Pertanto il Borbone lasciato il Milanese aocchiava Firenze, ma siccome allora la custodivano cittadini pur dianzi rivendicati in libertà, reputò prudente scansarla; e raccoltosi col Frandesberg mossero di conserva contro Roma. L'assalì; la vinse; ma nello espugnarla rimase morto: il Cellini vantatore narra ch'egli cadde di un colpo tratto per avventura da lui; le sono baie; lo ammazzò un prete con un tiro di falconetto dentro ad un fianco, come prete fu quegli, che nel medesimo tempo spense il principe di Orange a San Desiderio. Il capitano Giona, a richiesta del Duca moribondo, lo coperse col suo mantello perchè i soldati non si smarrissero di animo vedendolo morto; e poi, trattolo fuori delle terre di Roma, da quello sviscerato amico che gli era, gli dette onorevole sepoltura a Gaeta. Certo se uomo visse al mondo infelice, il duca di Borbone fu quegli: perse uno stato antico, e il nuovo non acquistò, da Francesco di Francia aborrito; detestato da Carlo di Austria; ai buoni in odio; dai tristi, che quanto meno possiedono virtù tanto maggiore la fingono, lacerato. E forse la nimicizia aperta dei gentiluomini francesi gli coceva meno del cerimonioso disprezzo degli spagnuoli: in vita gli tinsero in giallo la porta e la soglia del palazzo come in Francia costumavano allora co' traditori; l'acerbo insulto del marchese di Villena ho narrato; ed in morte altresì non ebbe perdono nè tregua. Il Brantôme viaggiando in compagnia di monsignore di Quelus, padre di colui che poi fu mignone di Enrico III, avendo visitato la sua tomba a Gaeta, la trovò negletta e coperta di semplice panno nero senza fregio alcuno, della quale cosa avendo egli chiesta la cagione, quegli che la teneva in custodia gli disse: tale sembrava avesse desiderato il morto, imperciocchè, quando il Cristianissimo lo intimò a restituirgli la spada di Contestabile e le insegne di San Michele, egli rispondesse: quanto a spada non dovergli rendere niente, imperciocchè se la fosse ripresa il dì, che commise al duca di Alanzone la condotta della vanguardia a Valensienne, e rispetto all'ordine di San Michele, lo cercasse a Ciantelle dietro il capezzale del suo letto, e ce lo troverebbe. Il tosone imperiale non volle portare mai. Nè tanto, eppure non era poco, bastò alla miseria di cotesto uomo, che veruna terra si rimase da esecrarlo, anzi fecero a gara Milano e Roma, e soldati non meno che borghesi; nella Lombardia impose balzelli così incomportabili, e così duramente li fece riscotere, che molti con vario genere di morte, presi dalla disperazione, si finirono: di Roma non parlo: colà i nabissamenti barbarici dirimpetto a quelli dello esercito di Sua Maestà apostolica parvero pietosi: intorno agli uomini illustri capitati male, e alle opere loro perdute, basti leggere il Valeriano nel suo libro Della infelicità dei letterati. A Cristoforo Marcello, arcivescovo di Corfù, i Bisogni spagnuoli attorsero intorno alla vita una catena di ferro; poi lo sospesero ad un arbore strappandogli ogni giorno un'unghia per fargli palesare il nascondiglio dell'oro che supponevano egli possedesse: morì di fame, di veglia e di dolore; tra il supplizio di lui antico, e quello dello Zima impeciato ed arso modernamente in Brescia dai Tedeschi, quale diversità ci corre? Spagnuoli e Tedeschi allora come ora soldati dello impero austriaco: gravi mali fecero sempre alla Italia gli stranieri di qualunque generazione si fossero; ma i Tedeschi più lunghi. A perdonarli, non basta ch'escano d'Italia; usciti, cominceremo a disporci al perdono; ma se potremo vendicarci sarà anco meglio. La copia della preda fu tanta, che gli stessi Spagnuoli avvezzi alle rapine americane ne rimasero a un punto maravigliati e soddisfatti, sicchè vedendo passare i poveri cittadini male in arnese facevano loro di berretta, ed al danno aggiungendo lo strazio favellavano: — addio veraci padri nostri, che tale noi dobbiamo chiamarvi meglio dei naturali pel bene che ci avete fatto, epperò pregheremo sempre Dio per voi[5]. — Non mancarono nè anco i soldati a credere, o forse lo finsero, perchè ci trovavano il conto, che il Borbone fosse di mala morte rimasto spento a cagione di certo spergiuro; perchè avendo egli messo sopra Milano la taglia di trentamila ducati, giurò che ei ci si trovava costretto per pagare le milizie; e se non lo faceva si contentava fin d'ora che Dio gli mandasse la prima archibugiata del nemico nel capo; la moneta per sè tenne, e l'archibugiata l'ebbe, se non nella testa, nel fianco; ma ciò non fa caso. A questo modo giudicavano i soldati la morte del Duca. Voglia il lettore darmi venia se ho largheggiato in questa faccenda del Borbone, perchè le cose che ho scritte ritrassi con molto studio da libri che ormai non si leggono più se non da pochissimi.

La morte del Duca non avvantaggiò punto le cose del Papa, che, rifugiato in Castello Sant'Angiolo, di colta dispose partirsi da Roma e avrebbe fatto bene, ma poi avviluppandosi nelle solite ambagi, o male fidente, ovvero con i suoi nuovi amici intorato, si rimase, e calò ad accordi vergognosi con lo Imperatore. Cotesta parve dovesse essere la ultima ora della potestà temporale dei papi, imperciocchè, quantunque lo Imperatore co' soliti infingimenti, che celebransi parte principale della politica, si sbracciasse a dire, e a far dire, che la presa di Roma era successa senza saputa di lui, e, quello che forse appariva più forte, senza la volontà de' suoi capitani: avrebbe anteposto mille volte perdere al vincere in cotesto modo, e per mostra di dolore ne vestisse gramaglie: anzi, per non lasciare indietro modo alcuno di ipocrisia, decretasse processioni, preghiere solenni, e la esposizione del Sacramento, affinchè il Pontefice ricuperasse la libertà; cosa che senza tante invenie poteva compirsi in un attimo, solo che ne scrivesse un motto a Ferrando d'Alarcone, che lo teneva in custodia per lui: pure da molti e credibili riscontri storici abbiamo come sicuro, fosse suo intendimento, sotto colore di restituire il papato alla sua antica semplicità, torre al Papa la via di ingerirsi mai più nelle faccende di governo: che se cotesto disegno non ebbe esecuzione, ciò avvenne per cause affatto estranee alla sua volontà, di cui principali furono, le minacce di Enrico VIII, che allora vantava il nome di difensore della fede, e poco dopo spinse la Inghilterra allo scisma con Roma, e la paura, che, lasciata senza contrasto, la riforma non pigliasse il sopravvento così nel temporale come nello spirituale per tutta Lamagna; e più che altro smosse lo Imperatore la calata del Lautrecco in Italia, il quale procedendo di bene in meglio già si accostava a Bologna, e nondimanco quando inviò frate Angelio suo confessore a Roma, con la commissione di liberare il Papa, lo fece con modi così pieni di ambagi, che assai di leggieri davano ad intendere come ci s'inducesse molestamente, e quanto sarebbe andato lieto di non trovarsi obbedito: onde il Papa, che forse n'ebbe lingua, elesse mettersi in libertà da sè scappando di Castello sotto mentite vesti di ortolano, fidato su le zampe celeri di un cavallo, che gli donò Luigi Gonzaga; per questa guisa riparava a salvamento in Orvieto.

Gli storici in generale non riportano, che Andrea in cotesta congiuntura operasse cosa che poco od assai valesse; solo in qualcheduno si trova, che appena egli ebbe odore della mossa del Borbone contro Roma, non mancò di levare i presidii delle galere, e sotto la condotta di Filippino spingerli alla difesa del Papa; senonchè, aggiungesi, tanto assillava gl'imperiali l'agonia del saccheggio, che stracorrendo con passi frettolosi avevano chiuso da per tutto le vie; ond'ebbe Filippino a ripiegarsi, e fu ventura, perchè essendo la sua buona e cappata milizia, ma non bastevole all'uopo, correva risico di rimanere spento senza pro. Dopo questo successo, considerando Andrea come prima che il Papa avesse a rimettersi in fiore da mantenere a' suoi stipendii galere, e' ci sarebbe corso un bel tratto, gli fece intendere che, seguitando il suo esempio, avrebbe riputato spediente accordarsi con Cesare, quantunque questo gli paresse ostico, però che il sacco dato a Genova dagli Spagnuoli non aveva ancora potuto mandar giù: ma il Papa, che tuttavia in prigione, non aveva smesso il vezzo di abbacare novità, gli mandò persona, a posta, che gli dicesse: badasse bene a farlo, che a questo modo egli avrebbe buttato la pietra nel pozzo senza speranza di ripescarla: provvedesse ad accomodarsi a tutti i modi con la Francia. Così il Papa consigliava accesamente, non già per benevolenza che sentisse verso la Francia, bensì perchè temeva che la potenza di Carlo, rimasta sola in Italia, di eccessiva diventasse strabocchevole, e lui senza ritegno facesse trasferire in Ispagna od a Napoli: epperò importava oltre modo a Clemente tenere sempre tesi i suoi archetti per pigliare al varco la occasione di migliore fortuna. Andrea, o per obbedire al Papa, o per cotesta sua ruggine vecchia contro gli Spagnuoli, o per vaghezza di riprovare co' Francesi, o per tutte queste cause insieme, chiuse per allora le orecchie alle profferte dei ministri imperiali, si riacconciò al soldo di Francesco, che lo accolse a braccia quadre assegnandogli di presente scudi trentaseimila all'anno per la condotta di otto galee: conchiusa la pratica, Andrea navigò da Civitavecchia a Savona, la quale teneva tuttavia il Re a sua devozione.

Colà non istette guari Andrea, che gli giunse ordine da Lautrecco vedesse mo' di tentare Genova con qualche assalto, mentr'egli gli avrebbe porta una mano dai gioghi: crudo ufficio cotesto; però non sembra che facesse specie ad Andrea, quantunque si trattasse di portare adesso non solo le mani violente contro la patria, bensì affliggerla in mezzo a desolate fortune: di fatto la fame e la peste disertavano a cotesti tempi la Italia, solita accompagnatura dolorosa, non però la più trista, della invasione straniera. Genova poi, oltre la generale diffalta, pativa per giunta i mali del blocco; solo a qualche mercadante, in cui la cupidità del guadagno troppo più poteva della paura del capestro, aliando per coteste spiagge dirupate, riusciva scivolare con alcuna saettia carica di granaglia la quale pagavano un occhio: refrigerio ai ricchi soltanto, e scarso; i poveri languivano un pezzo, poi traballavano per inedia, e cadevano per non rilevarsi più. Andrea, nello approssimarsi a Genova, ebbe avviso come sei grosse navi fossero giunte allora allora a Portofino, cinque cariche di grano, ed una di varia ragione mercanzie, per convogliare le quali il governo aveva spedito sette galee, due del porto, due di Fabrizio Giustiniano, e tre imperiali dell'armata di Sicilia.

Andrea in tutta la sua vita che incominciava ad essere troppa, non si era mai visto offerire dalla fortuna occasione più opportuna di questa per avvantaggiare di un tratto con sì lieve pericolo sè e il suo principe: però arrancava velocissimo a Portofino, dove, afferrata appena la spiaggia, buttò in terra milledugento fanti, commettendone il comando a Filippino; e più non volle che scendessero, sia perchè credeva che questi bastassero, sia perchè avendo pochi compagni al pericolo, gli sarebbe toccato a spartire con meno la preda. Il doge Adorno, non so se antivedendo provvedesse prima, ovvero avvisato sovvenisse, rinforzò il presidio di Portofino con ottocento soldati condotti da Agostino Spinola capitano non meno ardito di Filippino Doria, sicchè appena vide comparire la gente di Andrea, con baldanzoso animo le si spinse addosso: da una parte, e dall'altra combatterono con prodezza pari: Agostino prevalse; chè lo rincalzarono il presidio sortito dalla Rocca, e gli uomini del contado calati dai monti, mentre a Filippino non potè sovvenire Andrea respinto dal vento di tramontana, che allo improvviso si mise a imperversare: la gente, parte andò dispersa, parte ci rimase ammazzata: Filippino cadde prigione dello Spinola, il quale avvezzo alla voltabilità della fortuna, massime soldatesca, non gli fece ingiuria, e bene gl'incolse.

Bene gl'incolse conciossiachè mentre il Doge tutto lieto menava vanto della riportata vittoria, ecco giungergli avviso, come Cesare Fregoso, figliuolo di Giano, scendesse giù dai gioghi con molta mano di fanti traendo ai danni di Genova; a crescergli lo sgomento gli susurrano dentro gli orecchi il popolo più diverso del mare, in riva al quale ei nasce, per impazienza di miseria, tedio della vecchia signoria e vaghezza della nuova già già balenare: allora il Doge con accesi comandi richiama lo Spinola, come con accesi comandi lo aveva spinto prima; e certo se diligenza bastava a riparare il danno, egli lo avrebbe riparato: però tutte queste cose concitate non potevano accadere senza che la fama se ne spargesse, e come suole le magnificasse, onde ai capitani delle sette galere parve prudente tornarsene a Genova per non rimanerne tagliati fuori, molto più che taluni delle ciurme davano a divedere spiriti inquieti, e come disegnarono fecero; senonchè trovarono la ruina nel partito, che speravano avere ad essere la loro salute, e ne fu colpa il vento, il quale mutatosi da capo concesse abilità al Doria di abbrivarsi loro addosso e catturarli tutti, e con essi le galere, eccetto una sola, e subito dopo con pari agevolezza s'impadronì dei legni carichi di grano e di merci preziose. Ricordano le storie, che, a facilitargli la vittoria, si mise sopra le galere nemiche lo scompiglio, avendo preso parte dei galeotti a gridare: viva la libertà! ed acconigliato i remi; e sarà come la contano: tuttavia, schierando Andrea diciassette galere contro sette, e' sembra che questo solo bastasse a fare smettere ogni pensiero di resistenza, non potendo essere in ogni caso mai valida nè lunga.

Il doge Adorno ridotto a questo passo considerava stargli ora su gli occhi il Doria, e il Fregoso in procinto di assaltarlo, quegli con ventitrè galee, contando le nuove conquistate, dalla parte del mare, questi dal lato di terra con gente usa per lungo esercizio alle fazioni di guerra; lui, come tutti i signori vecchi, massime se sfortunati, fastidioso, il popolo oltre il naturale talento, per angustie di fame e per paura di peste, più che mai movitivo[6]: percotevano altresì la mente dei cittadini, e la sua, gli strazii successi di brevi anni addietro quando Genova fu presa di assalto: gli è vero, che quelli commisero gli Spagnuoli e ora si trattava di Francesi, ma nelle mani non occorre differenza di lingua, e tutte arraffano al medesimo modo: inoltre la città a tempi più antichi aveva gustato eziandio le mani francesi di che cosa sapessero: queste le difficoltà del vincere, e comparivano troppe, e pure non erano tutte. Però, non potendo resistere, mandò Vincenzo Pallavicino al Lautrecco, per gli accordi, che glieli concesse presto, e tutti, premendogli forse di trovarsi subito altrove; uno solo si eccettui, e fu quello di rimettere Savona sotto la podestà della Repubblica. Per cui considera attentamente la storia, apparirà questa cosa che sto per esporre degna di nota: il Doge sul punto di risegnare lo ufficio, anzi pure di uscire fuori di patria, attendeva a rimettere le mani addosso a Savona, bruscolo perpetuo negli occhi di Genova: e starà dubbio se ciò deva attribuire con biasimo all'indole sempre procacciante dei Genovesi, o se piuttosto con lode a tenace amore di patria: certo oggi questo amore s'intende diversamente, nè ti acquisterai merito di studioso della prosperità della tua patria togliendola altrui; ma, a quei tempi, s'intendeva così, e sembrava intenderla bene: anche la morale conosce i suoi andazzi. Ma poichè gli affetti si devono giudicare a prova di Etica, epperò non già dal modo di manifestarsi, bensì dalle origini, penso, che Antoniotto Adorno, quando sul punto di andarsene in esilio procurava la emula Savona tornasse nella podestà di Genova, dava alla patria buona testimonianza del suo amore filiale per lei.

Il Lautrecco, non giudicando la negata condizione di Savona d'importanza tale da mandare a monte il trattato, commesso prima al Fregoso di ricevere la città a patti, si affrettava a Pavia, e s'ingannò, imperciocchè l'Adorno tenesse fermo, e nella nuova ostinazione si ha da credere, che contribuisse non poco la notizia dello allontanamento del Lautrecco. Allora il Fregoso mandò dietro al Lautrecco per significargli il successo, e richiamarlo, ma questi, ormai non si potendo più fermare, gli spedì in soccorso mille e quattrocento fanti tra svizzeri e francesi, ordinandogli, che aggiunti ai quattrocento, i quali gli aveva di già lasciati, e valendosi altresì dell'opera del Doria, s'industriasse espugnare la città. Cesare, comecchè gli paresse poca gente, pure facendo maggior capitale sopra le difese inferme, che sopra le valide offese, si spinse oltre occupando San Piero di Arena, e poi il convento di San Benigno, dove mise presidio, rimandando l'assalto al giorno dipoi; il quale non riputarono spediente aspettare Agostino Spinola e Sinibaldo Fiesco, che giovandosi del buio della notte, condussero con essoseco le compagnie del palazzo, sorpresero e di leggeri sbarattarono il presidio del Fregoso a San Benigno: sul far del giorno si avventarono giù dal balzo con buona speranza di vittoria; senonchè Cesare, vista la mala parata, si trasse indietro sopra la spiaggia, dove con opportuno consiglio si fece parapetto di due navi, che vi stavano costruendo, e delle barche che in copia avevano tirato fuori dell'acqua sul lido: quivi fermò da prima l'ardore del nemico, poi lo sbigottì con le spesse morti, con le quali come da luogo sicuro lo funestava; per ultimo proruppe fuori ricacciandolo a furia verso la città in cui entrarono assieme tumultuariamente amici e nemici: nel punto stesso il Doria con le galere surgeva nel porto. Il Doge si chiuse in Castelletto; la città si versava in pericolo presentissimo. Allora i deputati della città si fecero a trovare il Fregoso, dal quale accolti benignamente, ottennero dopo la vittoria i medesimi patti proposti prima di combattere: aggiunsero, che trattando con cittadino generoso avrebbono riputato inane e peggio mettere per condizione che le vite e le sostanze dei cittadini si rispettassero; nondimanco per debito di ufficio ce la mettevano: di vero col Fregoso, uomo d'indole magnanima, ne potevano fare a meno. Di lì a breve, intimato il doge Adorno a restituire il Castelletto, ci s'induceva senza farsi di troppo pregare, ottenendogli patti onorati Filippino Doria, il quale, trovandocisi prigioniero, con modestia e zelo lodevoli ci si adoperò. Il Senato, composti in pace cotesti viluppi, con pubblico decreto rese grazie così ai vinti come ai vincitori, perchè, esercitando cristiana carità, si fossero astenuti da funestare la patria con le vendette: furono coteste grazie decretate ed a ragione, imperciocchè dopo la concordia, che è il primo bene il quale possano godere gli Stati, la maggiore benedizione mandata loro da Dio consista nel frenare gli animi da trascorrere ad offese, che rendano gli uni contro gli altri implacabili i cittadini.

Cacciato via di Genova un Adorno, egli era come di regola si sostituisse un Fregoso; e Cesare faceva sembiante desiderarlo; Francesco di Francia non si mostrava alieno: dicono, lo dissuadesse Andrea, facendogli toccare con mano come, per cotesta altalena fra le due famiglie emule, le parti in Genova non avrebbono quietato mai: consiglio che il Re giudicava prudente quanto onesto, e che per avventura moveva da un riposto concetto non onesto del pari, ed era, che bisognava sgombrare il terreno di Genova dalle piante degli Adorni e dei Fregosi, se pure si voleva che la pianta Doria vi germogliasse principale.

Cesare Fregoso, liberata Genova, ebbe a consegnarla a Teodoro Trivulzio mandatoci governatore dal re Francesco; imperciocchè se dal Doria egli imparò non essere savio confidarla al Fregoso, altri o il suo giudizio gli fece conoscere, che sarebbe stato anco meno porla in balía del Doria: a questo mandò le insegne dell'ordine di San Michele. Se Andrea le avesse care, non so, ma forse è da credersi, conciossiachè gli uomini, fanciulli o adulti, pei balocchi tripudino, e nè per ora sembra ne vogliano smettere il vezzo.