulla d'intentato si lasciasse indietro, con maggiori e larghissime offerte, mandava un Giovanni Joachim e un Lionardo Romolo al Doria, e sempre invano, non avvertendo, che due cose animate od inanimate che sieno, quando non possono più stare insieme, più le tentenni, più le stacchi.

Forse in questa febbre per mantenersi in devozione il Doria altri crederà, che ci fosse o eccesso di desiderio nei Francesi, o eccesso di piaggeria negli scrittori nel riferirlo: ma gli storici fiorentini, severamente imparziali verso Andrea, dicono espresso, ch'egli accostandosi a Cesare gli dette vinta l'Italia. Il Brantôme, in parecchi luoghi, parlando del Doria, afferma come tra i buoni ammiragli dello Imperatore ottimo fosse Andrea, che da prima servì fedelmente il Re, ed in processo con pari affetto lo Imperatore, e forse meglio, però che (egli aggiunge) male può tenere in suo dominio la Italia chi non imperi Genova e il mare; che se il signore Andrea non si fosse dipartito da noi, veruno poteva torci Napoli; ma il Re se lo alienò, e Andrea, ch'era altero, vedendosi straziare, mutò parte, nè dopo il suo commiato ci fu verso, che le cose della marina del Re andassero a segno; e mentre prima con la diligenza e prestanza sue poteva dirsi che Francia fosse quasimente signora del mare, cessò di esserlo, e tanto scadde, che per ultimo, ebbe a ricorrere, costretta, al sultano Solimano: la quale cosa ci fu d'ignominia non piccola, sembrando enorme (come dissero allora) chiamare un cane per disertare un cristiano; invece che prima, quando la guerra andava fra cristiano e cristiano, procedeva in modo meno barbaro.

Il Guicciardini assevera, che coteste esitanze di Andrea erano lustre per parere; dacchè per suo avviso Andrea da parecchi mesi avesse fermo di voltare casacca; di ciò egli non riporta prova veruna, anzi dichiara crederlo per conghiettura, ma costui, che tristo era, misurava gli altri col suo passetto, e le sue conghietture il più delle volte sonano calunnie. Oggi rimane chiarito che se il marchese del Vasto e i Colonna con ragionari e profferte efficacissimi eransi industriati persuadere Andrea di lasciare le parti di Francia, a metà di Giugno non l'avevano per anco spuntata: di fatti il 14 di cotesto mese il Principe di Orange, scriveva allo Imperatore: — io per me fermamente credo, che se voi vorrete assicurarlo sul punto di dargli Savona, e su l'altro della libertà di Genova, pagargli il soldo delle sue galee con qualche promessa di alcuno suo vantaggio nel regno, voi lo potrete avere di certo. Voi conoscete, Sire, quale uomo egli sia, ed in quanta necessità ci versiamo adesso. Pertanto vi supplico, Sire, a non rifiutargli cosa, che vi domandi, perchè non vi occorse mai partito, che vi tornasse a taglio come la presente pratica se la si possa condurre a compimento[13].

Pure alla fine Andrea si risolvè: il Sigonio ci fa sapere come questo avvenisse in virtù di certo sogno nel quale gli comparve dinanzi un vecchio venerando che gli disse in latino: — durum est, Andrea, contra stimulum calcitrare; Cæsarem sequere. — Io per me all'opposto credo che il Doria stesse sveglio, e con tutti e due gli occhi, quando metteva fine alle sue perplessità. Il marchese del Vasto andò a Milano per accordare con Antonio da Leva a patto di tornare prigione qualunque fosse l'esito del negoziato, il quale però riuscì come si presagiva, breve e felice; allora il 19 di Giugno Andrea spedì il cugino Erasmo Doria, da Lerici a Madrid, con suo mandato a stipulare con lo Imperatore la condotta di cui i patti già erano stati fermi con Antonio da Leva. Condizioni principali di questa condotta appaiono essere, gli sia concesso levare Genova dalla soggezione dei suoi nemici e porla in libertà sua, affinchè si regga a forma di repubblica, reintegrandola in tutto il suo dominio, massime della terra di Savona, e Carlo sottoscrive piacergli, che così si faccia in buona e sicura forma: poi vengono i privilegi mercantili pei Genovesi, gl'indulti ai contumaci contro lo Imperatore, e tutto di leggieri si acconsente; infine i patti circa le galere: i prigioni, sudditi di S. M., Andrea non sia tenuto a liberare: lo farà da sè; bene inteso però, che in cambio dì ogni prigione gli si dia uno schiavo, od un condannato a vita; prepongasi al comando di dodici galee, e gli si paghino di stipendio scudi sessantamila d'oro del sole in rate bimestrali ed anticipate, con malleveria di mercadanti di polso, od in assegni di sua satisfazione a ciò per mancamento di danaro non sia costretto a mal servire; il titolo sia di capitano e luogotenente generale di S. M., con preminenza sopra ogni altro legno potesse essergli aggiunto: vuole stanza nel regno di Napoli per sè e suoi con porto atto alle galee: Gaeta piacerebbegli: domanda la tratta di Sicilia, o dalla Puglia di diecimila salme di grano, e palle, e polvere pel bisogno: dovendo fare fazione gli si conceda mettere sopra le galee fino a 50 fanti per ciascheduna a spese di S. M.; supplica che dei benefizi vacanti a Napoli ovvero in Ispagna provvedasi un suo parente fino a 3000 scudi di entrata, e più secondo il buon volere di S. M.; cominci la condotta il primo Luglio e duri due anni fermi senza potere da una parte dare, nè dall'altra chiedere licenza, salvo che non fosse soddisfatto dei pagamenti, o lo Imperatore si accordasse col Cristianissimo. Consentesi facilmente ogni cosa tranne Gaeta, cui si sostituirà altro luogo di concerto col vicerè di Napoli: per le palle e la polvere si fa un taccio, e le adoperi o no gli si crescono millequattrocento scudi del sole all'anno, e ci pensi egli; circa al benefizio con la entrata di tremila scudi se n'è parlato con messere Erasmo in modo, ch'ei se ne chiamerà contento. La condotta fu segnata a Madrid il due Agosto 1527: appena Erasmo la recò a Genova, Andrea inalberava sopra la sua Capitana il gonfalone imperiale, quel desso, che Filippino aveva conquistato nella nobilissima vittoria di Capri; le insegne dell'ordine di San Michele di Francia aveva rimandato avanti.

I Francesi allora ne levarono querimonie infinite, sicchè anco il Brantôme, sottosopra uomo dabbene, non rifuggì da scrivere tre rinnegati avere avuto la Francia: il contestabile di Borbone, Jeronimo Morone, e Andrea Doria: alcuni ci mettono anche il Principe di Oranges, ma a torto, egli dice, conciossiachè la colpa fosse del Re, il quale non si volle servire di lui; nè i Francesi soli lo straziarono allora, ma gl'Italiani altresì, in ispecie fiorentini. Il Varchi ci afferma come la mutazione del Doria accadesse con meraviglia di tutti, e biasimo della maggior parte, e il Re, e gli aderenti suoi lo appellassero traditore e fuggitivo, nè mosso già da carità di patria, cui egli stesso fece schiava, bensì per ingordigia di pecunia e di onori. Il Re poi ne serbò lungamente rancore, onde anco dopo la pace di Cambraia, scrivendo Carlo V al suo segretario delle Barre gli palesava il rovello mostrato da Francesco I contro il Doria, l'Orange, e gli eredi del Borbone. Il Segni, a sua posta, racconta come Luigi Alamanni con esso lui della libertà data a Genova gli ebbe a dire rincrescergli solo, che tanta gloria rimanesse offuscata da un'ombra, volendo accennare alla diserzione dalla bandiera di Francia; a cui dicesi rispondesse Andrea: doversi ringraziare sempre la fortuna quante volte porga occasione di operare alti gesti comecchè con partiti non al tutto laudabili, e lui scusare se non le paghe arretrate, e Savona opposta a Genova, certamente la persuasione, che Francesco non avrebbe mai reso le fortezze, molto meno la libertà alla sua patria.

Qui vuolsi notare, che se pongasi mente alla improntitudine dei Francesi, usi a menare strepito, e dire infamia quanto non torni loro a grandissimo comodo, e soprattutto all'angoscia con la quale pativano la perdita del regno, non che quella del fiore dei gentiluomini di Francia, si riputeranno da noi più degni di pietà, che di perdono; e ciò quanto ai contemporanei del fatto; chi venne dopo assunse consigli più miti; e il Voltere, uomo pei giudizi storici tenuto meritamente in pregio anco dall'Hume, afferma con blanda locuzione, che Andrea pei consueti raggiri delle corti si reputò obbligato di mutare bandiera. I Fiorentini poi, oltre alle cause che ci occorrerà discorrere nel corso di questa storia, allo abbandono di Andrea delle parti di Francia (di cui essi mostraronsi in ogni tempo svisceratissimi) non a torto forse attribuivano la prima radice di ogni loro disastro; nella recuperata libertà di Genova ebbero a deplorare più tardi la perdita della libertà di Firenze; ed anco di presente di quelle bande nere, milizia illustre ed unica degna, che a cotesti tempi possedesse la Italia, però che rimanessero involte nella rotta patita dal Lautrecco sotto Napoli, dove giacquero morti il conte Ugo Pepoli capitano, Giovambattista Soderini, e Marco del Nero commissari: nè indi a poi poterono riordinarsi mai più. A vero dire il racconto del Segni mi ha garbo di cotesti favellii, onde gl'ingiuriati sfogano l'animo inacerbito, e che non avrebbono a trovare accoglienza nelle pagine della Storia. Io, per me, ventilate le ragioni pro e contro, penso potere conchiudere: avere avuto facultà il Doria di lasciare le parti di Francia senza un biasimo al mondo, perchè decorso il termine della sua condotta, il quale è pure il modo più naturale per cui le obbligazioni cessano: nè ci era mestieri disdetta, giacchè il giorno interpella per l'uomo, come dicono i legali, e poi la disdetta ei la diede, e se il Cristianissimo non gliela mandò, giudichino i discreti se la colpa stia in cui, ricercato, si astenne da cosa, che non poteva negare, ovvero in colui che, spontaneo, compì l'ufficio al quale non era punto obbligato. Il Guicciardino poi, che afferma (quantunque erroneamente[14]) come il Cristianissimo avesse licenziato Andrea, non si comprende con qual cuore, e rispetto a cuore passi, ma con qual fronte, si ostini ad appuntarlo. Tanto basterebbe per mio avviso a scolparlo, che se ci arrogi Savona accresciuta a detrimento di Genova, gli strazi, i sospetti, le ritenute paghe donde Andrea doveva pure cavare il soldo e le panatiche quotidiane per le ciurme, e per ultimo le insidie mortali, troverai di leggieri, che cause per abbandonare la Francia ei n'ebbe anco troppe. Circa all'accusa appostagli dai Francesi, che Andrea allegasse lo studio della patria libertà per onestare il tradimento, giovi riferire la sentenza del medesimo Varchi poco parziale (e altrove ne ho riferito il perchè) al nostro Doria: — io lascerò che ognuno creda a suo modo, detto che avrò, che avendo il Doria poco appresso (potendosene fare signore) rimesso Genova in libertà, cosa in tutti i tempi rarissima, ed in questi sola, merita che si creda più ai fatti di lui che alle parole degli altri. — Se veramente Andrea restituisse la libertà alla patria, esamineremo più tardi, che grave indagine è quella: basti per ora che così volgarmente fu creduto a cotesti tempi, ed anco ai nostri da parecchi si crede, o si finge, e che le condizioni di Genova da quelle ch'erano, e più minacciavano diventare, egli migliorò.

CAPITOLO V.

Andrea allestito il naviglio si avvia a Gaeta: mantiene in devozione Sprolunga: rende i prigioni di Capri alle dame napoletane, porta vittovaglie a Napoli traversando l'armata nemica. Morte del Lautrecco. Il marchese di Saluzzo dopo alcuna prova di valore si arrende. Pietro Navarro è strangolato. Il nipote di Consalvo onora di sepoltura Lautrecco e Navarro, e ci pone bellissimi epitaffi. — Elogio del Brantôme al Consalvo, e forse tace il meglio. — Andrea si arricchisce con le prede. Galeoni che fossero. — Condizioni presenti di Genova; accuse vere e false contro i Francesi. Andrea muove a liberare Genova dai Francesi; il Rapallo messo degli Otto con prieghi e con minaccie lo dissuade da farsi avanti; non gli dà retta. Strattagemma col quale l'armata francese, durante la notte, fugge da Genova; la perseguita Andrea e piglia due galee. Nuovi ambasciatori a Pegli per distorlo dal disegno di liberare la patria; al medesimo fine Giovambattista Doria gli occorre a San Pier d'Arena. Viltà antiche e moderne. Famiglia Doria per viltà repudia Andrea per consorto scrivendo al Cristianissimo. Ordine per pigliare Genova. Prodezza di Filippino Doria. Palazzo ducale convertito in Lazzaretto. Si chiamano i cittadini a suono di campana e non vengono. Spedisce per le ville messaggi a convocarli in piazza San Matteo, e vengono, ma pochi; espone loro le cause del suo partirsi dalla Francia, però non le espone tutte. I Genovesi, che prima lo ributtavano, ora piangono di tenerezza; un Fiesco vuole dichiararlo di botto liberatore della patria; i più prudenti lo temperano. Radunasi il Consiglio grande; i Dodici della Riforma confermansi. Provvedonsi armi e danari; Andrea preposto a dare compimento alla libertà della patria. Il Trivulzio chiede gente per reprimere il moto di Genova; le nega il Duca di Urbino; natura di costui; Amerigo da Samminiato, che lo dileggia, fa impiccare. Presa Pavia il Sampolo va al ricupero di Genova; arriva in San Pier di Arena; manda ad intimare la resa; araldo ingannato dallo strattagemma del Gentile. Il Sampolo si ritira senza far danno; i Genovesi procedono acerbi contro i parziali di Francia; due ne impiccano; si apparecchiano allo assalto del Castelletto; il quale reso a patti dal Trivulzio, ruinano; liberano lo Stato. Gavi si arrende, Novi no, ma poi hanno anco questa. Prudenza dei Genovesi di non mettere le città in mano ad amici potenti. Si attende a recuperare Savona; confronto di quanto operarono i Genovesi nel 1528 con quello che fecero i Piemontesi nel 1849; resa di Savona; atterransi le mura e si colma il porto. — Principii del governo di Genova. Consoli. Come abbia origine la disuguaglianza civile. Potestà e Nobili. Il governo oligarchico torna ad essere popolesco. Governi scomposti che succedono; Guelfi e Ghibellini; tirannide dei Doria e degli Spinola. Capitani ed Abati del popolo. Nuovi rivolgimenti che inducono a chiamare l'imperatore Enrico di Lucemburgo paciere; morto lui i Genovesi si danno al re di Napoli e ai duchi di Milano. Il popolo, eletto Simone Boccanegra doge, reprime la insolenza dei nobili, che spogliati di ogni prerogativa, la vanno vie via recuperando, eccetto il dogado, donde rimangono esclusi per decreto solenne. Nobili principali; tetti appesi. Famiglie Adorna e Fregosa nimicate per arte dei nobili, che nel torbido usurpano Stati. I Riformatori ordinati da Ottaviano Fregoso non fanno frutto, e perchè. Riforma del 1528 quale. Dicono che lo imperatore Ottone qualche cosa di simile instituisse, e non è vero. Questa riforma lodavano tutti a quei tempi. Corre voce lo Imperatore stimolasse il Doria a farsi signore di Genova, e non è vero; il popolo lo vorrebbe doge a vita, ed ei rifiuta: ricompense pubbliche; statua; censore a vita; festa della Unione instituita che dura fino al 1796. Andrea giudicato dallo Ariosto. Alcuni negano si devano mostrare le azioni umane quali veramente sono, e pretendono si abbiano ad accettare quali compaiono: vanità loro, e ufficio dello storico. Se Andrea provvedesse alla concordia solo o meglio di altrui. Se i partiti giovino alle repubbliche, e come. Popolo escluso dal governo; quali diritti gli conservano. Confogo che fosse. Odio del popolo contro il Doria, che più tardi ne atterra le statue. Nobilume quanto vile. — I nobili vecchi nè anco tutti contenti della riforma. Superbia di nobili vecchi. Il Doria ordinatore della riforma la disprezza. Alberi delle famiglie. Spartizione degli ufficii, che si aveva a smettere, non si smette. — Nobili nuovi male soddisfatti della riforma, e perchè. — Altri errori della riforma descritti. — Merito del Doria nel liberare Genova dai Francesi. — Il Doria rende Genova serva degli Spagnuoli, e se ne adducono prove. — Pensa di pigliare con sue arti gli Spagnuoli, ed è preso. — Misero stato di Genova. — Giudizio dell'Oratore veneto su Genova. — Turpe gara degli oratori genovesi co' ferraresi e sanesi alla incoronazione di Carlo V. — Andrea locandiere, e soprassagliente dei reali di Spagna: lega ai posteri la servitù col suo testamento. — Turpi lodi del Bonfadio. — Andrea non si poteva ad un tratto farsi tiranno della patria, e perchè. — La tirannide mostra i denti con Giannettino figliuolo adottivo di lui. — Caso di Uberto Foglietta. — Parallelo tra Ottaviano Fregoso e Andrea Doria. — Giudizio sul Doria di scrittori moderni. — Elogi, scritture da abbonirsi. — Andrea nemico della libertà di Firenze e di Siena. — Ammazzato Alessandro manda soldati a tener fermo lo Stato. — Difese del Doria non reggono. — Che poteva egli fare per Genova; — che cosa per la Italia e nol fece. — Doria grande capitano, non grande cittadino.

Andrea andava mettendo diligentemente in sesto le sue galere, che, alla consueta solerzia, adesso si aggiungeva la voglia di mostrare a Cesare quale e quanto amico avesse guadagnato, a Francesco, perduto; condotta poi la consorte Peretta a Lucca e quivi lasciatala, remigò per Napoli, dove arrivato, gli capitarono messi del cardinale Colonna, i quali gli commettevano: movesse da monte Circello verso Sprolunga per mantenere in devozione gli uomini di cotesta terra, spaventandoli un poco, però che si mostrassero in mal punto restii a fornire le vittovaglie; e riuscì facile impresa, imperciocchè non fosse in loro punto di malvolere, sibbene suggezione del presidio francese; onde, pigliato animo dalla presenza del naviglio imperiale, i terrazzani, respinti i Francesi, acclamarono Andrea, il quale, contenute coteste voci, ordinò salutassero lo Imperatore. Quinci mosse a Gaeta, dove non istette ad aspettarlo Giovanni Caracciolo principe di Melfi, che la teneva assediata: però grandi e festose accoglienze gli fece il Cardinale, esultante nella certezza, che le parti di Cesare prevalessero, e più pel rivedere i congiunti caduti prigioni nella battaglia di Capri; tuttavolta Andrea pregò il Cardinale, fosse contento di lasciarglieli nelle mani tanto ch'ei potesse consegnarli alle dame napolitane ridotte in Ischia; cosa, che di leggieri gli venne annuita: egli allora, caricata prima su le galee e sopra i legni minori copia di farina, si volse ad Ischia per compire la sua cortesia; e se ciò fosse con giubilo delle dame, massime delle parenti e delle mogli dei prigionieri, lo pensi chi legge. Quinci nonostantechè il Principe di Oranges lo ammonisse a badarsi, avendo saputo che gli venivano addosso dodici galee francesi, e sedici veneziane, volle sferrare, e prendere porto a Napoli a loro dispetto: di vero alla vista delle gentildonne, che dalle finestre come in teatro stavano a contemplare lo spettacolo, incominciò con avvolgimenti maestri a badaluccare ora con l'una, ora coll'altra delle galee nemiche a mo' di duello, finchè, scorgendole raccolte tutte in battaglia, schivato lo impari scontro, scivolò nel porto di Napoli conducendo in salvo tutto il carico delle farine. Il Lautrecco sotto Napoli di peste miseramente periva; gli subentrava il Marchese di Saluzzo nel comando ormai pieno di pericolo, scemo di gloria; imperciocchè non presentasse altra speranza, da quella in fuori di ritirarsi senza che andasse a sfragello; ma non gli riuscì, quantunque levasse il campo, nel fitto della notte, secondato da sconcio acquazzone; inseguito con la spada nei reni dagl'Imperiali, gli bastò il cuore di voltare faccia a Nola, rintuzzando co' cavalli di Valerio Orsino, e di Ferrante Gonzaga, la foga dei persecutori; pure prima ebbe rotta la retroguardia, poi la battaglia; con la vanguardia sola attinse Aversa, e qui gli toccò a rendersi.