Andrea era giunto con gli anni a quella parte della vita in cui il comune degli uomini desidera riposare; ed ai Romani, i quali pur furono tanto operosi, parve, che dopo i sessanta anni entrasse il senio, o vogliamo dire il periodo di tempo in cui il cittadino, cessando a mano a mano dallo agitarsi, importa si apparecchi alla quiete suprema; epperò, non che essi biasimassero il ritirarsi a cotesta età indietro dai negozii, lo commendavano come onesto: nel Doria nostro, così doveva procedere in tutto la faccenda diversa, che a sessantuno anno condusse moglie: affermano alcuni, ed hassi a credere, ch'egli segretamente l'avesse sposata avanti, sendo la donna in età pari alla sua; si chiamò Peretta, ed era figlia a Gherardo Usodimare, nobilissima schiatta, e nipote d'Innocenzio VIII; dicono ch'ella fosse molto sufficiente donna, e può darsi; ma di lei non ci avanzano memorie, perchè noi possiamo o negare od affermare con verità cotesta sentenza; se lo universale menasse buona la sentenza di Teofrasto, che giudicò degna di lode la donna, la quale non dà a dire di sè bene nè male, dovremmo predicare ottima la Peretta; forse ella gli recò dote ricca; questo altro poi sappiamo di certo, ch'ella col figliuol suo (essendo rimasta vedova di Alfonso del Carretto marchese di Finale), e con la parentela di casa Cybo, gli fu cagione di scapito negli averi e di pericolo nella vita. La storia generale, nè le scritture, che ci rimangono della vita di Andrea, ricordano i suoi amori; ch'ei non ne avesse ci pare difficile; nè quel continuo esercitarsi di lui nelle armi fa ostacolo, imperciocchè il tumulto dello spirito e il commovimento del corpo, piuttosto che dissuadere, pare che persuadano le cose amatorie: neppure ci condurremo a credere, che gli scrittori ne tacessero per verecondia, dacchè il secolo non fu per niente verecondo, e chiunque dettò la storia di uomini illustri si fece in certo modo debito di raccontare gli affetti del suo eroe, quasi tributo a sensi gentili generatori di opere magnanime: forse Andrea, se non casto, fu cauto; e di vero l'amor suo verso la duchessa di Urbino si ha piuttosto per conghiettura, che per riscontro storico: con maggiore fondamento può credersi, ch'egli amasse una certa Chiara, dacchè nel suo testamento leggo lasciarle il frutto di settanta luoghi delle compre di San Giorgio[7], che le aveva assegnato per lo tempo antecedente, e nel suo quinto codicillo glielo conferma; nè per le stampe si pone il cognome della donna, bensì si surroga co' soliti discreti puntolini. E qui forse non cade inopportuno avvertire, come Andrea si mostrasse, nelle cose sue, piuttosto sottile, che scarso: di questo porge testimonianza il suo testamento in parecchi luoghi; nel primo, dove il Notaio attesta se voglia lasciare qualche elemosina allo Albergo dei Poveri, ed egli riciso risponde: no; nel secondo, quando dichiara essere rimasta una figliuola naturale di Giannettino, e commette al suo erede di maritarla stanziandole di dote quanto a lui piacerà; singolare è il terzo, nel quale espone, che gli eredi di Erasmo Doria vantano crediti sopra di lui, ma egli ricorda, che Erasmo ebbe perle per 900 fino a 1200 scudi per vendere, e le vendè di fatti; ma se ne appropriò il ricavato, e poi riscosse paghe di cui non rese mai conto; onde nel sottosopra egli giudica, che gli eredi di Erasmo devano resultare piuttosto debitori, che creditori della sua eredità; per ultimo dichiara, che bene tolse in presto da Cristoforo Pallavicino scudi mille, ma che, avendo commesso al medesimo costruire un Galeone, col quale corseggiando si fecero prede di cui il terzo per patto spettava al Testatore, che non ebbe mai, così anco in questo punto giudica, che, rivedute le ragioni, si troverà in credito, e non in debito. Oltre quelli che ho riferito, degli amori di Andrea Doria non mi è venuto fatto di rinvenire ricordo.
CAPITOLO IV.
Andrea raccoglie gente in Toscana per aiutare il Lautrecco nella impresa di Napoli. A cagione dei tardi provvedimenti va in Sardegna; e capita male. — Renzo da Ceri e gli altri mettono male biette in corte contro Andrea. — Nobile vittoria navale riportata dal conte Filippino Doria contro la flotta imperiale a Capri. Andrea osserva la fede data agli schiavi di liberarli se si fossero comportati virtuosamente. — Strano mutamento di fortuna nella Francia. — Cause per le quali Andrea lascia le parti di Francia. — Se sia vero che la battaglia di Capri vincessero le fanterie francesi. Insidie dei Barbesì contro la vita del Doria fatte vane dalla sagacia di lui. Colloquio di Andrea col Barbesì a Lerici, e suo prudente discorso. — Il Barbesì tenta sorprendere l'armata di Andrea e non riesce. — Smaniose pratiche per tenere saldo Andrea in devozione di Francia; si fanno più accese, e ci s'intromette anco il Papa il quale tira l'acqua al suo mulino. Ribalderie del Re e dello Imperatore per avvantaggiarsi uno a danno dell'altro. In quanta stima i Francesi tenessero il Doria. Opinione del Guicciardino, che da molto tempo Andrea avesse statuito abbandonare la Francia, del tutto maligna. Conto che facevano gl'Imperiali di Andrea. Condizioni della condotta di Andrea prima stabilite a Milano, poi confermate a Madrid: quali fossero. Andrea inalbera bandiera imperiale. A torto tacciato di tradimento dai Francesi. Giudizio dei Fiorentini intorno questo atto del Doria, e se giusto.
Che troppo più uomini che non si vorrebbe appaiano non sai se maggiormente matti, o maggiormente codardi, questa è volgare sentenza, nè meriterebbe che qui si rammentasse, se non ci venisse spinta fuori dal considerare come il Cappelloni scrittore della vita di Andrea, adulando Giovannandrea erede di lui al quale la dedicava, tacque del tutto la impresa infelice della Sardegna, che in quel torno condusse Andrea; e fu pessimo consiglio, imperciocchè con la notizia di quella si chiariscono molte cose, che rimarrebbero oscure, e forse non senza carico dell'uomo, ch'egli intende sollevare al cielo. Movendo il Lautrecco per Napoli, mandava al Doria radunasse le forze marittime del Re in Toscana, e quinci di conserva con l'armata veneta, e le milizie di Lorenzo Orsini, noto nelle storie col nome di Renzo da Ceri, la sua impresa sul mare, ed, occorrendo, in terra sovvenisse. Andrea surse al monte Argentaro, aspettando le milizie francesi per imbarcarle, ma, o che il re di Francia intendesse piuttosto levare rumore per ricuperare i figliuoli, ostaggi di Carlo, che impegnarsi in fortune difficili, od altra più riposta causa lo consigliasse, fatto sta, che le milizie a cotesta parte inviò tardi, e con esso loro i fuorusciti siciliani, i quali, assembrati nei porti di Provenza, smaniavano tornarsene a casa: nè così egli procedeva improvvido, per arte o per colpa, col Doria solo, ma bene anco col Lautrecco, lasciato senza paghe e senza gente inscritta a compimento dell'esercito, avventurarsi in guerre lontane e piene di pericolo. All'ultimo la gente venne, e fu un tremila fanti, non contati i fuorusciti. Andrea, il signor Renzo, e messere Giovanni Moro provveditore dell'armata veneziana, ristrettisi insieme a Livorno, consultavano quello che fosse spediente. L'Orsino mal pratico del mare, e messo su dai fuorusciti siciliani, intollerante d'indugi, tempestava; il Doria, e il Moro, esperti, mettevano innanzi la stagione inoltrata, il navigare accosto alla terra perniciosissimo; co' venti, che durante il verno imperversano nel Mediterraneo, quasi sicuro trovarsi sbattuti sopra le spiaggie; tanto bastare, e tuttavia aggiungersi la diffalta dei viveri, nè sapere donde cavarli: perchè poi, da cotesto apparecchio di forze riuscito invano non pigliasse il nemico incentivo a crescere di baldanza, opinavano si tentasse la Sardegna contigua alla Corsica, portuosa, e di gente amica abbondevole, non meno che di cose al vivere necessarie. L'Orsino e i fuorusciti, quantunque molestamente, piegarono; e appena surti in Sardegna misero assedio intorno a Castello aragonese pensando averlo ad un tratto, e pensarono male, chè alla scioperaggine del Vicerè sopperì la diligenza di un Serra e dei fratelli Manca, sicchè, mentre logoravano tempo e vite in cotesta impresa, si levò un furiosissimo fortunale, che respinse tutto il naviglio, così legni sottili, come galee, tranne una sola, e fu francese, la quale, sbatacchiata dalla furia della tempesta in alto mare, si perse. Poco rileva a noi cercare le cause per cui la impresa capitò male; basti sapere, che l'Orsino, disperato di espugnare Castello aragonese, si volse a Sassari, e lo pigliava; ma gli ozi, gli stravizi, come suole, e l'aere perverso generarono la moría fra i suoi soldati, i quali, alla stregua che smarrivano l'animo, lo crescevano negl'isolani, ormai, per indizii manifesti, prossimi a un pelo di levarsi a furia, quando all'Orsino parve di cansare la mala parata; e forse non era a tempo, se Andrea, accostandosi alla spiaggia, non avesse messo a terra una forte squadra di uomini avvezzi alle fazioni terrestri del pari che alle marittime, e così liberatolo dalle mani di diecimila sardi, che, recintolo attorno, volevano vederne la fine. I capitani da capo si ristrinsero a consulta; e, come suole, quando le cose vanno per la peggio, finirono in contrasti. Il Veneziano diceva: avere avuto il fatto suo; volersi ad ogni modo partire; molto più, che, avendogli la tempesta malconce quattro galee, si era trovato costretto a mandarle pel rattoppo a Livorno, e, come disse, fece, volgendo a dirittura le prore verso la Puglia. Rimasero Andrea, l'Orsino, e monsignore Lange a contrastare fra loro, però che gli ultimi intendessero Andrea andasse a Tunisi, e quinci, rifatte prima le ciurme delle galee, come in luogo amico alla Francia, movesse per la Sicilia. Al Doria pareva, che di questa maniera consigli non potessero capire in cervelli sani, sapendo ben egli, a cagione delle sue correrie, quali e quanti conti tenesse aperti con lui il bey di Tunisi, e ad ogni modo commettere in balía di gente infedele il naviglio di Francia e il proprio repugnava alla sua natura piuttosto sospettosa, che cauta; però rotte le consulte, come capo della flotta fece sapere l'avrebbe incamminata verso la Italia, e quivi, rifornitala di ciurme, condotta a dare spalla a Lautrecco nel regno. L'Orsino, con i Francesi, ed i fuorusciti siciliani, tornarono in Provenza, donde parecchi di loro recatisi a corte, empirono l'animo del Re di accuse contro il Doria, o per maltalento, o per voglia di sgabellare le proprie colpe a carico altrui, o per superbia, che nel signore Renzo da Ceri, fra molte qualità di capitano eccellente, fu, per quanto ce ne tramandarono gli storici, menda capitalissima. Andrea, commesso al comando di sette delle sue galee il conte Filippino Doria, andò con la ottava a Genova; allora dissero, per ragguagliare il Senato dei fatti suoi, e sarà stato, ma i successi futuri diedero a divedere, che molte altre furono le cause di cotesta andata, e la narrazione le chiarirà.
Qui ora accade che per noi si abbia a raccontare la famosa battaglia di Capri combattuta non già da Andrea, bensì da Filippino Doria, il quale fu come il braccio destro di lui, e con le sue galee.
Le faccende di Francia nel regno di Napoli andavano bene: sarebbero ite anco meglio, se non mancava la pecunia, onde il Lautrecco, per racimolarne un poco, si trattenne nella Puglia a riscuotere la gabella su i montoni, che gittava un cento mila scudi all'anno: quindi, partitosi, si ammanniva allo assedio di Napoli, per condurre a buon fine il quale, avvisò gli ammiragli lo sovvenissero dal mare. Pietro Landi, provveditore dei Veneziani successo al Moro, faceva orecchio di mercante, attendendo a guadagnare Brindisi, ed altri luoghi marittimi nella Puglia, a profitto della Repubblica: vizio irremediabile di ogni Lega, di cui è indole non imparare mai, che col badare troppo a sè, perdono tutti: all'opposto Andrea spedì sollecito Filippino, a cui aggiunse Antonio Doria con un'altra galera. Filippino, gettate le ancore nel golfo di Salerno, stava specolando gli eventi. Il vicerè di Napoli Ugo Moncada, ignaro della ripugnanza del Provveditore veneziano di sovvenire il Lautrecco, ed all'opposto temendo, ch'ei fosse per riunirsi di corto col Doria, importandogli frastornare cotesta congiunzione, deliberò senz'altro assalirlo: a questo scopo, allestiti a Napoli ventidue legni, dei quali sei galee, due galeotte (vi ha chi rammenta anco quattro fuste) e gli altri tra brigantini, fregate e barche, ci mise sopra in buon dato artiglierie, e il fiore degli archibugieri. Sul punto però di movere, stette a un pelo, che la impresa non andasse a monte, imperciocchè saltasse su il Principe di Oranges a pretendere il comando dell'armata, come capitano generale, sostituito al Borbone; gli contrastava, e non senza ragione don Ugo, come quello, che vicerè era, ed ammiraglio; la milizia a sua volta si divise seguitando la parte del Principe, o quella di don Ugo, onde, per aggiustare lo screzio capitato in mal punto, accordaronsi col conferire il comando al marchese del Vasto e al Gobbo Giustiniano. Don Ugo ci volle andare come soldato. Le storie ricordano ci si trovasse Giovanni d'Urbino (quel desso che di umilissimo stato giunto ai primi gradi della milizia, movendo due anni dopo all'assedio di Fiorenza rimase ucciso a Spelle) con seicento Spagnuoli dei vecchi; fosse vaghezza, o debito, ci andarono altresì il capitano Giomo con duecento Tedeschi, Ascanio e Cammillo Colonna, Ettore Fieramosca, e quel capitano Gionas, sviscerato del Borbone, che lui, ferito a morte sotto le mura di Roma, ricoperse del suo mantello.
Era intendimento dei capitani imperiali cogliere Filippino alla sprovvista, e Fabrizio Giustiniano, vocato il Gobbo, il quale conosceva quanto valessero i suoi compatriotti, assai gli andava confortando in questo disegno, e ci riusciva se il Moncada che, nonostante il comando in apparenza deposto, pure ordinava le cose a modo suo, non avesse raccolto, per incorarli, capitani e soldati a intempestive commessazioni in Capri, e poi, quasi che i nemici si vincessero con gl'improperii, non si fosse letiziato ad ascoltare certo Consalvo Baretto eremita portoghese, o, come altri dice, spagnuolo, che soldato prima, ed ora renduto a Dio, era in voce di santo, che ne versava a bocca di barile contro i Genovesi, e, facendo crocioni che pigliavano un miglio di paese, profetava andassero franchi: avrebbero riportato vittoria senz'altro ammazzando, ardendo, affondando i nemici e l'armata loro, donde sarebbe uscita la liberazione di Napoli: di tanto stessero sicuri; egli saperlo di certo, averglielo rivelato proprio Dio la notte passata mentre dormiva. Da tutto questo accadde, che il Moncada, invece di sorprendere fu sorpreso, imperciocchè un Biondo Agnese napolitano, incontrata certa galera di Filippino, che andava a macinare grano a capo di Orso, gli porse avviso della procella, che stava per iscoppiargli sopra; di botto il conte Doria si allestiva, e recatosi a bordo certe compagnie guascone (chi afferma duecento, chi trecento fanti), capitanate dai signori di Croy, e di San Remy, sferrò dalla spiaggia, andando contro il nemico: lo scoperse il 28 Maggio verso sera, veleggiante nel golfo di Salerno, e, parendogli troppo più duro scontro che forse non aveva immaginato prima, ricorse agli estremi partiti: quanti Spagnuoli si trovò avere sopra le galere, tanti fece ammanettare: i galeotti, che la più parte barbareschi erano, sciolse, promettendo loro restituirli in libertà se avessero menate le mani virtuosamente in pro suo. A Niccolò Lomellino commise pigliasse due galere (ma questi o perchè male intendesse, o per altra ragione a noi ignota ne pigliò tre) e si allargasse nel mare per avventarsi poi spedito alla riscossa delle galee pericolanti dopo ingaggiata la battaglia. Il Moncada, un cotal poco conquiso al subito aspetto dell'armata nemica, domandava al Gobbo Giustiniano, che si avesse a fare, a cui il Gobbo alquanto acerbo rispose, che a Capri era tempo di consulte, qui di combattere: e così sia, soggiunse il Moncada, e allora cominciò la battaglia, la quale fu combattuta nel felicissimo sito della costa di Malfi detto la Cava, anticamente seno pestano. Però non vuolsi pretermettere, come altri storici non solo tacciano su lo sgomento del Moncada, bensì all'opposto dicano, ch'egli si mise dentro alla battaglia tempestando, nella speranza di ottenere agevole vittoria delle cinque galee rimaste con Filippino.
Aveva questi sopra la Capitana un grossissimo pezzo di artiglieria, di quelli che allora chiamavansi basilischi, i quali tiravano fino a duecento libbre di palla. Lo sparo di questi incominciò la battaglia con augurio buono, non meno che con profitto notabile pei Genovesi, essendo ricordato come di colta spazzasse via quaranta Spagnuoli col capitano di su la galea del Vicerè, i quali sul cassero con cenni e con voci facevano prova di spavalderia: poi e' fu un trarre continuo di moschetti, ma con poco danno dei Genovesi, che cauti si andavano riparando tra i palvesi; ed all'opposto gravissimo degli Spagnuoli, meno usi alle fazioni di mare, e quasi a tumulto stipati su legni. Se gl'Imperiali, tra cui accorreva pur troppo il fiore della cavalleria italiana, ne arrovellassero non è da dirsi: con furiosi gridi chiedevano battaglia manesca, la quale, appunto perchè essi desideravano, industriavasi di evitare il Doria, e per un tempo ci riuscì; all'ultimo cinque galere nemiche abbordarono tre delle sue: nè virtù, nè furore valsero contro il numero e la prodezza dei cavalieri imperiali, sicchè le galee del Doria balenavano per arrendersi, quando ecco, a golfo lanciato, sopraggiunge il Lomellino con la riserva. Narrano come la galera condotta da lui, chiamata la Nettuna, con tanto impeto investisse la Capitana del Moncada, che in un punto stesso gli ruppe l'albero maestro, e gli sfondò la fasciatura; subito dopo (tanto nei petti umani possono l'amore della libertà e l'odio antico) gli schiavi sferrati, parte tuffandosi in mare con le scimitarre strette fra i denti si appressavano, notando, alle galee di Spagna; sul ponte delle quali, arrampicandosi pel sartiame, arrivati, il terrore spargevano e la morte: parte rimasti sopra le galee vibravano fuochi lavorati, e pietre, e ferri, tutto quello insomma che la rabbia per arme ministra. Non mai battaglia fu combattuta più ferocemente di questa, che il pensiero di avere a cedere a mercadanti, ed a schiavi sferrati, metteva in furore quella cerna di cavalieri spagnuoli, tedeschi ed italiani; i ricordi del tempo testimoniano come degli ottocento archibusieri saliti su le navi ne rimanesse in vita solo un cento, e questi tutti feriti; e vi ebbe tale capitano spagnuolo, che mutò fino a sette volte alfiere, essendosi vie via fatti ammazzare con la bandiera in mano: ma i Genovesi appunto la dovevano sgarare a cagione degli schiavi sferrati; però che gli altri fossero uomini di grande e nondimanco ordinaria virtù, guerreggianti da entrambe parti per Francia, o per Ispagna, ma i Mori e i Turchi combattevano per sè, per la libertà, per rivedere la patria, e le carissime cose, che venerata e santa rendono la patria, onde una forza quasi divina ne ingagliardiva le braccia; e fulmini parevano nelle costoro mani i ferri, ed erano. Il Cappelloni, per crescere terrore alla narrazione, afferma come alla ira degli uomini si mescesse quella degli elementi: ma questo altrove non occorre scritto. E perchè più oltre io non dica, narrerò come la Capitana del Moncada combattuta dal destro lato dalla Nettuna, e dal manco da un'altra galea chiamata la Mora, cigolando affondasse: quella del Gobbo Giustiniani, che appunto da lui si chiamava la Gobba, scema di timone, di albero e di tagliamare, aggiravasi intorno a sè, quasi cane che si morda la coda; ardevano le galee del marchese del Vasto e dei Colonna, che soli superstiti fra i compagni furono salvi per cupidità, avendoli palesati uomini di alto affare le armi d'oro. Eccetto due galee tutto il navilio imperiale cadde in potestà di Filippino; anzi, indi a pochi giorni, anco una di queste galee, scampate fuggendo, tornò indietro con bandiere calate, e si arrese a Filippino; la conduceva un marchese Doria napolitano sgomento pel caso avvenuto al capitano dell'altra galea, che il Principe d'Oranges appena ebbe nelle mani fece strozzare per sospetto di tradimento. Non comparendo il vicerè Moncada, si misero a cercarne, e lo trovarono sotto la tolda, morto per ferite tocche nel capo di sasso, e di palla nel braccio. A testimonianza di codesti tempi, ricordo come allora corresse voce quella fine avere meritato il Moncada, perchè primo mise mano al saccheggio degli arredi sacri nella sacrestia di San Pietro dopo la presa di Roma. Vi rimase morto altresì Ettore Fieramosca, fratello di Cesare, quel sì famoso per la sfida di Barletta, il quale non vuolsi equiparare non che confondere con Francesco Ferruccio; però che quegli conducesse a termine fortunato un'opera di valore assai comune negli uomini militari, massime a quei tempi pel commercio con gli Spagnuoli puntigliosissimi; questi consacrò anima e sangue alla libertà di Firenze, forse d'Italia. Con più miserabile ventura ci cadde prigioniero il capitano Gionas, che, guascone essendo, con accesissime istanze fu chiesto dal sire di Croy, e lo ebbe: mandato a Parigi lo condannarono nel capo, perchè i principi, l'amicizia pei loro nemici, quanto più eroica, tanto reputano maggiore delitto. Le storie fra i morti degni di memoria ricordano un Marin Diaz, un Pietro Urias, Giovanni Biscaglino, il Boredo, l'Icardo, Annibale Genaio e Serone spagnuoli, Gaspare di Aquino, Pietro Cardona, il Santa Croce, il Principe di Salerno, il Zambrone e Giovanni di Varra siciliani. Co' rammentati altri mille cessarono la vita.
L'esultanze dei Francesi furono infinite, sicchè in quelle prime caldezze non sapevano trovare modo alle lodi nè alle promesse: a Filippino assegnarono non so nemmeno io quante castella nel regno, e pensioni ed entrate che sommarono un tesoro; senonchè dalle parole in fuori non se ne vide altro effetto. Però ci hanno storici, i quali ci raccontano, che Filippino non vestiva di panni diversi, dacchè egli a sua posta facesse provare agli schiavi la verità del proverbio, che dice: passata la festa si leva l'alloro. Quello che Filippino si mulinasse pel capo, adesso ed anco allora, difficile sapere; questo è sicuro, che mandati tutti gli schiavi a Genova, e non poteva fare a meno, senza le ciurme non navigando galee, Andrea tenne puntualmente la promessa di Filippino, imperciocchè donato agli schiavi una galeotta, e con essa una insegna coll'arme dei Doria, gli lasciasse in potestà di tornarsene a casa a patto che, per cotesto viaggio, imbattendosi con legno cristiano, non lo avrebbono molestato, e, ridotti in patria, arso la fusta: questo largamente essi promisero; se poi l'attennero, Dio sa.
Dimostra la esperienza queste nostre cose umane non essere mai tanto prossime a pigliare una via diversa, come quando hanno troppo camminato per la via contraria, sebbene la vicenda dal male al bene si operi meno frequente di quella dal bene al male; però Filippo macedonio fece prova non pure di modestia, ma di arguzia grande, quando, annunziategli tre prospere venture, pregò i Numi, che gli mandassero adesso qualche infortunio comportabile. La vittoria di Capri metteva i Francesi in isperanza di fornire tosto la guerra, molto più che, dieci giorni dopo di quella, il Provveditore veneziano conobbe la necessità di mostrare, che per qualche cosa Venezia erasi collegata con la Francia, ond'ei venne a spazzare il Mediterraneo con ventidue galee. All'opposto la vittoria di Capri segnò il termine della prospera fortuna pei Francesi ed il principio dell'avversa. Colpa di ciò lo abbandono, che Andrea Doria fece delle parti di Francia per seguitare quelle di Cesare.