In questo la Francia, non patendo avere perduto ogni prevalenza in Italia, rovesciava con sinistri presagi giù dalle Alpi nuovi eserciti capitanati dallo stesso re Francesco, che ne rilevò quella fiera battitura di cui vanno piene le carte col nome di battaglia di Pavia, e veramente si avrebbe a dire di Mirabello. Francesco di Francia, caduto nelle mani del Principe di Borbone e del Marchese di Pescara, somministrava ad ognuno di loro vario argomento ad esercitare la propria cupidità: desideravano entrambi tenerlo in Italia, questi per adoperarlo come arnese a procacciarsi il reame di Napoli: quegli per macchinare novità nella Francia; ma il Re desiderava ad ogni costo uscire loro di sotto per moltissime ragioni, che qui non importa discorrere; ed in questo lo secondava il Lanoya vicerè di Milano, che, rinterzatosi col Borbone e col Pescara, tirava al suo interesse: contro il parere del Consiglio di Francia, la madre del Re, cui parevano mille anni cavare il figliuolo dalle mani del Borbone, non rifiniva di rispingere innanzi la pratica, sicchè altro non rimaneva eccetto si accordassero sul modo di mandarla ad esecuzione.

I commissari imperiali per avere pegno di non essere assaliti nel trasporto del Re a Barcellona, chiesero le galee francesi si ritirassero ai porti, e quivi stessero disarmate, la quale cosa venne concessa. Allora il Consiglio di Francia mandò al Doria, che, recatosi dentro le sue galee presidio spagnuolo, si unisse all'armata che convogliava il Re a Barcellona. Andrea, rigettato questo partito, ne propose un altro: dessero al Lanoya galee della marina regia: a lui lasciassero le sue con le quali sarebbe ito a mettersi in agguato alle isole Yeres, dove uscendo notte tempo con quattro galee, si mescolerebbe inosservato alla squadra spagnuola, poi di un tratto assalita la capitana alla sprovvista, faceva conto di cavarne il Re a forza di arme; che messo subito sopra una fregata avrebbe trasferito a bordo di una delle galee rimaste indietro, la quale a furia di remi si sarebbe provata di condurlo a salvamento. Parve a tutti troppo zaroso il partito, massime alla madre, la quale temè e non senza ragione, che il figliuolo in cotesto investimento, e pei casi della zuffa notturna, non avesse a capitare male. Andrea, vista la sua profferta scartata, ricusò impiegare in altro modo le sue galee: solo richiesto, e per comando espresso della Francia, promise non molesterebbe gli spagnuoli per via. Cosa naturale è, che, quando due vengono a contrasto di pareri tra loro, uno lodi il suo, e censuri l'altrui; ma oltre il biasimo, intopperà sovente danno quegli che, non pago di tanto, vorrà vituperare l'emulo con le calunnie, od angustiarlo con gli smacchi; e questo fu ciò che avvenne allora in corte di Francia contro il Doria, a cui non si risparmiarono insulti, ed agl'insulti aggiunsero il pregiudizio di ritenergli le paghe. Andrea dall'altra parte non pure astenevasi da fare cosa, che gli gratificasse i ministri del re, ma compiacevasi del contrario, ricusando loro pertinacemente ogni donativo, e spesso lasciandosi sentir dire, che se volevano avere parte nelle prede, andassero seco lui a conquistarle sui mari. Insomma queste gozzaie giunsero a tale, che, presa licenza dalla Francia, egli andò ad accomodarsi con Clemente VII, il quale lo condusse capitano di sei galee, quattro sue e due di Antonio suo parente, assegnandogli, per soldo di tutte, scudi trentacinquemila per anno; non di manco l'armata alla quale venne preposto fu di otto, avendone il Papa aggiunte due altre della Chiesa.

Per allora la licenza di Andrea non danneggiò punto la Francia, imperciocchè il Papa con esso lei si legasse e co' Veneziani, per tentare di mettere un po' di freno alla baldanza dello Imperatore, liberando Milano dallo assedio, levando di prigione i figliuoli del Re (dati per pegno della osservanza dei patti stabiliti a Madrid in baratto di lui) e cavandogli di sotto Napoli e Genova con altre più condizioni, le quali non occorre qui riferire. La Lega per avere a capo il Papa si chiamò Santa.

I confederati, secondo il solito delle leghe, procederono languidi, onde la Spagna potè a suo agio rinforzare il presidio di Genova con 1500 fanti; le flotte loro essendosi riunite si trovarono in tutto sommare a quarantacinque legni. Armero veneziano ne conduceva tredici, Pietro Navarro sedici sottili, ed otto tra galeoni e navi; il Doria otto: allora questi capitani spartironsi la guerra; il Navarro tolse sopra di sè la impresa di Savona, ed, aiutato dagli abitanti, di leggieri se ne impadronì; il Doria e l'Armero occuparono la Spezia e Portofino; donde scorrazzando il mare ad impedire che entrassero vettovaglie in Genova, si confidarono averla per fame. Però considerato come il blocco marittimo assottigliasse sì, ma non togliesse il pane a Genova, scendendo le granaglie giù dalla Lombardia, mandarono a Francesco Maria della Rovere capitano dello esercito della Lega che chiudesse i passi dei gioghi, ma egli, o per inettitudine o per astio contro il Papa, ch'era dei Medici, non li chiuse.

Il doge Antoniotto Adorno, vigilando a cessare le querele di ora in ora irrompenti per lo scarso vivere, ordinava si ricuperasse Portofino; nella quale impresa adoperò quattromila veterani e due mila gregari. Andrea, presa lingua del disegno, butta in terra Filippino Doria e Giovambattista Grimaldo con ottocento soldati dei buoni, i quali, fatta massa con gli altri di Filippino Fiesco, preposto al comando di Portofino, non solo bastarono a sostenere lo assalto, ma lo ributtarono, mandando molta di cotesta gente dispersa pei monti dove, peggiore della sanguinosa assai, incontrava la morte per fame.

Le dimore cautamente imprudenti del Duca di Urbino operarono sì che Genova in quel punto non si avesse, e, danno troppo maggiore, che Francesco Sforza, non si potendo più oltre sostenere in Milano, capitolasse col Borbone, e il Papa, atterrito per le scorrerie di don Ugo di Moncada e dei Colonna, si levasse dalla Lega accordando con loro. Andrea, per comandamento del Papa levatosi dallo assedio di Genova, si condusse a Civitavecchia. Ma il Papa indi a breve si rinfrancava, imperciocchè in lui non fosse mancamento di prudenza, bensì la troppa timidità ad ora ad ora gli turbasse il giudizio, e con pronti messaggi contrammandava tornasse Andrea nel mare ligure ed impedisse il progredire dell'armata, che si sapeva già mossa da Spagna ai danni della Lega. Difatti in cotesti giorni salpava da Cartagena la flotta imperiale di trentasei galee piena di fanti e di cavalli capitanati da Antonio Lanoya vicerè di Napoli, Ferrante Gonzaga, e Ferrante d'Alarcone, che per fortuna di mare costretta a ricoverarsi in Corsica nel golfo di S. Fiorenzo, adesso con prospero vento veleggiava verso Genova: di tanto fu porto avviso ad Andrea giusto in quel punto in cui si riuniva al Navarro, e formarono insieme diciasette galee. L'Armero aveva preso stanza a Portovenere, e già messo mano a racconciare il naviglio; però gli spedirono tosto raccomandandogli si affrettasse a soccorrergli; ond'egli che animoso era molto, lasciata ogni cosa in asso, accorreva, senonchè il vento e il mare contrari gl'impedivano il cammino. Ad ogni modo il Navarro e Andrea, anco senza questo rinforzo, statuirono ingaggiare la battaglia, sul principio della quale il Navarro, che ebbe lode in quei tempi di pratichissimo nel maneggio delle artiglierie, imbroccò l'albero maestro della capitana nemica, il quale rovinando trasse seco giù il gonfalone dello Impero: cose che, quantunque fortuite, levano mirabilmente in alto le speranze dei combattenti e non mica dei superstiziosi soltanto, bensì degli altri che si sentono meno disposti a farne capitale ad animo tranquillo. Andrea andò a cacciarsi in mezzo a due galee spagnuole, e quivi fulminando alla dirotta una ne sconquassava, l'altra buttò a fondo: trecento uomini vi perirono a un tratto: l'Alarcone scampò come per miracolo aggrappandosi allo schifo; la fortuna parve pigliarsi cura di questo carceriere di Francesco di Francia, perchè tra breve custodisse prigione il Papa Clemente. Dei legni della flotta spagnuola quale più quale meno soffersero tutti, e forse tutti perivano, se prima in grazia della notte, e poi del vento mutato, non si fossero salvi dalla ruina. Quando spuntò l'alba le galee spagnuole si erano dilungate troppo, perchè Andrea e il Navarro potessero perseguitarle con profitto, e la stagione ormai inoltrata persuadeva i naviganti a ridursi stabilmente nei porti.

Tuttavolta Andrea ci si fermò poco, imperciocchè Clemente VII, irrequieto nei suoi armeggi, invece di starsi forte su le difese ora che udiva stormire dalla parte di Lamagna nuovo nembo di guerra, e scendere capitano dei lanzichenecchi un Giorgio Frandesberg[4], il quale portava appeso all'arcione della sella nientemeno che una matassa di corde di seta rossa, mescolate con una di oro per impiccarne il Papa e i Cardinali, s'indetta col re di Francia, per natura sempre, ed ora per anni e per isventure oltre il consueto dimesso di spiriti perseveranti, a conquistare Napoli col patto, che mezzo si desse al conte di Valdimonte fratello del duca di Lorena, e mezzo alla Caterina dei Medici, ch'egli avrebbe condotto in moglie, sicchè per parentado venisse ad ordinarsi intero, com'era successo poco prima del reame di Spagna in virtù del matrimonio di Ferdinando con Isabella.

Per mandare ad effetto così strano disegno, il Papa levava dai porti le armate della Lega e le spediva a Napoli, però con gli altri anco Andrea, il quale tuttavia non volle partire prima di avere provveduto che lo assedio dalla parte del mare a Genova non si allargasse e continuassero navi a costeggiare lungo le spiagge per impedire ci s'immettessero vettovaglie; dopo questo veleggiò per Civitavecchia, che tocca appena, imbarcava le bande nere con Orazio Baglione rimastone capitano dopo la morte del signor Giovannino de' Medici, e lo stesso conte di Valdimonte per traghettarle nel regno.

Dove da prima le cose procederono prosperamente, ed oggimai le forze dei collegati si erano spinte fino sotto la città di Napoli, quando di repente il Papa, o sia che con nuovi spauracchi lo atterrissero, o con insolite speranze i ministri cesarei lo agguindolassero, o coi Francesi s'impermalisse, cessa le paghe a Renzo da Ceri, licenzia i soldati, e si ritira dalla Lega mandando a catafascio ogni cosa. Andrea richiamato a sua posta torna a gettare l'àncora in Civitavecchia. Intanto il duca di Borbone, in apparenza discorde dal Colonna e dal Moncada, in sostanza di concerto con loro, le convenzioni fatte col Papa dichiara reciso non volere osservare.

Chi fosse questo duca di Borbone raccontano tutte le storie dei tempi: ribelle si fece al suo re forse per mente torbida, ma grande parte di colpa si vuole attribuire a Luisa di Savoia, che prima con ogni maniera di angustie, sia nella persona, sia negli averi, vessò il duca, poi di un tratto secondo la voltabile indole delle femmine, di lui (comecchè di quarantasei anni attempata) fieramente si accese, e, non potendo tirarlo alle sue voglie, con odio due cotanti più fervido dello amore prese a perseguitarlo da capo. Essendosi il Borbone riparato in corte di Carlo V, questi lo accolse come costumano i principi quando hanno bisogno di qualcheduno, e gli promise prima la Provenza e il Delfinato, quando si pigliassero; poi, per giunta, la propria sorella, vedova del re di Portogallo, in isposa; ma la Provenza e il Delfinato non si poterono pigliare; quanto alla giunta (vo' dire la moglie) non so se l'Imperatore volesse dargli, o se il Borbone si cansasse a pigliare. A tutto questo arrogi, che, essendo il duca di Borbone uomo di alti spiriti, sentiva che per ordinanza di principe non avrebbe ricuperato mai il suo onore, donde lo aveva casso la pubblica coscienza; e quando pure avesse voluto fare inganno a sè stesso, a rompergli la illusione dalla testa sarebbe venuto il fatto del marchese di Villena, il quale, richiesto dallo imperatore fosse contento ospitare il Duca nel proprio palazzo finchè la Corte dimorasse a Toledo, rispose: — quanto piaceva allo imperatore suo signore piacere a lui: però non gli facesse specie, se, appena uscito il duca dal suo palazzo, egli lo avesse dato alle fiamme, però che casa turpe per la presenza di un traditore non fosse più degna di albergare leale cavaliero spagnuolo. Ora parve al Borbone, che a fare rifiorire il suo onore non gli si parasse davanti altra via, eccetto quella di acquistare stato: veramente il silenzio per forza o per corruzione ottenuto non giustifica la colpa; ma in difetto di meglio a molti sembra così: ad ogni modo la bocca muta rincresce meno della lingua esprobatrice.