Gravi dovevano essere le cause per le quali Andrea, tenace odiatore, di nemico agli Spagnuoli diventò loro ad un tratto compagno, e grandi furono: già vedemmo com'egli in corte di Francia non ci potesse attecchire, e se ci tornò lo fece piuttosto per prova, che per isperanza di metterci radici. Di vero il soldo gli stintignavano sempre, e come tardo così veniva a spizzico per modo che per lui, al quale bisognava fornire le paghe e le panatiche alle ciurme delle galee, questa era una disperazione. Di siffatta sottigliezza francese, o nascesse da impotenza, o piuttosto da mala volontà, ne abbiamo testimonio nelle lettere, che scriveva Teodoro Trivulzio, allora pel re di Francia governatore a Genova, dove si lamenta, che sendo creditore di 20 mesi di pensione, non gli avessero di presente stanziato più di duemila franchi; massime da quella che scrisse l'8 Agosto 1528 a monsignore Montmorency gran maestro di Francia, nella quale dichiara ch'egli: non saperia fare di questi miracoli de possermi intratener qua con niente, e minaccia di lasciarne ad altri la prova[8].

Ancora gli stava per la gola avere consegnato il principe di Oranges a Francesco I, donde dopo la promessa di ventimila ducati di premio non aveva potuto cavare nè manco uno scudo; di fatti che questa pure fosse causa di discordia, gli uomini, i quali negoziavano le faccende politiche a quei tempi, lo crederono, e corse voce, che il Re, al fine di torre via cotesta gozzaia gli mandasse in acconto sul finire di giugno 1400 ducati; ma di questo fu niente[9]. Trovo eziandio, che quando il Re fermò la condotta col Doria, oltre il cordone di San Michele gli promise in feudo la terra di Martega in Provenza, e questa promessa pure andò vuota: oltre questi, e forse più potenti di questi furono incentivi pel Doria il sospetto, che ormai sapeva radicato nel cuore del Re sul conto suo, e la ferma deliberazione di promovere Savona a danni di Genova come luogo più prossimo alla Francia, e destro a penetrare nella valle del Po: in fatti a cotesti giorni ingegneri francesi con molta mano di muratori e marraioli si affaticavano intorno a Savona alla scoperta per metterla in termini di buona difesa, ed il Trivulzio, ai Genovesi che ne movevano acerba querela, dava parole, nè forse di più poteva, sebbene oggi per la notizia, che abbiamo delle sue lettere, si conosce come i modi praticati dai Francesi disapprovasse, parendo a lui, che disperare i cittadini di Genova fosse un disservire le cose del Re in Italia[10]: e tuttavia non sembra, che da quello per lui ripreso negli altri, sapesse o astenersi, o impedire egli medesimo, imperciocchè venendo in quel torno il Visconte di Turena per imporre nuove gravezze a Genova, lo lasciò fare, e se non era Andrea, che surse in pieno consiglio a dire, che i cittadini stremati da tante guerre non potevano dare danari, e potendolo non avrebbono voluto, perchè immuni per patto da straordinario sussidio, e perchè male si pretendeva larghezza da quelli, che delle cose promesse si frustravano. Il Turena s'inalberò e forse rimbeccava; più cauto il Trivulzio, esperto degli umori, entrò di mezzo con buone parole, e persuase il Visconte, pel suo meglio, a cansarsi: al quale consiglio questi si attenne incamminandosi verso Firenze con isperanza di migliore costrutto.

Ma da veruno documento si possono, per mio avviso, argomentare meglio gli umori della corte di Francia contro Andrea Doria e Genova, come dalla lettera del signor Renzo da Ceri, scritta dall'Aquila il 14 Agosto 1528, però che in essa si dichiari aperto com'egli avesse presagito da un pezzo che il Doria si saria levato dalla devozione del Re, ed ora per rimediare al male proporrebbe Genova si smantellasse, un cento delle famiglie primarie se ne cavassero, e mandassero a Parigi con le donne ed i figliuoli per mostrare, che il Re non istima quattro mercanti, e dare esempio perchè nè essi, nè altri burlassero S. M. Non facendo questo, Genova si volterà col Doria, e lo Imperatore ci può fare assegnamento sopra fino a 500 mila scudi per valersene nelle guerre d'Italia: non le dando Savona, Genova si può tenere spacciata: e se Sua Maestà la si volesse rendere nelle mani obbediente al pari della più piccola terra di Francia, non avrebbe a fare altro, che ordinarle rifabbricasse a sue spese la fortezza della Lanterna, e toglierle la Corsica, alla quale impresa basterebbe, che l'armata passando per di là buttasse a terra un diecimila picche, e un duemila archibugi e ce ne avanzerebbe; e per ultimo, occupate le fortezze di ponente e di levante, metterci uomini suoi a guardarle, e così prosegue di questo gusto, per modo che Genova in caso di sinistro avrebbe provato più pii a sè un Dragutte, un Barbarossa o quale altro pirata di peggior fama corseggiasse allora pel Mediterraneo, che questo Lorenzo Orsino cavaliere cristiano. Che poi queste male biette partorissero frutto, non è a dubitare; nè lo stesso Re tanto si padroneggiava da sapere simulare lo interno cruccio; anzi, scrivendogli il Doria, non gli rispose nè manco, ed avendogli mandato prima un suo uomo per definire certe faccende, a stento lo accolse alla sua presenza, e gli dette tarda e cattiva spedizione.

I Genovesi cui pareva pur troppo di avere a rimanere disfatti, dove, invece di torsi dagli occhi cotesta spina di Savona, la si avesse ad ingrandire, mandarono dodici ambasciatori a Parigi per persuadere il Re a restituirla: avevano per istruzione s'industriassero ottenerla con parole e promesse quanto più larghe sapessero: all'ultimo profferissero comperarla a rate: non si potendo fare a meno, con danari alla mano fino a 40,000 ducati. Il Sigonio afferma, che Andrea ci aggiungesse di suo la renunzia alle paghe, ma non lo trovo altrove, e non ci credo. Il Cappelloni, contemporaneo e segretario di Giovannandrea suo erede, ne tace, e siccome egli piuttostochè storie dettava panegirici, così è da credersi, che lo avrebbe dovuto sapere, e saputo non lo aría omesso di certo. Col Re fu tempo perso, ch'ei s'intorò contro Genova: i cortigiani, come suole, ne lo lodavano, chiamando costanza quella che era ostinazione superba ed ignorante: così i principi si sono visti non concedere mai in tempo graziosi o assennati quello, che poi lasciansi strappare inopportunamente codardi o castroni.

La condotta del Doria cessava col mese di Giugno, ed i contratti finiscono legalmente con la decorrenza del termine contemplato; pure egli volle mandarne formale disdetta. In Francia gli uomini più che mai infellonirono per questo, usi come sono a dire empietà, quanto loro non garbi; però chiesero superbamente consegnasse i prigioni; al tempo stesso tentarono la fede di Filippino, il quale rispose col fatto di mandare i prigioni a Genova; Andrea quando gli ebbe nelle mani, pacato chiarì come innanzi tratto non gli paresse giusto chiedergli i prigioni prima di saldarlo delle paghe, e sborsargli il riscatto del Principe di Oranges, ed anco dopo questo non corrergli debito di sorte, imperciocchè le prede, ed il riscatto dei prigioni, per patto della condotta, dovessero andare in pro suo.

Il Brantôme che visse in quei tempi alla corte di Francia, ed è testimone credibile, ci racconta come fosse giudicato Andrea avere torto, o almeno ragione per metà, dacchè la battaglia di Capri restasse vinta in virtù delle fanterie francesi. Questa è mera iattanza, dacchè, come fu notato, i fanti non oltrepassarono i 300, e qualcheduno afferma i 200: lo sforzo, bisogna pur dirlo, fecero gli schiavi nella speranza della libertà, la quale ottennero dal Doria con grandissimo scapito delle cose sue. Il Brantôme ci avverte altresì, che il Re, preso dalla collera, prepose capitano generale delle galee il signor di Barbeziù (che altri chiama eziandio Barbesi), uomo, che non sapeva che fosse un mare, un porto, anzi neppure una galea, nè una fusta, e gli commise con parole insidiose tranquillare il Doria tanto, che gli venisse nelle mani per potergli mozzare il capo come fece poco tempo dopo col capitano Giona.

Il Barbeziù sferrava dai porti di Provenza con dodici galee fornite di fanti eletti, e se avesse voluto poteva con tante forze combattere a viso aperto: ma questo non gli garbava: preferì adoperare la lancia con la quale giostrò Giuda, ma nè anco questa gli valse, chè Andrea fu uomo, come volgarmente si dice, da bosco e da riviera; e dopo avere vinto in giovanezza i tranelli di un Borgia, non era tale da rimanere da vecchio nelle panie francesi: infatti, subodorata la cosa per la diligenza di Giovambattista Lasagna fermatosi in Parigi a sollecitare le faccende di Savona, Andrea si mise in nave coi prigioni, con una cerna di soldati vecchi, vettovaglie ed armi, ed entrato nel castello di Lerici, dopo averlo con ogni cura munito, si buttò infermo; prima però aveva mandato con celere corso una fregata al conte Filippino perchè l'ultimo giorno di Giugno, senza pure trattenersi un minuto, venisse via da Napoli a furia di remi, ed alla Spezia si riducesse. Il Barbeziù navigando giunse a Villafranca, dove trovata una galea del Doria in riparazione si astenne da toccarla, nella speranza, che cotesta sua mansuetudine avrebbe gettato polvere negli occhi al genovese Doria: onde, quando surto a Genova conobbe come l'uccello da parecchio tempo erasi tirato al largo, non è da dire s'ei facesse greppo: pertanto ei non si sgomentava, e spediva un barone di San Blancato a Lerici per pregare Andrea, che fosse contento di condursi a Genova, volendo negoziare con esso lui cose di grandissima importanza. Rispondeva Andrea, lo avrebbe già fatto e Dio sa con quale cuore; la maladetta infermità trattenerlo; gli fosse cortese il Barbeziù di andarlo a trovare fino a Lerici. Per qualunque uomo, che se ne intendesse, tanto avrebbe dovuto bastare; ma al Barbeziù, che si teneva per furbo, non bastò; venne a Lerici, dove, sempre filando sottile, mandava a invitare Andrea andasse a trovarlo su la Capitana, e Andrea da capo: se la malaugurata infermità gli avesse conceduto balía di movere passo, si sarebbe tratto fino a Genova per onorare come doveva l'ammiraglio del Cristianissimo, ma la sua malattia essere di qualità da non lasciargli forza di levare il fianco di letto: insomma, se il Barbeziù lo volle vedere, gli fu mestieri andarlo a trovare a casa.

Introdotto ch'ei fu in camera al Doria, di promesse gliene fece un subbisso, a cui Andrea, cauto com'era nel dire, rispose con prudentissimo discorso: — contro ogni mio buon volere la mia sorte vuole, ch'io mi parta dal servizio di S. M. essendo più presto state esaudite, e credute le false parole di altri servitori, che le mie buone e vere opere, e mi persuadeva ancora, che non solamente dovessi essere soddisfatto di quello che mi era dovuto, ma di potere ottenere una grazia tanto giusta e pia, com'era quella di restituire Genova nel primiero suo stato, e torle via cotesto pruno dagli occhi di Savona, e poichè dell'una cosa e dell'altra ebbi ripetuta e pertinace repulsa, mi è parso di non fare più lunga esperienza del mio servizio: finchè starò in mio potere mi guarderò bene di operare cosa, che torni in pregiudizio di S. M., quando poi mi sarò accomodato con altri farò il debito secondochè richiederà l'onor mio[11]. —

Non ci fu verso cavarne altro; il Barbeziù uscendo notò come gli artiglieri con le miccie accese vigilassero intorno alle bombarde, donde conobbe che a continuare gli artificii era tempo perso; però disegnava avacciarsi per le acque di Napoli nella speranza, che la fortuna gli parasse dinanzi la occasione di sorprendere le galee di Filippino: ma anco qui rimase presto tolto d'inganno, perchè costeggiando la Liguria vide un'armata di galee ferma su le ancore e protetta dai cannoni del Tino e del Tinello, che sono forti della Spezia, costruiti a destra e a sinistra su le rupi della imboccatura del golfo. Tirava di lungo per Napoli: con quali concetti, ignoro, ma dal successo dei suoi tranelli avrebbe dovuto giudicare, come vuolsi tenere da poco il capitano, il quale si confida più nello artifizio, che nella virtù; pessimo poi quello, che dalla fraude in fuori non conosce altra arte di guerra.

Intanto cominciavano a farsi palesi gl'indizi di prossima ruina nelle fortune di Francia su quel di Napoli. Il Lautrecco aveva già tentato ogni via blanda per trattenere Filippino, e poi le acerbe fino a levargli i remi, e a negargli le vettovaglie; onde questi ebbe ricorso al cardinale Colonna governatore di Gaeta per lo Imperatore, che gli uni e le altre gli provvide. Allora il Lautrecco, presago dei mali, spedì sollecito in Francia Guglielmo di Bellay, perchè se il Re aveva a cuore la impresa di Napoli, tenesse bene edificato il Doria, ma il Re, non riputando il pericolo imminente nè tanto grave, ordinava a Pier Francesco Nocetto conte di Pontremoli, si recasse con diligenza al Doria, e facesse opera di svolgerlo promettendogli ventimila ducati pel riscatto dell'Orange; altri ventimila a saldo delle paghe; dei prigioni di Capri gli pagherebbe la taglia, o lascerebbe ne disponesse a sua posta; ai Genovesi cederebbe Savona. Egli erano pannicelli caldi; tuttavia il Doria per non lo disperare diceva: ci penserebbe su; ma quando fossimo stati in tempo di riparare, il Doria non aveva vissuto sessantadue anni, quanti allora ne contava, per ignorare, che i principi se offesi non perdonano, e se offensori perdonano anco meno, e le promesse larghe senza pegno di mandarle ad esecuzione tornavano a un darti erba trastulla. Il Lautrecco, informato come la pratica non attecchisse, si affannava rafforzarla mettendoci di mezzo il Papa, il quale doveva sodare Andrea del pagamento a giorno fisso con tante tratte sopra mercanti genovesi, sanesi e lucchesi.